Domande e Risposte

La finalità di questa rubrica è quella di rispondere, in breve, alle tante domande che prendono forma nella nostra mente quando leggiamo la Bibbia: da quelle relative a Dio, alla salvezza, all’uomo e il suo destino, ad alcuni testi biblici che possono crearci qualche difficoltà di comprensione:

DIO FEDE GESÙ CRISTO IL SENSO DELLA VITA LA BIBBIA LA LEGGE DI DIO LA NATURA DELL’UOMO

LA SALVEZZA LO SPIRITO SANTO MARIA IL PERDONO IL SABATO TESTI DI DIFFICILE COMPRENSIONE


DIO
Che cos’è la Trinità?Chi è Dio? (1)Chi è Dio? (2)Chi è Dio? (3)Dio ha un corpo?Aspetti antropomorfi e la Trinità

Che cos’è la Trinità?

«Ascolta, Israele: Il SIGNORE, il nostro Dio, è l’unico SIGNORE» (Deut 6:4). Che cos’è la trinità? Il termine trinità non è di origine biblica. Ma si è ritenuto che l’uso di questa parola fosse il migliore possibile per far riferimento al Dio unico, che ha rivelato se stesso nelle Scritture quale Padre, Figlio e Spirito Santo. Questo concetto suggerisce l’idea che all’interno dell’essenza unica della divinità, dobbiamo distinguere tre persone che non sono né tre parti, né tre espressioni di Dio, ma bensì tre persone distinte e coeterne. Il concetto di Trinità esprime una convinzione fondamentale, vale a dire che Dio rivela se stesso come egli veramente è. La rivelazione di Dio nella storia della salvezza è una genuina auto-rivelazione. Come dice Emil Brunner, “L’unità della natura e la rivelazione di Dio è ciò che costituisce il significato della Trinità.” (Emil Brunner, The Christian Doctrine of God, Dogmatics, vol. 1, Philadelphia: The Westminster Press, 1949, p. 220). Il contributo essenziale dell’Antico Testamento alla dottrina della trinità è la sua insistenza sull’unicità di Dio. Dio non è uno tra i tanti (cfr. Es 20:2,3). Egli è il solo, l’unico: «Il Signore, il nostro Dio, è l’unico Signore» (Deut 6:4). ). L’ebraico usa il termine echad per indicare una unità composita, per un’unità semplice utilizza yachid. Per esempio per descrivere il matrimonio la Bibbia dice: «Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne» (Gn 2:24). L’espressione «una stessa carne» (lebasar echad) implica un’unità plurale: i due coniugi sono uniti pur rimanendo personalità distinte. Tuttavia già nell’Antico Testamento noi troviamo un insegnamento implicitamente trinitario, come se Dio preparasse lentamente e progressivamente la via a una piena rivelazione della sua natura. Fin dai primi versetti della Bibbia, Dio e lo Spirito di Dio appaiono come distinti. Per cui si legge che, quando Dio creò i cieli e la terra, lo Spirito di Dio aleggiava sulle superficie delle acque (Gn 1:1,2). Si fa allusione ripetutamente allo stesso Spirito di Dio in altri brani dell’Antico Testamento (Gn 41:38; Esodo 31:3; 1 Samuele 10:10; Isaia 61:1). Nel salmo messianico Davide enuncia «Il SIGNORE ha detto al mio Signore: «Siedi alla mia destra finché io abbia fatto dei tuoi nemici lo sgabello dei tuoi piedi» (Sl 110:1). Nel Nuovo Testamento vi sono due testi che menzionano i tre insieme: la formula battesimale di Matteo 28:19, «battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», e la benedizione che conclude 2 Corinzi, «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (13:14). Inoltre vi sono numerosi riferimenti neotestamentari a Gesù e allo Spirito Santo come divini (ad es. At 5:3,4; Gv 1:1-2, ecc.). G. Marrazzo – F. Zenzale

Chi è Dio? (1)

«Mosè disse a Dio: «Ecco, quando sarò andato dai figli d’Israele e avrò detto loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato da voi”, se essi dicono: “Qual è il suo nome?” che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono». Poi disse: «Dirai così ai figli d’Israele: “l’IO SONO mi ha mandato da voi”» (Esodo 3: 13-14). Chi è Dio? Nessun’altra domanda è più significativa di questa per la religione e per la vita. Giustamente compresa non è una tra tante altre possibili domande dottrinali. É la sola domanda che vi sia. Dietro ogni problematica teologica sta la questione di Dio. Quando parliamo di Dio, non solo ci ritroviamo al centro del fatto religioso, ma tocchiamo anche ciò che interessa più profondamente ogni vita umana. Tutto dipende dalla questione di Dio. Ciò che pensiamo su Dio e non solo, indubbiamente influenzerà ogni nostro atteggiamento verso ogni altra cosa e soprattutto la comprensione che abbiamo di noi stessi. La nostra vita ha qualche valore? Le nostre scelte hanno veramente una loro importanza? Possiamo avere speranza per il futuro? Ciò che pensiamo su Dio in qualche modo promuove in modo indicativo le risposte che possiamo dare a queste domande. Ogni qualvolta che le Scritture ricordano le origini dell’universo ci mettono alla presenza di affermazioni teologiche esplicite o implicite. Una di queste, la più importante, è la seguente: Dio “era”. In Genesi 1,1 si legge: “Nel principio Dio creò”. Egli era prima di creare. In Giovanni 1:1 questo concetto è palesemente annunciato: “Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio e la Parola era Dio”. Prima d’ogni cosa che è venuta all’esistenza Dio era già. In altre parole, Dio è eterno. Non c’è stato un momento in cui Egli venne all’esistenza. Se ci domandiamo che cosa c’era prima della creazione o dell’inizio, la risposta che dà la Bibbia è chiara: “Dio”. Se Egli era “là” prima che tutte le cose venissero all’esistenza, è dunque impossibile accennare ad una sorgente, grazie alla quale Dio sarebbe venuto all’esistenza? La Bibbia non parla di un inizio prima di un inizio. Il fatto che Dio “era” evidenzia la sua natura eterna: Egli esiste da sempre. Un altro insegnamento della Bibbia è il seguente: l’eternità divina significa che Dio è sufficiente a se stesso. Egli è autonomo, Egli esiste per se stesso e non ha bisogno di nessuna fonte d’energia o di propulsione per sussistere. Dio è l’esistenza stessa. La vita non è qualcosa che il Signore possiede: ”Egli è la vita” (Giovanni 14:6). La tua vita! Past. Francesco Zenzale

Chi è Dio? (2)

«O SIGNORE, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra! Tu hai posto la tua maestà nei cieli. Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore. Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore. Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi: pecore e buoi tutti quanti e anche le bestie selvatiche della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quel che percorre i sentieri dei mari. O SIGNORE, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!» (Salmo 8) Dio si presenta nelle Scritture come il Creatore (Gn 1:1) e sappiamo che fin dall’inizio si rivela a noi come colui che crea. Essere Creatore è “la qualità più fondamentale che noi abbiamo di Dio”. É impossibile parlare del mistero di Dio, senza tenere conto del fatto che egli è il Creatore. La nostra visione del Signore s’amplia quando guardiamo a lui come il Creatore dei cieli, della terra e dell’universo intero. 1. Il Creatore è Ineguagliabile Egli, infatti, è totalmente differente dalla sua creazione: – è eterno, nel senso che non ha avuto inizio, contrariamente alle creature che hanno avuto un’origine; – esiste per se stesso, mentre le creature possono esistere grazie all’ossigeno, al sole, all’acqua e al nutrimento… – Dio è autonomo, mentre le creature dipendono da lui per la loro esistenza. In Isaia 46:5, 9 leggiamo: «A chi mi assomigliereste, a chi mi eguagliereste, a chi mi paragonereste, quasi fossimo pari? … Ricordate il passato, le cose antiche; perché io sono Dio, e non ce n’è alcun altro; sono Dio, e nessuno è simile a me». Nessuna cosa creata può prendere il suo posto o rivendicare d’essere uguale a lui. Dio altissimo è un essere supremo, unico e incomparabile. 2. Il Creatore è Trascendente La nozione del Dio creatore implica inevitabilmente la sua trascendenza rispetto all’universo: Dio, infatti, non fa parte della creazione. Dal resoconto che troviamo in Genesi, Dio crea per mezzo della sua parola. Ciò mostra che egli è un essere trascendente che mette in opera la sua attività creatrice per mezzo della parola ponendosi al di fuori della creazione. È un nonsenso cercare Dio nel mondo creato, poiché la materia creata non ha in sé una particella divina in quanto Dio ha creato non a partire dalla sua essenza, ma dalla sua parola! Ciò significa che la creazione è preceduta dalla non-parola da «un silenzio». Tale insegnamento è in contrasto con la tesi panteista. Dio, quindi, non può essere circoscritto da ciò che Egli stesso ha creato (1 Re 8:27). 3. Il Creatore è Immanente Il fatto che Dio sia il creatore rivela la sua intenzione di relazionarsi con le sue creature. La trascendenza di Dio non esclude la sua immanenza. Se la sua alterità mostra un Dio distante da noi, è nella sua immanenza che l’uomo scopre la sua vicinanza. In questo modo, Dio sorregge il mondo, manifestando la sue amorevoli cure e sollecitudini. 4. Il Creatore è Proprietario In quanto Creatore, Dio è proprietario dell’universo intero e di tutto ciò che è in esso. Egli è il Signore e ha assegnato ruoli particolari a ogni elemento della creazione (Gn 1:14,26,29; 2:15,16). Il salmista scrive: «Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti» (Sal 24:1,2). Il Signore dichiara: «Sono mie infatti tutte le bestie della foresta, mio è il bestiame che sta sui monti a migliaia. Conosco tutti gli uccelli dei monti, e quel che si muove per la campagna è a mia disposizione» (Sal 50:10,11). Dio è l’unico proprietario di tutto ciò che di materiale c’è in questo mondo, compresi gli esseri viventi (Sl 89:12); il salmista sa che “l’universo” intero è nelle mani di Dio. A Lui, in qualità di Sovrano, appartiene il mondo. Tu gli appartieni! Past. Francesco Zenzale

