Che cos’è la politica con la “P” maiuscola?

aprile 26th, 2012

Vincenzo Mazza - Politica è servizio. “Chi vuole essere grande, sia vostro servitore” (la Bibbia). Chi non serve, non serve. Fare politica non significa soddisfare i propri interessi egoistici, bensì saper cogliere i veri bisogni del paese.
Politica è responsabilità. Non si può fare politica secondo il motto: “Non ti curar di loro; guarda e passa”.
Politica è verità. L’ambiguità nuoce alla politica. Il vostro dire sia “sì, sì; no, no”. L’essere sincero paga sempre.
Politica è onestà. Chi si lascia “tirare la giacca” non è idoneo a fare politica. Un politico vero non si lascia ne vendere ne comprare.
Politica è comunicazione, comprensione. Bisogna saper ascoltare per capire, e comprendere, per farsi capire. Saper comunicare sia a livello razionale sia a livello emotivo, questa è vera comunicazione.
Politica è fare squadra. L’individualismo ci fa peccare d’orgoglio e ci fa sentire soli. Il lavoro di squadra ci aiuta a costruire. Politica è teamwork.
Politica è flessibilità, diplomazia. Fare politica, significa saper mediare; saper scendere a compromessi; costruire ponti di pace.
Politica è perseveranza. Chi cambia spesso opinione “assomiglia ad un’onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là” (La Bibbia).
Una sana amministrazione è la pietra angolare della politica. Ai politici non appartiene nulla, ciò che si chiede a loro è d’essere buoni amministratori.
Politica è intelligenza. Saper leggere i segni dei tempi e saper aspettare che maturino le occasioni per agire.
Politica è coerenza. Essere coerente fino in fondo ha un costo che bisogna pagare, se vogliamo che la politica sia di successo.
Politica è fedeltà al mandato ricevuto. Il politico sia irreprensibile nella condotta e nel politico-amministrativa.
Politica è saper piantare alberi per il futuro dei nostri figli. Politica è investire per il futuro e non sprecare ciò che avanza nel presente.
Politica è umiltà. L’orgoglio uccide. Ammettere i propri errori è un atto di maturità e di grandezza.
Dialettica nella Politica è l’arte di saper dibattere con rispetto e obiettività.  Chi urla incollerito si fa sentire, ma non si fa capire.
Politica è vivere nel quotidiano in prima persona, ciò che vogliamo che gli altri facciano. Il mondo non ha bisogno d’eroi, bensì di modelli.
Politica è onestà intellettuale e autenticità. In politica ciò che conta non è la quantità delle parole e le promesse, ma sono i fatti che rendono un politico credibile. In politica, chi vuol fare carriera, deve imparare a salire le scale un gradino dopo l’altro; prima o poi si deve anche imparare a saperle scendere. Non si può volare sempre ad alta quota, bisogna saper atterrare prima che finisca il carburante.
La Costituzione rappresenta un valore immenso che bisogna saper rispettare per una civile convivenza, per l’uguaglianza dei popoli, per il bene comune. La Costituzione è il cemento armato della politica, la colonna portante della democrazia.
Secondo il mio modesto parere queste sono le attitudini che ci si aspetta da un politico, ch’è chiamato a fare il proprio dovere. Chi non rispetta tali principi, non è adeguato a fare politica, non è idoneo ad assumersi delle responsabilità nella società.

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In Usa, pregano contro la benzina

febbraio 29th, 2012

Su Italia Oggi del 28 febbraio è riportato questo simpatico articolo. Chi desidera commentarlo? Scriveteci a bia@avventisti.it. I commenti saranno pubblicati sul sito: www.avventisti.it/bia sezione forum.
“Negli Stati Uniti la benzina costa molto meno che in Italia perché le tasse sono basse, ma ultimamente l’incremento del prezzo del petrolio si è fatto sentire anche Oltreoceano. Il gallone, che corrisponde a 3,8 litri, costa mediamente 3,60 dollari: un litro di benzina si paga 0,94 dollari, pari a 0,70 euro. Meno della metà rispetto alle quotazioni italiane. Agli americani, però, tutto questo non va proprio giù. Un evangelista avventista, Rocky Twyman, ha pensato di raccogliere un gruppo di fedeli davanti a una stazione di servizio di Washington e di pregare con queste parole: Dio, fai abbassare il prezzo. Non è la prima volta che ciò avviene. Nel 2008, quando il barile si infiammò, Twyman lanciò il movimento Prega alla pompa, percorrendo in lungo e in largo il territorio americano. Di fatto, il gallone di benzina crollò da 4,12 a 1,61 dollari nel giro di pochi mesi. Ora la campagna dell’ evangelista è tornata d’attualità: le previsioni parlano di quota 4,25 dollari entro maggio. Twyman ha detto che soltanto un intervento divino può essere d’aiuto e ha chiesto al presidente Barack Obama di tenere una riunione pluralista di preghiera. Egli ha anche proposto di organizzare una veglia davanti all’ambasciata dell’Arabia Saudita che, alle spalle del Canada, è il secondo paese da cui gli Usa importano greggio. Ci sarebbe un’alternativa più terra terra: sostituire i gipponi, che consumano molto, con modelli di auto più piccoli e meno voraci di carburante”.