Chi è Dio? (3)

«Ma ora così parla il SIGNORE, il tuo Creatore, o Giacobbe, colui che ti ha formato, o Israele! Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome; tu sei mio! Quando dovrai attraversare le acque, io sarò con te; quando attraverserai i fiumi, essi non ti sommergeranno; quando camminerai nel fuoco non sarai bruciato e la fiamma non ti consumerà, perché io sono il SIGNORE, il tuo Dio, il Santo d’Israele, il tuo salvatore; io ho dato l’Egitto come tuo riscatto, l’Etiopia e Seba al tuo posto. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo…» (Isaia 43: 1-4), La Scrittura ricorre alla parola «amore» per descrivere l’essenza di Dio. L’espressione «Dio è amore» (1Gv 4:8) è una delle più belle descrizioni della natura di Dio. L’apostolo fa questa dichiarazione nel contesto della salvezza in Cristo, l’opera del Redentore, quindi, rivela l’essenza stessa di Dio: egli è amore. Un amore generoso e disinteressato, Gesù afferma: «Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3:16). L’amore di Dio è libero in quanto nessuno può costringerlo ad amare. Il suo amore non è fondato su un bisogno dell’uomo, né su un desiderio o su un’attrazione che l’uomo possa suscitare in lui. Il fatto che Dio ami l’umanità abbrutita dal peccato dimostra che il suo amore è incondizionato. L’apostolo Paolo, infatti, scrive: «Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5:8). Dio non ha amore, ma è amore. Questa caratteristica essenziale del sua carattere dimostra che ogni sua azione è motivata dall’amore. L’elezione del suo popolo è fondata sul suo amore (Dt 7:7,8); così anche la sua redenzione (Is 43:4; 63:9). Inoltre, Dio non ama solo il suo popolo (Dt 33:3); ama anche lo straniero (Dt 10:18). La rivelazione dell’amore di Dio raggiunge la sublime espressione nell’incarnazione: il ministero, la morte e la risurrezione di Gesù. Il suo amore per i trasgressori non è motivato dalle difficoltà dovute alla loro condizione di peccatori, ma solamente perché egli ama ed è questa passione potente che lo spinge ad amare gli uomini malgrado i loro peccati. «Dio è amore!». Questa è la più ricca di significato e la più eccelsa di tutte le affermazioni bibliche su Dio. Queste parole non significano che amare è «solamente una delle molte attività di Dio» (Alexander), ma piuttosto che «tutta la Sua attività è un’attività d’amore» e che perciò, «se egli giudica, giudica nell’amore» (Ch. Dodd). L’amore di Dio è eterno e non è legato al tempo e alle circostanze o al nostro comportamento. Dio stesso afferma: «Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conservo ancora pietà» (Ge 31:3). L’amore di Dio è penetrante. Sta scritto: “Egli lo trovò in una terra deserta, in una solitudine piena d’urli e di desolazione. Egli lo circondò, ne prese cura, lo custodì come la pupilla dei suoi occhi…” (Deut 32:10-12). L’amore di Dio salva. Scrive l’apostolo Paolo: “Dio infatti non ci ha destinati a ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui” (1Tss 5: 9-10). “L’amore di Dio è la risposta ultima a tutti i “perché” della Bibbia: perchè la creazione, perchè l’incarnazione, perchè la redenzione… Tutto ciò che Dio fa e dice nella Bibbia è amore, anche la “collera di Dio” non è altro che amore. “Tu vieni a me, Signore, e io Ti attendo come Uno che si ama tanto, a cui si deve tutto e che è tutta la nostra gioia”. Dio ti ama! E tu? Past. Francesco Zenzale

Dio ha un corpo?

La caratteristica dell’onnipresenza solleva la questione se Dio abbia un qualche tipo di corpo, un problema sul quale i Cristiani hanno opinioni diverse. Quelli che credono che Dio abbia un corpo si appellano spesso all’affermazione biblica che l’uomo fu creato “ad immagine di Dio” (Gn 1:27). Ciò sembrerebbe suggerire l’idea di una somiglianza fisica tra Dio e l’uomo. Se l’uomo assomiglia a Dio, ragionano, e se l’uomo ha un corpo, allora è logico supporre che anche Dio esista in una forma corporea. Inoltre, molti testi biblici attribuiscono a Dio caratteristiche fisiche. Adamo ed Eva udirono il rumore di Dio che camminava nell’Eden (Gn 3:8). Mosè vide il dorso di Dio sul monte Sinai (Es 33:23). Isaia e Daniele videro Dio che sedeva su un trono (Is 6:1; Dn 7:9). Ci sono molti riferimenti agli occhi di Dio, alla sua mano e alla sua bocca, ed è spesso descritto nell’atto di parlare e a volte di piangere. Dall’altra parte, molti Cristiani attribuiscono a Dio il carattere dell'”incorporeità”. Essi credono che considerazioni importanti impediscano di pensare che Dio esista in una forma corporea. Una è la forte condanna biblica di ogni tentativo di rappresentare Dio per mezzo di elementi fisici. Il secondo dei dieci comandamenti, ad esempio, proibisce sia la manifattura che l’adorazione delle immagini (Es 20:4,5). Un altro motivo è la posizione di Dio come creatore dell’universo. Egli abita tutta la realtà, non solo parte di essa (cf. Is 57:15). Egli si rende presente agli esseri umani ovunque; non è disponibile in un luogo più di quanto non lo sia in un altro. In risposta alla domanda su dove si dovesse adorare Dio, Gesù disse: “Dio è spirito, e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità” (Gv 4:24). Poiché Dio è accessibile ovunque, l’adorazione ha a che fare con il cuore e la mente più che con una collocazione fisica. Coloro che credono che Dio è incorporeo si richiamano anche ad altre considerazioni. É difficile immaginare come Dio potrebbe essere ovunque se avesse un corpo, dicono, perché esistere in forma corporea significa trovarsi in un luogo ben specifico: o si è qui, o si e in qualche altro luogo. Inoltre, un corpo come noi lo conosciamo dipende dal suo ambiente. Tutti i nostri organi fisici – occhi, naso, bocca, mani, piedi etc. – ci mettono in condizione di agire nell’ambito del nostro ambiente specifico. Essi non sarebbero necessari se non avessimo bisogno di muoverci o se non avessimo bisogno, per sopravvivere, di cibo, acqua, e aria. Se dicessimo che Dio ha un corpo diremmo implicitamente che anch’egli sarebbe allo stesso modo dipendente da un ambiente, mentre la Bibbia indica chiaramente che Dio non dipende, per esistere, da niente che esista fuori di lui. Conseguentemente, molti credono che non si possa identificare Dio con una forma fisica. Quelli che sostengono l’incorporeità di Dio interpretano abitualmente i testi biblici che attribuiscono a Dio dei caratteri fisici, come “antropomorfismi”. Un antropomorfismo descrive Dio come se avesse caratteristiche umane. Si tratta di un artificio letterario, che non si dovrebbe prendere alla lettera. É forse possibile armonizzare questi diversi modi di vedere Dio se distinguiamo tra “avere un corpo” e “assumere una forma fisica”. Ciò ci permette di dire che Dio in sé non è essenzialmente fisico, ma può assumere una forma fisica caratteristica di tanto in tanto quando si manifesta alle creature fisiche. Questo potrebbe spiegare le somiglianze tra le varie descrizioni di Dio che troviamo nelle visioni profetiche. Richard Rice, The Reign of God, Andrews University Press, Berrien Springs, Michigan, Usa 1985 – Il regno di Dio – Cap. IV: La dottrina di Dio: Una proposta costruttiva (58)

Aspetti antropomorfi e la Trinità

Riguardo alla trinità, con ironia, alcuni formulano delle domande del tipo: «se lo Spirito Santo è una persona, qual è il grado di parentela con Gesù? Fratello? E di chi? Zio, nipote, cugino, nonno o un semplice amico?». Tali domande rivelano un fondamentale errore che possiamo definirlo con una parola «antropomorfismo». l termine deriva da due etimi greci, anthropos, “umano” e morphe,, “forma”, che nel contesto teologico, religioso, significa attribuzione alla divinità qualità umane, sia fisiche, sia intellettuali e morali. In generale, l’antropomorfismo serve per illustrare, o per facilitare la nostra comprensione delle realtà celesti, dell’amore di Dio per l’umanità, che diversamente risulterebbero incomprensibili. Ad esempio, questa tendenza dell’uomo a pensare la natura di Dio come un’imitazione di se stesso, possiamo coglierla nell’espressione “la collera di Dio” è un antropomorfismo, è un rappresentare gli attributi divini sotto l’immagine delle passioni umane. Vuole indicare la perfetta equità dei giudizi di Dio e che il Dio di amore, di misericordia e della grazia, non è il buon dio, non è colui che confonde il giusto con il colpevole e viceversa. Il Dio che parla a Mosè (Esodo 33:18-23; cfr. Isaia 59:1-2, ecc.) sembra di possedere un volto visibile dagli esseri umani, che ha delle mani e spalle come se fosse un uomo. Questo significa che Dio ha ritenuto saggio rivelarsi come persona, e non come una potenza impersonale, ma la Persona di Dio implica la cognizione dell’ unità delle tre persone coeterne all’interno della Divinità. Tra gli attributi assoluti di Dio vi è la spiritualità, cioè il fatto che Dio è Spirito (Giovanni 4: 24), non soffre le limitazioni del corpo, ed essendo Spirito, non è limitato e condizionato come noi. L’antropomorfismo biblico, cioè il fatto che nella Scrittura si parli di Dio con concetti e termini umani, serve soltanto a renderlo più comprensibile e vicino all’uomo (Is.37:17; 65:2). Va ricordato senza contraddizioni, che Dio (Cristo) nella sua incarnazione ha assunto volontariamente i limiti della corporalità allo scopo di avvicinare l’uomo a Dio. Questo risulta ancora più palese quando si parla della persona o personalità dello Spirito Santo (Dio). Alcuni ambienti hanno rielaborato la teologia della TRINITA’ , riducendo la persona dello Spirito Santo, a una forza dinamica impersonale. Per fare questo è stato necessario mutilare la Bibbia, nelle parti in cui ci parla in modo chiaro sulla persona dello Spirito che è chiamato Paracletos, consolatore, avvocato, difensore (Giovanni 14:16,17). Lui, agisce realmente come una persona, infatti parla, insegna e testimonia (Giovanni 14:26; 15:26; 16:13; Ebrei 10:15). E’ intelligente ed ha volontà (1 Corinzi 2:11; 12:11), convince, ama e guida (Giovanni 16:8; Ro. 8:14; 15:30). In breve, gli attributi Padre, Figlio e Spirito Santo, sono consequenziali all’incarnazione, che non ci dicono nulla sulla natura divina della Trinità. Sono espressioni antropomorfiche che da una parte specificano il ruolo della divinità nell’opera della riconciliazione, dall’altra ci aiutano a capire il tipo di relazione che Dio desidera avere con ciascuno dei suoi figli. Tali attributi ricalcano l’esperienza umana, ma non quella divina.


FEDE
A che serve credere?Che cosa significa credere in Dio?Che cos’è la fede?

A che serve credere?

«Ora la nostra visione è confusa, come in un antico specchio; ma un giorno saremo a faccia a faccia dinanzi a Dio. Ora lo conosco solo in parte, ma un giorno lo conoscerò come lui mi conosce» (1 Co 13:12) In un mondo disorientato come il nostro, si avverte un gran bisogno di una fede che ci aiuti a vivere ed affrontare le tremende lotte della vita. Se non abbiamo qualcosa di davvero solido in cui confidare, se non possiamo afferrarci a qualcosa che comunichi fermezza e fiducia, saremo portati via dal vortice che oggi agita e scuote ogni cosa. Senza la fede viene meno la sicurezza e ci muoviamo inevitabilmente in mezzo allo sconcerto e allo sconforto, nella completa oscurità senza trovare un sentiero né un cammino che ci aiuti ad uscire da questa valle di angoscia e di sofferenze. Senza fede non c’è speranza e pertanto il futuro non va oltre che i pochi anni che viviamo sulla terra. Oggi la fiducia in Dio deve essere più ferma che mai, perché la necessità è maggiore rispetto al passato. Le naturali domande che la vita comporta, sono accentuate in forma allarmante in questi giorni di insicurezza e di guerre, incognite che rappresentano un pericolo di distruzione totale per la civiltà, al punto che alcuni ne sono ossessionati. Domande come queste: “Che cosa è la vita? Perché sono nato? Perché soffriamo? Avremo un giorno la gioia di soddisfare i nostri aneliti di felicità? Che ne sarà del futuro dei nostri figli? Perché tollera Dio queste guerre tanto inumane e crudeli? Perché Dio permette che l’empio cresca, mentre il giusto molte volte soffre per la sua fedeltà ed è sottovalutato dagli altri?”. Queste e mille altre domande rimangono senza risposte senza la fede in Dio e nella sua Parola. Certo, ci sono molti misteri che non comprenderemo mai in questa vita; ma possiamo ospitarli nella fede. Perché no? In fondo, senza Dio dove pensiamo di ospitarli in attesa di risposte?. Nella dinamica della vita, la fede è del tutto indispensabile. Di fronte ad un fatto che i suoi discepoli non potevano comprendere, il Signore disse loro: «Abbiate fede in Dio» (Mc 11:22). Quando Dio parla ai nostri cuori, è possibile che più di mille cose non siamo in grado di capire e queste possono elevarsi come un muro e frapporsi tra noi e Gesù Cristo. Ma il Signore ci dice: «Abbiate fede in Dio». Se seguiamo il consiglio divino, a poco a poco, le cose continuano a rischiararsi e Dio si fa sempre di più strada nei nostri cuori e sarà più reale e divino. «Tramite la fede possiamo proiettarci nel futuro ed essere sicuri che, come ha promesso il Signore, se vivremo in comunione con colui che è la fonte di ogni conoscenza, l’intelletto e tutte le altre facoltà, si svilupperanno. Rallegriamoci al pensiero che Dio desidera renderci comprensibile tutto ciò che ci crea perplessità, ciò che non riusciamo a capire o che non appare chiaro per la nostra mente così limitata». (La via migliore p. 112, 113, ed. AdV, Impruneta (Fi). Past. Francesco Zenzale

Che cosa significa credere in Dio?

«Tu credi che c’è un solo Dio, e fai bene; anche i demòni lo credono e tremano» (Gc 2:19). Per credere occorre l’esperienza di Dio, ma non averla non significa negarla come possibilità e per principio, semplicemente rilevare che non lo si è incontrato o riconosciuto laddove si manifesta. Nelle lettere ai Romani L’apostolo Paolo scriveva: «Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo…» (At 17: 26-28). Dio cerca l’uomo col desiderio che questi sia disposto a vivere un’esperienza con Lui e che prenda coscienza che è parte integrante di Dio e del suo amore. Credere in Dio significa diminuire enormemente il narcisismo e l’egocentrismo, quel bisogno di disporsi al centro dell’attenzione e di riportare a sé e solo a sé ogni significato e tutto il senso della vita e del mondo. Se credo in Dio, credo necessariamente che il mio «io» dipende da lui e quindi che non potrò impormi o spendere il mio tempo per un’autocelebrazione (1Co 1: 30-31). Il credere permette di separare meglio il narcisismo (l’autocompiacimento) dall’autostima, che nella fede in Dio si amplia perché c’è la consapevolezza di un valore ancor più alto dell’umano, che sconfina appunto con l’eterno e con il significato dei significati che nell’eterno e non nella storia si pone. Il narciso chiede solo di essere amato; l’autostima dà il coraggio di amare di difendere il diritto di amare. Il credere dunque pone una grande differenza tra il gusto di imporre la propria figura e invece di darsi. Il piacere di notare che l’altro ti guardi e ti ammiri o piuttosto il piacere di notare l’altro, di dirgli buongiorno fino a compiere gesti di aiuto e di amore. Una persona che crede in Dio non può essere narcisista, se lo è, sarei portato a pensare che non crede. Perché chi crede trova più piacere a dare e a mostrare non se stessi, ma quel Dio che semmai vorrebbero condividere (At 20:35). Credere in Dio ha delle specificazioni proprie e il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe si pone con due «provocazioni» che sembrano folli. La prima e di chiedere ai credenti di perdonare il nemico (Mt 5:44). Una richiesta addirittura contro la biologia, che pone la lotta contro il nemico come fondamento della sopravvivenza e della vita su questa terra. La seconda rivoluzione è quella di mostrare il proprio Dio in croce e dunque non nella iconografia di un potente seduto di scanno d’oro, bensì penzoloni da una Croce sanguinate (1Co 1: 22-25; Gl 6:14). Credere in Dio significa vivere nell’attesa del regno di Dio, di un regno di pace che viene dall’alto e non dal basso che induce il credente a non pensare ad un potere della terra e che non può certo fare strategie di vittoria con le armi e con l’odio. Insomma un Dio che insegna a volere bene (Ro 12:18). Past. Francesco Zenzale

Che cos’è la fede?

«Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno» (Eb 4:16). Secondo la Parola di Dio «la fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di realtà che non si vedono» (Eb 11:1). In altre parole, la fede è l’assoluta certezza che si sviluppa nel credente e che lo induce a considerare come già realizzate fatti e azioni che non si sono ancora avverati, nei confronti dei quali non si ha il minimo dubbio sulla loro realizzazione. La fede non è un’emozione, ma un principio essenziale dell’esistenza che ci permette di camminare nel silenzio di Dio e nelle incomprensioni della vita. Un principio inalterabile nonostante le apparenze o davanti a dei fatti incontrovertibili. La fede va oltre l’evidenza dei fatti. Il credente accetta quello che Dio afferma benché la mente umana non lo capisca e benché tutto il mondo lo neghi. Ci sono delle esperienze evangeliche che illustrano questa profonda verità. Fra le tante, quella di Jairo un capo della sinagoga, il quale andò da Gesù e lo pregò in ginocchio che andasse a casa sua perché sua figlia di dodici anni era agonizzante. Mentre sperava che Gesù intervenisse miracolosamente, arrivò un messaggero per dirgli che non disturbasse più il Maestro, perché sua figlia era morta. Terribile colpo per Jairo. Ma Gesù che aveva ascoltato il messaggio, gli disse: «Non temere; solo abbi fede, e sarà salva» (Lc 8:50). Arrivato alla casa del povero Jairo, vi entrò è constatò che effettivamente la bambina era deceduta. Naturalmente “tutti piangevano e facevano cordoglio per lei. Ma egli disse: «Non piangete, perché non è morta, ma dorme». La risposta della gente comune fu: E ridevano di lui, sapendo che era morta” (Lc 8:52-53). La bambina era veramente morta e evidentemente non c’era più nulla da fare. Tuttavia, la fede va contro l’evidenza. Infatti, Gesù aveva detto: «Non piangiate, non è morta, ma dorme». Gesù la resuscitò. La fede va oltre la ragione e i sensi. A volte la ragione, coglie come impossibile quello che la fede ci dice che sarà possibile. Pascal disse: “La fede afferma quello che non affermano i sensi, ma non è contro quello che questi percepiscono. Sta al di sopra di essi, ma non contro”. «Fede significa avere fiducia in Dio, credere che egli ci ama e sa ciò che è meglio per il nostro bene. Essa ci insegna a scegliere le sue vie al posto delle nostre; ad accettare la sua sapienza invece della nostra ignoranza, la sua forza in luogo della nostra debolezza, la sua giustizia anziché la nostra natura peccaminosa. La nostra vita appartiene già al Signore; la fede riconosce questa sovranità e accetta le benedizioni che ne derivano. Verità, onestà, purezza sono indicate come segreti di riuscita nella vita, e la fede ci permette di venirne in possesso» (E. G. White, Principi di educazione Cristiana, “fede e Preghiera” p. 208, ed. AdV, Impruneta (Fi). La fede non è cieca. È piuttosto una chiara visione spirituale della vita. Quando Abramo fu chiamato per Dio, senza vacillare, senza porre alcun domanda, per fede ubbidì ed uscì senza sapere dove andava. Aveva piena fiducia in Dio. Per lui, gli esseri umani potevano fallire, ma Dio no! La sua non fu una fede cieca, ma una fede sensata, giudiziosa, basata nell’esperienza della presenza di Dio nella sua vita. «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovare grazia ed essere soccorsi al momento opportuno» (Eb 4:16). Past. Francesco Zenzale