Occupy Wall Street, avrei dovuto essere lì?

gennaio 27th, 2012

Il movimento Occupy Wall Street ha fatto riemergere l’annosa questione del coinvolgimento dei cristiani avventisti nella politica.
La politica, come categoria di pensiero e di azione, ha avuto per la mia generazione (giovani degli anni Settanta) un ruolo che va oltre il puro senso che questa espressione può avere al giorno d’oggi. In quegli anni, la politica è stata la categoria di pensiero che ha influenzato ogni aspetto della vita, assumendo il carattere di un programma globale rivoluzionario. Gli attivisti dell’ala di estrema sinistra si definivano Rivoluzionari, quelli dell’ala destra Patrioti e Soldati politici. Pertanto, non sorprende se la reazione di molti pastori e pensatori avventisti di allora fosse quella di una netta linea di demarcazione tra il desiderio di partecipazione politica e l’apostolato cristiano, che apparentemente negò questa possibilità.
Ci rendiamo conto ora che l’ansia e la preoccupazione dei leader della chiesa erano in parte giustificate dal fatto che il desiderio di coinvolgimento raramente sembrava il frutto naturale di una coscienza cristiana, ma piuttosto la mera conseguenza dell’ascolto del canto delle Sirene dell’ideologia. La politica, dobbiamo ammettere, nella rinascita di quegli anni tumultuosi, era salita a categoria onnicomprensiva, che includeva, a volte, la dimensione della fede come una semplice dimensione individuale e privata.
Queste condizioni produssero situazioni incredibili, come nel caso di quei cocktail ideologici imbevibili in cui fu distorto il Cristo, che assumeva alternativamente il volto di un marxista rivoluzionario o di un crociato. Tuttavia, parlando di adesso, noto che gli intellettuali nella chiesa sono tornati a discutere e a esprimere posizioni diverse sulla politica. Nel clima attuale in cui l’ideologia ha lasciato il posto a politiche più flessibili e concezioni relativistiche, essi iniziano con una diversa interpretazione del ruolo dei cristiani nel mondo e nella storia, magari con una maggiore possibilità di trovare soluzioni concrete. Ma, la tensione tra il già e il non ancora, inerente al Regno di Dio, e la tendenza umana a enfatizzare un aspetto della questione a scapito dell’altro, possono costituire la base per un conflitto apparentemente inconciliabile. Per essere chiaro, la domanda se Gesù si sarebbe unito o meno al moviment o Occupy Wall Street è fuorviante e, a mio parere, dovrebbe essere invertita. Dove vuole Egli che io vada? Che cosa vuole che io faccia? Usando questa linea di ragionamento, penso che io possa scoprire la mia vocazione nella storia, all’interno della tensione tra un Regno di Dio già in mezzo a noi, che cammina sulle nostre gambe, e il Regno escatologico. La risposta coerente alla chiamata di Dio ci porterà nel bel mezzo degli eventi come protagonisti di riforma e procacciatori di giustizia.

Ciò implica molto di più della semplice adesione a un movimento di opinione o a una lotta sociale. La semplice solidarietà, con una più o meno vasta gamma di persone che ritiene che siano perpetrate delle ingiustizie e che le segnala solo quando il sistema ha le sue crisi periodiche di adattamento per tornare alla routine quando la situazione sociale ed economica si assesta a un livello accettabile, non è, a mio parere, il nucleo del la nostra missione.
La missione cristiana, anche quando è il momento di cambiare e di trasformare il mondo e la società, è caratterizzata da due elementi fondamentali: guidati dalla volontà di Dio; liberi di agire. Non è lo scopo di questo articolo, ma sarebbe interessante studiare l’Esodo del popolo d’Israele da un punto di vista politico e sociale. Luce del mondo, sale della terra, lievito nella pasta, sono queste delle chiare metafore neotestamentarie di come la chiesa può e deve trasformare il mondo qui e ora, strappando alla radice le piante dell’ingiustizia in tutte le loro forme. Nell’Antico e nel Nuovo Testamento si può trovare un modello. L’efficacia cristiana in campo sociale e politico sarà espressa tramite la collaborazione interattiva tra Spirito Santo, chiesa e uomini di buona volontà.

A volte la chiesa è in grado di produrre leader visibili che incarnano un’idea, come Martin L uther King; a volte la chiesa è costituita da innumerevoli persone anonime che portano, tramite il loro esempio, verso il cambiamento. Come si può notare osservando la storia del mondo, il cambiamento è a volte visibile nel breve, medio o lungo termine. La luce del mondo, il sale della terra, il lievito nella pasta svolgono un ruolo intrinseco. Altre volte, come nel caso dei paesi europei, la chiesa svolge un ruolo simile a quello di un granello di sale, una voce tra le tante altre voci. Perciò, si può avere l’impressione che l’impatto della chiesa nella società sia impedita dai limiti fisiologici della chiesa stessa che, in quanto comunità religiosa, è di scarso interesse per le masse che cercano una giustizia puramente materiale e contingente. Dopo tutto, Gesù stesso ha vissuto questa difficoltà. Non era attraente per alcune parti della popolazione del suo tempo.

Tuttavia, Gesù fu in grado di rend ersi visibile come ogni altro, pur rimanendo fedele al Padre e alla sua missione. Come? Essendo uno con il Padre e ricevendo la potenza dello Spirito Santo, che ha tracciato la strada attraverso la storia e, più specificamente, il paese della Palestina. Queste condizioni furono per lui sufficienti per vincere la sua battaglia contro il male e contro tutte le forme di ingiustizia. Trasferire tutto ciò nella nostra vita personale e nel programma della chiesa, è il compito a portata di mano qui e ora, fino al suo ritorno. [Raffaele Battista]

Presentazione bambini

gennaio 11th, 2012

Una sorella ci ha riferito che nel comitato della sua chiesa è stato detto che è arrivata una direttiva in cui si diceva che è superato dire “Presentazione al tempio” quando si presentano i bambini in chiesa, ma che si dice invece “Presentazione al Signore”.
Siccome a noi non risultano tali comunicazioni da parte dell’Unione, chiediamo a ognuno di voi il parere sulla questione. Interpellati sull’argomento, Vittorio Fantoni e Mariarosa Cavalieri hanno risposto:

Vittorio Fantoni - C’è certo un problema semantico: il termine “tempio” non è oggi, secondo me, più adeguato; infatti, non esiste un tempio, un luogo sacro ed esclusivo, ma la chiesa che è caratterizzata non dalla sacralità ma dalla fratellanza … personalmente credo che non dovremmo usare più tale termine (che però i valdesi, molto liberali, continuano a utilizzare …).
Poi occorre chiedersi in cosa consiste la cerimonia, di cosa è simbolo. Credo che essa interessi più l’orizzontale che il verticale, nel senso che i genitori chiedono, davanti al Signore, alla fratellanza di impegnarsi nel futuro a sostenere nello spirito e anche, se necessario in altro, il loro bimbo che da quel momento entra nella prossimità della comunità ecclesiale … e i membri di chiesa sono chiamati ad essere suoi zii. Penso anche che occorrerebbe attualizzare con prudenza e saggezza i modelli veterotestamentari, ricordando che dei genitori cristiani non possono fare voti sulla testa dei loro figli, e neppure prendere impegni che ledano la loro futura libertà … essi impegnano se stessi e chiedono l’impegno della Chiesa, ma non impegnano la libertà dei loro figli! Occorre sempre rammentare che Cristo non è venuto invano, ma che la realtà dell’A. T. va valorizzata nei valori che stanno a monte delle sue regole e dei suoi riti, ma adeguata a un popolo che si fonda su Cristo e in cui la dimensione sacrale è profondamente rivisitata. Ovviamente, le diciture e i titoli delle cerimonie devono rispettare la realtà evocata e non indurre in ambiguità (come avviene talvolta anche negli altri riti ecclesiali: ordinazione al ministero, S.Cena, battesimo …). Ripeto però che l’aspetto formale non l’ho seguito.

Mariarosa Cavalieri - È una questione interessante. Anche a me e a Elsa Cozzi (ho appena ricevuto la sua risposta) non risultano recenti direttive su questo tema, quindi pare che Vittorio abbia ragione nel non ricordarle. Sono anche d’accordo con quanto scrive Vittorio sul significato della cerimonia e sul peso diverso che dire “presentazione al Signore” abbia, rispetto all’espressione attualmente utilizzata. Per quanto riguarda l’espressione “presentazione al tempio”, ritengo che essa abbia, sì, un sapore antico che potrebbe essere visto come un lato negativo, ma che sia anche evocatore della presentazione di Gesù, e questo è un lato che trovo molto bello e positivo, e che conferisca, con il termine “tempio” anziché il più moderno “chiesa” un’aura di importanza alla cerimonia. Quindi non vedo nulla di male, anzi, sarei molto favorevole a mantenere questa dicitura se dipendesse da me…Un caro saluto!
- E tu che cosa ne pensi? Aspettiamo il tuo parere, scrivi a bia@avventisti.it.