GESÙ CRISTO
Gesù e la tendenza al peccatoGesù è Dio?Chi è Gesù? (2)Com’era la personalità di Gesù? (3)

Gesù e la tendenza al peccato

Questo è un argomento molto discusso e credo che sia difficile arrivare ad una conclusione. Alcuni teologi sostengono che Gesù sia stato uomo come Adamo ed Eva, altri invece come uno di noi con la tendenza al peccato, ma senza peccare. Nel secolo scorso teologi come Karl Barth, Emil Brunner, Oscar Cullmann, J.A.T. Robinson, Thomas F. Torrance, il pastore riformato Roland de Pury non sospetto di liberalismo teologico, il cattolico Giuseppe Bonsirven e altri, presentano la condizione del Cristo dalla natura caduta, assoggettata al peccato pur non sperimentandolo. «Il test al quale il Cristo dovette far fronte fu infinitamente più difficile di quello di Adamo e di Eva, poiché aveva preso la natura decaduta, ma non corrotta, che sarebbe stata tale se il Cristo avesse risposto alle parole di Satana piuttosto che a quelle di Dio». «E. White e i partigiani della cristologia tradizionale hanno sempre fatto la differenza tra ciò che hanno chiamato “le tendenze ereditarie al male” che ha ogni persona “nata da una donna, nata sotto la legge”, e “le tendenze coltivate” che sono quelle proprie di tutti gli uomini peccatori per essere stati sopraffatti dalla tentazione. Ora, se Gesù ha ereditato le tendenze naturali al male, non le ha, tuttavia mai coltivate. Per questo Ellen White ha potuto scrivere che (Gesù) ha fatto l’esperienza della “forza della tentazione.” Della “forza della passione”, come anche “delle propensioni naturali”, ma senza mai soccombere alle loro potenze di attrazione. “Come ogni discendente di Adamo egli accettò le conseguenze dell’ereditarietà, che possiamo scorgere nella vita dei suoi antenati terrestri. Così egli venne a condividere i nostri dolori e le nostre tentazioni e a darci l’esempio di una vita immune dal peccato”». La vittoria di Gesù sulla croce, per sé e in favore dell’uomo, va quindi oltre a una liberazione dalle infermità innocenti. Il prof. M. Fernandez scrive: «Se Dio ha voluto “condannare il peccato” nella carne del Cristo (Rm 8:3), deduciamo dall’evidenza che la sua natura umana doveva portare qualcosa da condannare – per liberare l’uomo – affinché non “sia più schiavo di questo peccato”… Se il Cristo avesse portato in sé le infermità innocenti, potremmo dire che la natura del “nostro vecchio uomo” sia limitata a queste sole caratteristiche benigne? Meritavano allora d’essere “crocifisse con lui” sul Golgota? Lo ripetiamo, essendo la croce una maledizione (Gl 3:13; Dt 21:23) sul peccato, perché maledire del nostro vecchio uomo queste sole infermità innocenti, senza voler giungere alla causa stessa che le ha prodotte?.» Quindi la natura di Cristo dopo il peccato di Adamo, pur non avendo una propensione al male che caratterizza l’intera umanità incapace di vivere il bene e la giustizia, non consisteva soltanto nella partecipazione alle “infermità innocenti”, cioè alle conseguenze esterne del peccato. Ancora il prof. M. Fernandez scrive: «Cristo ha rotto – mediante la carne della sua natura decaduta – i legami mediante i quali la legge del peccato e della morte ci mantengono separati da Dio, dunque incapaci di amare. C’era dunque un ostacolo da distruggere nella natura umana, bisognava che il Cristo fosse inviato in una natura unica: che doveva avere in sé contemporaneamente la legge del peccato e della morte, causa della nostra morte, e il suo principio distruttore: la legge dello Spirito di vita, antidoto del peccato. Gloria al Cristo e allo Spirito santo, poiché la legge dello Spirito di vita in Gesù Cristo ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte!»

Gesù è Dio?

«Io e il Padre siamo uno. I Giudei presero di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: «Vi ho mostrato molte buone opere da parte del Padre mio; per quale di queste opere mi lapidate?». I Giudei gli risposero: «Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia; e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 8: 30-33). Nel Nuovo Testamento Gesù e il Padre sono due persone distinte. Questo fatto viene sottolineato in diversi brani nei quali il Signore parla del Padre come di suo Padre (Mt 7:21; 10:32,33; 11:27; Lc 10:22; 22:29; Gv 5:17; 6:32) e si rivolge a lui dicendo semplicemente «Padre» (cfr. Mt 11:25,26; Mc 14:36; Lc 22:42; Gv 17:1,5,21,24). Non solo il Padre è chiamato Dio, ma gli attributi che lo caratterizzano appartengono solo a lui. Egli è santo (cfr. Gv 17:11,25), sovrano (Mt 6:10; 11:25; Lc 10:21), eterno (Gv 5:26; 6:57), onnipotente (Mc 14:36; Ap 3:21), glorioso (Mt 16:27; Ef 1:17) e onnisciente (Mt 6:8; Mc 13:32; Lc 12:30). Si deve adorare il Padre (Gv 4:23; Ef 3:14). Chi è santo, onnipotente, eterno, glorioso, onnisciente e degno di essere adorato se non Dio stesso? Ma quello che è sorprendente e che tutti questi attributi, sono riferiti anche a Gesù Cristo. Certamente, non fu facile per i primi cristiani di origine giudaica riconoscere la divinità di Cristo; tuttavia gli scritti del Nuovo Testamento confermano questa radicale inversione di marcia, attribuendogli tutti i titoli. Facendo eco alle rivendicazioni implicite di Gesù alla divinità (Gv 8:58; 17:5; Mc 2:1-12), i primi cristiani parlano di lui come Dio (Tt 2:13; Eb 1:8; Ro 9:5) e lo chiamano spesso Signore (At 11:16; 19:17; 22:10; Ro 1:4,7; 10:9; Fil 4:5), non esitando, all’occasione, a usare superlativi quali: «Il Signore di tutti» (At 10:36), «il Signore della gloria» (1 Cor 2:8), «Gesù nostro Signore» (1 Cor 9:1) …, «il Signore dei signori» (Ap 17:14; 19:16). Scritto all’incirca sessantacinque anni dopo la risurrezione del Signore, il vangelo di Giovanni inizia con la seguente affermazione: «La Parola era con Dio, e la Parola era Dio» (1:1). Anche qui, il Figlio è chiaramente distinto dal Padre. Tuttavia esiste tra di loro una stretta comunione, infatti la preposizione greca pros (con) non esprime solo una prossimità fisica, ma ancor più un’intimità di rapporto tra il Padre e il Figlio. Il Cristo è celebrato come eterno (Mt 28:20; 1 Gv 1:2), non creato, nato da nessuno (Gv 1:1; Ap 22:13), santo (Eb 7:26; 1 Pt 1:19; Ap 3:17), immutabile (Eb 1:12;13:8), onnipresente (Mt 28:20; 18:20). Dobbiamo stupircene? Come il Padre, egli è impegnato nelle opere divine della creazione (Gv 3:35; Col 1:16), della provvidenza (Gv 3:35; Col 1:17; Eb 1:3), del perdono dei peccati (Mt 9:1-8; Col 3:13) della risurrezione e del giudizio (Mt 25:31-46; Gv 5:19-29; 2 Tm 4:1,8), della dissoluzione finale e del rinnovamento di ogni cosa (Fil 3:21; 2 Pt 3:8- 13; Ap 21:5). Aggiungiamo che se il Padre è degno di adorazione, altrettanto lo è Gesù Cristo. «Degno è l’Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l’onore, la gloria e la lode», cantano gli esseri celesti (Ap 5:12). Ed è proprio volontà del Padre «che tutti onorino il Figlio come onorano il Padre» (Gv 5:23). Gli angeli stessi, su richiesta del Padre, sono chiamati ad adorare Gesù (Eb 1:6). Gesù è Dio! Lo è anche per te? Tratto da “Ascolta la Parola”, di G. Marrazzo, ed. AdV. Impruneta (Firenze). Adattato dal Past. Francesco Zenzale

Chi è Gesù? (2)

«Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Perciò Gesù disse ai dodici: «Non volete andarvene anche voi?» Simon Pietro gli rispose: «Signore, da chi andremmo noi? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e abbiamo conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6: 66-69). La persona di Gesù è al centro della Bibbia (Gv 5: 39). Non c’è pagina nell’A.T. e nel N.T. che non faccia menzione di Gesù. Dalla Genesi all’Apocalisse il nome di Gesù è esaltato, lodato e glorificato. Che cosa distingue Gesù da un uomo qualunque? Cos’è che rende la sua persona così unica e meravigliosa? Perché occupa nella Bibbia una posizione di primo piano? Indubbiamente Gesù Cristo è ineguagliabile, unico e completamente diverso da tutti i nostri eroi (modelli di vita). Egli non può essere paragonato a nessun altro essere e si eleva sopra di tutti! Parlare di Gesù e delle sue meravigliose opere è un’impresa quasi impossibile. Tutta l’eternità non è sufficiente ad includere la pienezza della sua Persona. É stato battezzato e definito come «l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» (Gv 1.29), poi come «colui che viene dall’alto…» (Gv 3: 31), quindi come un uomo «ubbidiente fino alla morte» ed infine, «sovranamente innalzato… affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre» (Fil 2:9-11). 1. Gesù è meraviglioso perché viene dall’eternità (Mic 5:2). L’esistenza di Gesù non iniziò nel momento in cui nacque dalla vergine Maria, ma egli era glorificato presso al Padre prima ancora che il mondo esistesse (Gv 17: 5 e 24). Gesù è Dio fattosi uomo (Gv 1: 1,14). 2. Gesù è stupendo per la sua nascita soprannaturale. Nacque per opera dello S. Santo (Mt 1:18; Lc 1:35). Se le cose non fossero andate in questo modo, Egli non potrebbe essere il nostro redentore poiché‚ sarebbe un peccatore come tutti noi e, come tale, avrebbe avuto bisogno d’essere salvato. 3. Gesù è meraviglioso per la sua vita perfetta. Gesù è stato perfettamente divino e perfettamente umano allo stesso tempo. Come uomo è stato affamato; come Dio è il Pane della Vita. Come uomo ha detto: «Ho sete»; come Dio ha detto: «Chi ha sete venga e troverà da bere». Come uomo era stanco; come Dio Egli dona riposo (Mt 11:28) a tutti quelli che vengono a Lui. Come uomo ha pregato; come Dio Egli non cessa di ascoltare le nostre preghiere. Come uomo Egli ha pianto; come Dio Egli ha il potere di asciugare le nostre gocce di pianto (Ap 21:4). 4. Gesù è incantevole per il suo potere soprannaturale. Il potere di Gesù era tanto forte che, nel momento in cui Pietro tirò fuori la spada e staccò un orecchio del servitore del Sommo Sacerdote, egli lo rimise a posto e lo guarì perfettamente. Gesù aveva creato ogni cosa, anche l’orecchio (Luca 22: 50-51). Gesù è la risposta ad ogni domanda. Egli elimina ogni timore e fa cessare ogni tormento, donando la sua pace. Egli è la rosa di Sharon, il giglio della valle, il balsamo di Gelead per la nostra anima. Egli ha creato i mondi. Ha cambiato il destino delle nazioni. Egli ha vinto le malattie e la morte. La Bibbia ci dice che perfino il vento e le onde Gli obbediscono. 5. Gesù è magnifico a causa dei suoi insegnamenti perfetti. Le turbe stupivano del suo insegnamento (Mt 7:28-29). Non diceva mai: potrebbe essere così, o andate a consultare gli esperti che ne sanno certamente di più. Gesù Cristo è l’autorità stessa in ogni questione o diverbio! Gesù ha sempre detto: «In verità ti dico…», mai: questo o quello ha detto. 6. Gesù è sbalorditivo a causa della vita che ha offerto per noi. Uomini importanti di questo mondo sono forse stimati per quello che hanno fatto nella loro vita. Gesù Cristo è conosciuto soprattutto per la sua morte. Il sacrificio è la traccia che ci guida attraverso tutta la Bibbia. La sua morte è stata annunciata migliaia di anni prima (Gn 3:15) É stata rappresentata in modo simbolico da sacrifici offerti dal popolo d’Israele. Gesù stesso ha parlato della sua morte quando disse: «Per questo sono venuto al mondo». La sua morte ha un valore inestimabile. Non fu una morte comune, ma è stato trafitto a causa dei nostri peccati (Is 53). 7. Gesù è splendido per la promessa del suo ritorno. Come è venuto la prima volta, così verrà sicuramente anche la seconda (Eb 9: 27-28). Ben presto questo meraviglioso, splendido, incomparabile Gesù tornerà in tutta la sua gloria (Gv 14:1-3). In quel giorno glorioso i libri saranno aperti, i segreti che ogni essere umano ha celato nel suo cuore verranno alla luce. I servitori fedeli saranno accolti nella casa del Padre. Essi udranno una voce soave: «Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Mt 25:34). Gesù è la luce del mondo, il pane della vita, la vera vite, il buon pastore, la porta che conduce al cielo. Gesù è incomparabile e non c’è nessun altro come Lui. Nessuno può reggere il confronto. Egli è l’io sono (Gv 8:58). Chi è Gesù per te? Past. Francesco Zenzale

Com’era la personalità di Gesù? (3)

«Poi partì di là e andò nel suo paese e i suoi discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga; molti, udendolo, si stupivano e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? Che sapienza è questa che gli è data? E che cosa sono queste opere potenti fatte per mano sua? Non è questi il falegname, il figlio di Maria, e il fratello di Giacomo e di Iose, di Giuda e di Simone? Le sue sorelle non stanno qui da noi?» E si scandalizzavano a causa di lui» (Mc 6.1-3). Soffermarsi sulla personalità di Gesù, cogliere i suoi tratti caratteriali potrebbe sembrare un’irragionevole audacia, considerando lo spessore teologico, spirituale, la sua umanità e divinità. Ma non lo è! L’importante è farlo con una serena e forte dose di umiltà, con spirito di preghiera e con la dovuta disponibilità di tempo, lasciandosi coinvolgere intimamente. “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me, perch’io sono mansueto ed umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Mt 11: 28-30). Quest’invito, che Gesù rivolge alla gente del suo tempo, erompe da una ponderata e attenta osservazione dell’animo umano. Il testo biblico c’informa che Gesù “andava attorno per tutte le città e per i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando l’evangelo del Regno, e sanando ogni malattia ed ogni infermità. E vedendo le turbe, n’ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore” (Mt 9: 35-36). Gesù era un uomo che si muoveva fra la gente cercando il contatto personale. Non aveva stabilito un centro socio spirituale e sanitario, aspettando che la gente andasse da Lui, ma percorreva a piedi città e villaggi. Ciò significa che era un uomo fisicamente robusto, aperto, sensibile, ed entrava in contatto con le persone prendendo coscienza dei loro bisogni. Conosceva gli esseri umani perché riusciva ad entrare in sintonia con la loro vita interiore, ascoltando, condividendo e osservando e pregando per e con loro. Gesù non fu un uomo superficiale, ma profondo e di una sensibilità ineguagliabile. Fu un uomo con una vita interiore profonda, integra e con eccellenti capacità espositive. Sapeva parlare al cuore perché, stando ai suoi stessi nemici: «Nessun uomo parlò mai come quest’uomo!» (Gv 7:46). Le sue emozioni sono tutte dense e forti e non vi è in esse nulla di esteriore. La sua straordinaria sensibilità ha un’intensità distintamente soprannaturale quando, ormai consumato dal tradimento, cerca ancora di salvare l’anima del traditore e quando, sulla croce, perdona coloro che lo hanno condotto sul patibolo: «perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23:34). La sua profondità poi è tale che, oggi, a quasi duemila anni di distanza, si riesce a toccare con mano e con il cuore, la verità del suo insegnamento, capace di scandagliare i cuori e di addurli al suo amore. In breve, molti hanno un’idea sbagliata della vita e del carattere di Gesù: lo immaginano privo di calore umano, pessimista, severo, triste e pensano che anche l’esperienza religiosa sia così. Spesso oltre a dire che Gesù pianse, si sostiene che egli non abbia mai sorriso. È vero che il Salvatore ha sofferto molto, perché era sensibile a tutte le disgrazie umane; è vero che ha vissuto una vita fatta di rinunce, rattristata da dolori e preoccupazioni, ma non si è mai abbattuto. L’espressione del suo volto non era mai preoccupata o addolorata, anzi ispirava sempre pace e serenità; ovunque andasse Gesù, portava gioia e felicità perché da lui proviene la vita. Se Gesù non fosse stato un uomo simpatico difficilmente i fanciulli si sarebbero avvicinati a lui e indubbiamente l’invito (Mt 11:28) rivolto agli angosciati, ai diseredati, agli orfani, sarebbe caduto nel vuoto. Come il Salvatore dimostrava sempre grande serietà e impegno, senza mai essere imbronciato o depresso, così la vita di coloro che lo imitano sarà caratterizzata da seri propositi e da un profondo senso del dovere; essi eviteranno ogni leggerezza, ogni divertimento volgare e ogni scherzo offensivo. La religione di Gesù è caratterizzata dalla serenità, non soffoca la gioia, non limita l’allegria né rattrista chi è sorridente e gioioso. Se colui che è venuto per servire e non per essere servito, regna nei nostri cuori, noi ne seguiremo l’esempio. Come vivi Gesù? Past. Francesco Zenzale


IL SENSO DELLA VITA
Perché siamo nati (1)Perché siamo nati (2)Perché siamo nati (3)Perché siamo nati (4)Perché siamo nati (5)Perché Dio non risponde?Perché devo lodare il Signore?Perché il peccato e la sofferenza?

Perché siamo nati (1)

“La parola del Signore mi fu rivolta in questi termini: ‘Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni’” (Geremia 1:4-5). “Mi chiamo… e sono avventista anch’io. Ho una domanda da farvi: perché noi siamo qui sulla terra? Qual è il motivo per cui dobbiamo vivere qui?”. Ci sono due cose che l’uomo ha bisogno di sapere: chi è, e conoscere perché è qui! Egli non può vivere se non scopre che senso ha la sua vita: rischia l’infelicità. Ora, noi sappiamo che Dio ha creato ogni cosa con uno scopo. Nulla è stato lasciato al caso! Ogni pianta e ogni animale sono stati creati per dei motivi ben precisi. Per il fatto stesso che siamo qui, su questa terra, vuol dire che Dio ha uno scopo per la nostra vita. In Genesi 1:28 leggiamo: “Dio li benedisse; e Dio disse loro: ‘Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, rendetevela soggetta…’”. Il primo motivo per cui siamo su questa terra è quello di condividere la creatività di Dio, mediante la formazione di un nucleo familiare. Dio crea dalla sua parola, da se medesimo. L’uomo, a differenza degli animali, è reso consapevole dell’amore di Dio, della sua capacità di far fluire dal suo amore ciò che è “molto buono” (Genesi 1:31). Dio crea a partire dalla polvere, dalla materia inorganica (Genesi 2:7), l’essere umano crea a partire dalla ciò che esiste ed è vivente, l’altro/a, mediante l’intimità. Nel contesto di Genesi 1 e 2, l’intimità deve essere preceduta dall’amore così come Dio ha creato ogni cosa a partire dal suo amore. L’intimità è “l’incarnazione dell’amore”. Ciò significa che se manca il rapporto personale, l’affettività, l’incontro, il senso di affidamento, la progettualità, l’atto sessuale cessa di avere una funzione espressiva. Emotivamente può essere ancora piacevole o eccitante, ma spiritualmente è avvertito come un’azione vuota, e una volta svanita la sensazione emotivamente piacevole, ciò che resta è il senso di vuoto. “Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo” (Genesi 2:23; cfr. 1Corinzi 7:4).

Perché siamo nati (2)

Un altro motivo per cui siamo nati è quello di gestire il creato. In Genesi 1:28, il Signore invita l’uomo “a rendere soggetta la terra, dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla terra”. Questo testo è di fondamentale importanza per una sana ecologia o per mantenere in buona salute l’ambiente, lo spazio in cui l’uomo vive. Pertanto la gestione del mondo creato è di importanza vitale. Il termine dominare non va inteso nel senso di sopraffare, di distruggere l’ambiente, ma di gestire la terra nella grazia di Dio e secondo le sue direttive. Tale pensiero è ben espresso in Genesi 2:15: “Dio il Signore prese dunque l’uomo e lo pose nel giardino di Eden perché lo lavorasse e lo custodisse”. Siamo nati per partecipare alla gestione del creato mediante il lavoro che dà senso alla vita, per partecipare con gioia alla gestione della terra e per formare un carattere creativo, dinamico ed entusiasta. In tal senso, studiare acquista un valore esistenziale se è vissuto nella prospettiva della realizzazione del sé (io) nella prospettiva di Dio. La formazione intellettuale e pratica favoriscono la dignità, l’autostima e la creatività dell’essere umano creato a immagine di Dio. Scriveva la signora White: “I giovani devono capire che la vita è assiduo lavoro, responsabilità e dovere. Essi hanno bisogno di un’educazione che li renda uomini e donne capaci di fronteggiare gli imprevisti. Devono imparare che la disciplina di un lavoro sistematico e regolare è essenziale, non solo come difesa contro le vicissitudini della vita, ma anche come aiuto per lo sviluppo dell’intero essere”. ? vero che le mutate condizioni della terra, in seguito alla maledizione del peccato, hanno prodotto un cambiamento nelle stesse condizioni del lavoro; tuttavia, anche se accompagnato da ansietà, stanchezza e fatica, il lavoro continua a essere fonte di gioia e di crescita costituendo una salvaguardia contro la tentazione. La sua disciplina frena l’intemperanza e stimola all’attività, alla correttezza e alla costanza. In tal modo esso diventa parte del piano di Dio per redimerci. Il lavoro quotidiano, perciò, invece di essere qualcosa di meccanico, privo di profonde riflessioni, deve essere illuminato e nobilitato dal costante richiamo a ciò che è spirituale, invisibile ed escatologico.

Perché siamo nati (3)

Il terzo motivo per cui siamo su questa terra lo troviamo in Genesi 1:29: Dio disse: “Ecco, io vi do ogni erba che fa seme sulla superficie di tutta la terra, e ogni albero fruttifero che fa seme; questo vi servirà di nutrimento”. Questo testo, a prima vista, sembra che non abbia nulla a che fare con lo scopo per cui vivere, ma non è così. Nutrirsi è fondamentale alla vita, non solo biologica, ma anche psicologica: “Mente sana in un corpo sano”. L’esistenza della persona, il suo divenire è intimante legato alla salute. Stare bene fisicamente dà modo di muoversi, lavorare, creare e istituire delle serene e apprezzabili relazioni. Possiamo riassumere molte delle caratteristiche della nostra esistenza dicendo che l’essere umano è essenzialmente corporeo. Esistiamo in una forma corporea. Non si tratta semplicemente del fatto che abbiamo un corpo. Più precisamente, noi siamo il corpo. Troviamo questa fondamentale caratteristica dell’esistenza umana in una delle più importanti dichiarazioni bibliche sull’uomo: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi 2:7, versione Cei). Il corpo, dunque l’organismo fisico, è un aspetto costitutivo dell’esistenza umana. Non possiamo immaginare la vita umana al di fuori di un qualche tipo di corpo. In realtà, un essere umano senza corpo costituirebbe una contraddizione di termini. Dal momento che l’esistenza degli uomini e delle donne è essenzialmente corporea, ne consegue che il corpo è qualcosa di buono che merita di essere trattato con cura. In se stesse, le cose che rendono la nostra vita fisica gradevole sono buone, pertanto non c’é niente di male nel mangiare e nel bere. Dio stesso provvide al cibo di Adamo ed Eva (Genesi 2:9,16). Gesù promise di mangiare e bere con i suoi discepoli nel regno di Dio (Luca 22:16-18), e Giovanni vide i redenti liberati dal problema della fame e della sete (Apocalisse 7:16). Nella visione cristiana dell’uomo, dunque, l’idea che i bisogni fisici naturali debbano essere repressi, è totalmente assente. Nella ricerca della santità, erroneamente, delle persone vivono senza mangiare e bere a sufficienza per lunghi periodi. Abbiamo bisogno di recuperare il senso della vita tenendo conto di quanto sia importante prendersi cura della salute, mediante un’alimentazione sana, adeguata alle esigenze del nostro organismo e che sia in rapporto al tipo di attività che svolgiamo. Non dobbiamo vivere per mangiare, ma mangiare per vivere alla gloria di Dio. “Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualche altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio” (1Corinzi 10:31).

Perché siamo nati (4)

Il quarto motivo per cui siamo nati è ben evidenziato nel testo di Romani 8:29: “Perché quelli che ha preconosciuti, li ha pure predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, affinché egli sia il primogenito tra molti fratelli”. “Il significato fondamentale del peccato è il ‘fallimento’ come uomini creati a immagine di Dio. Questo fallimento consiste nella rottura della nostra relazione con Dio e con gli altri esseri umani, rottura che comporta sfiducia, orgoglio, disubbidienza, ribellione e ingratitudine … La natura umana è stata corrotta nel profondo di se stessa e in essa alberga un’ostilità istintiva verso Dio (Romani 8:7); è debole e soffre di un’inclinazione, quasi incosciente, al peccato. Questa natura, dominata dal peccato, governa la razza umana (Romani 8:9) e a causa di questa schiavitù è impossibile agli uomini divenire fedeli amministratori di Dio … Il peccato, rivolta contro Dio, non ha prodotto soltanto l’egoismo e la schiavitù: esso ha anche deformato l’immagine di Dio nell’uomo (Romani 3:23)” (G. Marrazzo). A causa del peccato la nostra natura fisica, spirituale e morale è stata alterata. Pertanto l’umanità ha perso il senso della vita e la dignità di essere figlia di Dio. Ma grazie all’amore del Creatore, possiamo recupere ciò che è perduto perché in Gesù, mediante l’opera dello Spirito Santo, possiamo acquisire il carattere di Cristo ed essere adottati da Dio come suoi figli (Efesini 5:1). Siamo “predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio di Dio”, ciò significa che siamo orientati, grazie all’opera dello spirito Santo, ad acquisire la libertà interiore, spirituale e sociale, che è stata di Gesù Cristo. Tale aspetto è ben evidenziato nel magistrale capitolo sulla risurrezione (1Corinzi 15). In questo brano, Paolo, ispirato dal Signore, ci offre la possibilità di cogliere il senso della vita secondo Dio. Nei versetti da 42 a 49, egli pone l’uomo di fronte a se stesso e all’ideale secondo Dio, offrendogli la possibilità di superarsi. Un movimento che parte dalla situazione attuale e va verso l’ideale: il corruttibile diventa incorruttibile; l’ignobile diventa glorioso; il debole diventa potente; il naturale diventa spirituale; il terreste diventa celeste. “Come abbiamo portato l’immagine del terrestre, così porteremo anche l’immagine del celeste» (1Corinzi 15:49). Lo scopo per cui siamo nati è vivere in relazione ai valori divini e al nostro divenire secondo Dio, nella prospettiva della vita eterna.

Perché siamo nati (5)

“Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente” e “Ama il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22:37-39). La quinta ragione per cui siamo stati posti su questa terra è che siamo stati creati per amare. Non amare significa morire. Le persone che professionalmente hanno successo e non hanno scoperto la vera dimensione dell’amore vivono sì, ma come se fossero morte. August Aguillar scrisse: “L’uomo é condannato ad amare, perché quando non sceglie di farlo rimane nella solitudine e nella distruzione”. “Molti uomini e molte donne hanno il cuore duro perché l’affetto è stato considerato come una debolezza e quindi represso. Le buone disposizioni di queste persone sono state soffocate durante la loro fanciullezza, e se la luce dell’amore di Dio non infrange il loro freddo egoismo, la loro felicità sarà per sempre perduta” (E. G. White). Io credo che questo sia vero, che la vita abbia senso solo quando ci doniamo, quando amiamo e ci lasciamo amare. Dio, che è amore, ci ha creati per questo proposito. Se vogliamo godere della pace, della piena felicità, dobbiamo organizzare la nostra vita orientandola secondo l’esperienza di Cristo: egli amava e si lasciava amare. Questo ci aiuterà non solo spiritualmente, ma anche fisicamente ed emotivamente. Le persone con pochi amici e che evitano i familiari, che non amano e non si lasciano amare hanno un tasso di mortalità due volte maggiore di coloro che invece vivono bene con se stesse e con gli altri. Già Anseiller, lo specialista e inventore della parola stress, ha constatato che molte persone amabili, comprensive e che offrono attenzione agli altri hanno molto meno stress. Questo specialista fu il primo a scoprire che quando offriamo calore umano agli altri il nostro corpo produce un ormone chiamato endorfina che è un ormone del benessere. Se vogliamo dare un senso alla vita, dobbiamo avere nell’intimo ciò che Dio ha più a cuore: amare e lasciarsi amare. Chi non ama e non si lascia amare è condannato a un’esistenza fragile, priva di significato. Più ci chiudiamo in noi stessi, nel nostro mondo, sgradevole o piacevole che sia, più la vita perde valore. Jean Lacroix, diceva: “L’amore impone una disarticolazione anticipata di se stessi, ma quest’atto così difficile è anche una nuova creazione, perché è come mettere un altro dentro di noi, che diventa più importante di noi stessi. Amare é morire per poi risuscitare”. Arriverà il giorno in cui il vostro medico vi consiglierà esercizio fisico regolare, alimentazione sana e un gesto amico nei confronti di qualcuno.

Perché Dio non risponde?

“Egli è pieno d’orgoglio, non agisce rettamente; ma il giusto vivrà per la sua fede” (Abacuc 2:4). La digitalizzazione della vita da una parte sta creando dei credenti sempre più impazienti e bisognosi di speciali riunioni improntate sulla risposta immediata di Dio, dall’altra promuove la perdita della spiritualità caratterizzata dalla rassegnazione. Ma Dio non si lascia intrappolare dal culto dell’immediato, come spesso accade a noi, e non cede alla rassegnazione. Quasi ogni giorno ricevo delle email imbevute di quel senso di inerzia e di abbandono. Uomini e donne che continuamente si chiedono: perché Dio non risponde? Perché non esaudisce le mie preghiere? Sono anni che soffro, perché… Mi resta difficile capire l’agire di Dio nella mia vita, come nella vita di chi si rivolge a me per una parola di conforto o per avere delle risposte, perché ci sono delle cose che la gente sa di noi e che noi non sappiamo; delle altre che gli altri sanno e che noi sappiamo; altre ancora che solo noi conosciamo di noi stessi. Ci sono soprattutto delle cose che né gli altri né noi stessi conosciamo, ma unicamente Dio. Pertanto, ho fiducia che ogni anelito sarà accolto da Dio nella sua ghirba: “Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime nell’otre tuo; non le registri forse nel tuo libro?” (Salmo 56:8). C’è un capitolo nella Bibbia, che per me resta difficile da capire, sull’agire di Dio di fronte alla sofferenza, è l’undicesimo della Lettera agli Ebrei, il capitolo della fede, dove troviamo uomini e donne che sono benedette da Dio in un modo diverso rispetto ad altri: “Enoc rapito in cielo perché non vedesse la morte” (v. 5); alcuni “spensero la violenza del fuoco, scamparono al taglio della spada, guarirono da infermità, divennero forti in guerra, misero in fuga eserciti stranieri” (v. 34); ci furono anche delle “donne che riebbero per risurrezione i loro morti”, ma “altri furono torturati… messi alla prova con scherni, frustate, anche catene e prigionia. Furono lapidati, segati, uccisi di spada; andarono attorno coperti di pelli di pecora e di capra; bisognosi, afflitti, maltrattati erranti per deserti, monti, spelonche e per le grotte della terra” (v. 35-38). Ciò che unisce questi credenti dalle vite diverse è la fede (v. 39), che non è una bandiera da portarsi in gloria “ma una candela accesa che si porta in mano tra pioggia e vento in una notte d’inverno. I credenti non devono sentirsi come un esercito di soldati che cammina in trionfo e trae orgoglio e forza dal fatto di formare una schiera numerosa e unita. A Dio non piace di essere amato come gli eserciti amano la vittoria”. Sono parole forti, queste, annotate da una scrittrice “laica” come Natalia Ginzburg nel volume Mai devi domandarmi (1970), ma significative. A una specifica richiesta, dopo aver pregato tre volte, Dio rispose a Paolo: “La mia grazia ti basta” (2 Corinzi 12:9). Dio non esaudì la sua richiesta come sperava, ciononostante Paolo proseguì il suo audace viaggio nella fede, senza mai perdere di vista la grazia: Cristo Gesù. Più tardi comprese il motivo per cui non fu guarito: “affinché io non insuperbisca” (2 Corinzi 12:7). Dio vede la fine sin dal principio. Egli è infinito e onnisciente, coglie la nostra sofferenza e la realtà nel suo insieme. Vede le conseguenze sin dal principio, pertanto ci esaudisce secondo la sua volontà. Ma non solo, egli valuta la nostra richiesta in previsione della vita eterna. Per il nostro bene futuro ed eterno, a volte ci esaudisce in modo diverso da come noi desideriamo. Pertanto, “accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4:16).

Perché devo lodare il Signore?

“Un cuore allegro è un buon rimedio, ma uno spirito abbattuto fiacca le ossa” (Proverbi 17:22). I cristiani la cui esistenza è caratterizzata dalla tristezza, che spesso sono abbattuti, si lamentano o brontolano, suggeriscono un falso concetto di Dio e della loro esperienza spirituale e fanno pensare che il Signore non desideri che i suoi figli siano felici. La loro testimonianza è falsa e non risulta a vantaggio di Dio (E.G.White). Tutto l’universo e tutto ciò che è vivente è invitato a lodare il Signore come suggeriscono i Salmi, dal 148 al 150. Il versetto 10 del Salmo 145 afferma: “Tutte le tue opere ti celebreranno, o Eterno”. Lodare Dio è anche il compito più importante affidato agli angeli. Il paradiso risuona di cantici di lode a Dio (Apocalisse 4:8; 5:11,12; 19:6). Frances Metcalf nel suo libretto “Date gloria a Dio” riporta quei passaggi della Scrittura che attestano che Dio “siede sopra i cherubini” (Salmo 80:2; 99:1; Isaia 37:16). Si tratta dei cherubini che spezzano le catene dell’oppressione, che circondano il trono della Maestà Divina e che, giorno e notte, proclamano: “Santo, santo, santo è il Signore Iddio degli eserciti” (Isaia 6:3). Dio è circondato dalle lodi. La lode a Dio è quindi intimamente legata alla sua presenza. Benché Dio sia onnipresente le sue benedizioni non si riscontrano ovunque. Il suo aiuto giunge là dove egli è adorato, pregato e lodato. Nel Salmo 22:3 si legge: “Tu sei il Santo, che siedi circondato dalle lodi d’Israele”. Questo significa che Dio è presente dove le preghiere e le lodi sono sincere e si sperimenta la pace interiore. La presenza di Dio scaccia Satana, che non ha nessun potere di fronte al Signore e allontana dalla nostra mente i pensieri negativi e le funeste passioni. Il segreto di una fede che conduce alla vittoria sta proprio nella lode. Ciò che accade nel cielo dove la lode al Signore ha un posto tanto importante, dovrebbe servirci da esempio per la nostra vita terrena. La chiesa, comunità cristiana, ha smesso da un bel po’ di dare alla lode l’importanza che le è dovuta. Molti la considerano come un ornamento vuoto e senza senso. Se però questa attività è tanto importante per gli angeli, ci devono essere certamente dei motivi che non bisogna trascurare. Se in cielo è tanto importante che Dio sia lodato giorno e notte (Apocalisse 4:8), questo deve anche avere un significato profondo e grandi conseguenze. Nel Salmo 57:8 leggiamo: “Il mio cuore è ben disposto, o Dio, il mio cuore è ben disposto; io canterò e salmeggerò”. Queste parole ci fanno comprendere che la lode non è un momento di euforia passeggera. Sappiamo che Davide, quando scrisse questo Salmo, stava fuggendo dal re Saul che lo minacciava. La sua disposizione d’animo non era influenzata dalla situazione del momento e dai sentimenti. La sua anima traboccava di gratitudine e di lode. “Abbiamo bisogno di lodare maggiormente Dio ‘per la sua benignità e per le sue meraviglie a pro dei figliuoli degli uomini’ (Salmo 107:8). La nostra vita spirituale consiste troppo spesso in un chiedere e un ricevere, perché pensiamo sempre alle nostre necessità e mai alle benedizioni che continuamente riceviamo. Preghiamo di più ed esprimiamo la nostra gratitudine e lode a Colui che ci ha creati” e redenti (E. G. White).

Perché il peccato e la sofferenza?

“Ora vediamo come in uno specchio, in modo oscuro; ma allora vedremo a faccia a faccia; ora conosco in parte; ma allora conoscerò pienamente, come anche sono stato perfettamente conosciuto” (1Corinzi 13:12). Io non sono onnisciente, vivo nel tempo e nello spazio che delimitano la mia esistenza e definiscono il mio essere creatura, e pertanto non conosco “il mistero del peccato e del male”. So che il peccato ha stravolto la natura umana nel suo dna e la creazione, e in questa tragedia, in qualche modo, è stato coinvolto anche l’universo. Ma so anche che grazie all’amore di Dio tutto questo finirà come è scritto in Apocalisse 21: 1-8. Di fronte a Dio, l’uomo è come un bambino incapace di cogliere il pensiero e l’agire del padre, ma sente nel profondo del suo cuore che egli lo ama e che le sue promesse rassicuranti si realizzeranno. Quindi si affida. Quello che a noi manca, oggi, è proprio il senso di affidamento a Gesù Cristo. Capire che la ragione ha i suoi limiti e che questi dovrebbero sfociare in un atto di abbandono e di fiducia. In fondo. possiamo paragonare la fede a un contenitore dove versiamo i nostri dubbi e le nostre perplessità nell’attesa che siano compresi al ritorno di Cristo. Pretendere di capire l’agire di Dio, il modo in cui egli ci ama, credo sia presuntuoso. Sia un tentativo di far causa a Dio e giudicarlo, tralasciando di pensare che in fondo in questa valle di lacrime ci troviamo a causa nostra (Isaia 59: 1-4). Non siamo migliori di Adamo, di chi ci ha preceduto o di chi ci è accanto. Non dobbiamo mai dimenticare che “è per grazia che siamo salvati” (Efesini 2:8). Scrive l’apostolo Pietro che perfino gli angeli cercano di capire l’amore di Dio: l’evangelo (1 Pietro 1:12). Ora, come ribadisce il profeta Isaia “L’argilla dirà forse a colui che la forma: ‘Che fai?’ L’opera tua potrà forse dire: ‘Egli non ha mani?’” (Isaia 45:9). Umiltà e senso di affidamento è ciò che il Signore ci chiede. In che misura siamo disposti ad affidargli la nostra vita? Dio è immortale, onnipotente, onnisciente, onnipresente ovunque e sempre. Egli è infinito e trascende l’umana comprensione (Deuteronomio 6:4; Matteo 28:19; 2Corinzi 13:14; Efesini 4:4-6; 1Pietro 1:2; 1Timoteo 1:17; Apocalisse 14:7). Avere fede, significa anche accettare i propri limiti ed essere umili e fiduciosi di fronte alla vita e all’universo. Pertanto “accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno” (Ebrei 4: 14-16).


LA BIBBIA
Che cosa si intende per profetismo biblico?Esistono dei manoscritti originali della bibbia?Qual è il significato della frase «Ogni Scrittura è ispirata da Dio»?L'ispirazione della Bibbia: Parziale o completa?Perché la bibbia?

Che cosa si intende per profetismo biblico?

«Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato l’universo» (Eb 1:1-2). Che cos’è il profetiamo biblico? Una delle caratteristiche fondamentali della Bibbia, Parola di Dio, è la profezia. Il profeta è colui che riceve da Dio un messaggio, una conoscenza, un’informazione da comunicare al popolo. Egli è dunque l’intermediario, il mediatore tra Dio e gli uomini. Secondo i racconti biblici, il messaggio giungeva al profeta attraverso un’esperienza definita a volte come “visione” o come “sogno”. “Se v’è tra voi alcun profeta, io, l’Eterno, mi faccio conoscere a lui in visione, parlo con lui in sogno” (Num 12:6). La caratteristica essenziale di queste esperienze emerge dai diversi racconti fornitici da profeti come Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele. In ogni caso, il profeta riceveva il messaggio attraverso un’esperienza intima e precisa. La visione o il sogno costituivano un evento specifico. Il loro avvenimento poteva essere collocato nel tempo e nello spazio. La prima visione di Ezechiele, ad esempio, avvenne “l’anno trentesimo, il quinto giorno del quarto mese […], essendo presso al fiume Kebar, fra quelli ch’erano stati menati in cattività” (Ez 1:1). Anche il contenuto dei loro messaggi era ben preciso. Non si trattava di una convinzione che si sviluppava nell’animo del Profeta, non sorgeva gradual¬mente durante un lungo periodo. Né si trattava di una vaga impressione nella mente del profeta. Invece, il contenuto era vivido e preciso. I profeti stessi non arrivavano neppure sempre a comprendere il significato di ciò che vedevano e udivano (cfr. Dn 8:27), ma comprendevano sempre molto bene il significato dell’esperienza in sé. Un’altra caratteristica importante dell’esperienza profetica, è il fatto che essa includeva un incontro con il potere divino. I profeti erano assolutamente certi della fonte dei loro messaggi. Essi non li attribuirono mai a una fonte di origine sconosciuta. Non avevano alcun dubbio sul fatto che Dio stesse comunicando con loro. Essi condannavano quindi altri che “profetavano di loro senno” (Ez 13:17). ? importante notare che i Profeti non perdevano la coscienza di sé du¬rante queste esperienze. Al contrario, essi diventavano più consapevoli di chi e di dove erano. Abacuc, in una delle sue visioni (1:13), pose a Dio delle domande e Isaia si sentì terribilmente impuro vedendo la gloria di Dio (6:5). Si vede dunque come la personalità dei profeti non fosse soppressa quando il Signore entrava in contatto con essi. Queste caratteristiche ci impediscono di considerare l’esperienza dei Profeti come una forma di misticismo o di estasi. Le loro visioni giungevano sia che lo desiderassero o no e non dovevano prepararsi per averle, né fisicamente né mentalmente. Il ricevere una visione non aveva mai in sé il suo fine ma costituiva il mezzo per raggiungere un fine diverso. Il suo scopo era compiuto solo quando il Profeta comunicava il messag¬gio ricevuto all’uditorio cui era destinato. «Avverrà negli ultimi giorni, dice Dio, che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona;i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni. Anche sui miei servi e sulle mie serve, in quei giorni, spanderò il mio Spirito, e profetizzeranno» (Atti 2: 17-18). Pensi che il Signore possa servirsi anche di te? Past. Francesco Zenzale

Esistono dei manoscritti originali della bibbia?

Alcuni farisei, tra la folla, gli dissero: «Maestro, sgrida i tuoi discepoli!». Ma egli rispose: «Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno» (Lc 19:39-40). Esiste oggi qualche manoscritto originale della Bibbia? No! Nessuno, come non esistono quelli di Omero o di Pindaro, di Cesare o di Cicerone. Per quanto ne sappiamo, tutti questi documenti di valore inestimabile sono andati smarriti da lungo tempo. Probabilmente si sono dissolti in polvere già molti secoli fa. Per fortuna in quei tempi molto lontani, degli uomini pii ne compresero l’importanza e li copiarono. Poi, con il passare dei secoli, furono copiati moltissime volte e oggi, nei grandi musei e nelle biblioteche del mondo, si conservano in gran numero questi documenti antichi o parti di essi. Quasi sempre il lavoro di copiatura veniva eseguito con una cura così meticolosa che le differenze dovute a errori di trascrizione, differenze rilevabili a un confronto tra le copie, sono così lievi da non incidere sul significato del testo. È interessante ricordare che intorno all’anno 500 d.C. un gruppo di sapienti israeliti, i Massoreti, si assunse il compito di garantire la trasmissione esatta dal testo dell’Antico Testamento alle generazioni future. Questi studiosi stabilirono delle regole precise che tutti i copisti avrebbero dovuto seguire da quel tempo in poi. Nessuna parola, nessuna lettera doveva essere scritta a memoria. L’amanuense doveva considerare attentamente ogni parola, e leggerla ad alta voce prima di trascriverla. Si doveva perfino contare le parole e le lettere di ogni periodo, e se queste non corrispondevano a quelle del testo che il copista aveva sott’occhio, il lavoro veniva scartato e si ricominciava daccapo. Grazie alla preoccupazione degli studiosi moderni di ricostruire il più fedelmente possibile il testo originale, ogni manoscritto biblico scoperto nel tempo presente viene studiato con paziente abilità. Di qui l’entusiasmo straordinario che suscitò nel 1947 la notizia del ritrovamento di un numero notevole di antichissimi manoscritti in una caverna nei pressi del mar Morto (rotoli di Qumran). Questo interesse si accrebbe ancora quando gli studiosi annunciarono che i rotoli di Isaia e di altri autori dell’Antico Testamento, da poco scoperti, erano di parecchi secoli più antichi di qualunque manoscritto trovato in precedenza, risalendo probabilmente al secondo secolo a.C. Quindi i manoscritti più antichi che si conoscono, cioè le copie di alcuni libri dell’Antico Testamento, risalgono a poco più di un centinaio di anni prima di Cristo. Anche del Nuovo Testamento non si conosce alcun documento originale. L’Evangelo autografo di Giovanni varrebbe oggigiorno un regno, ma nessuno sa dove sia. È probabile che sia finito bruciato durante una delle feroci persecuzioni subite dalla chiesa. Provvidenzialmente dei cristiani devoti fecero numerosissime copie dei libri del Nuovo Testamento, delle quali circa 4.500 sono custodite nei musei e nelle biblioteche di molti paesi del mondo. Il più antico manoscritto di tutto il Nuovo Testamento è un minuscolo frammento che si trova nella biblioteca di John Rylands, a Manchester, Inghilterra. Si tratta di un testo incompleto del vangelo di Giovanni (18:31- 33,37,38), che misura solo cm 6,2×8,7. Fu scritto in Egitto durante la prima metà del secondo secolo, a meno di cinquant’anni dalla morte dell’autore (Di Giuseppe Marrazzo).

Qual è il significato della frase «Ogni Scrittura è ispirata da Dio»?

«Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Tm 3:16-17). Ispirazione non significa dettatura (con dettatura s’intende che gli scrittori erano strumenti passivi e le loro facoltà non avevano nessuna parte nella registrazione del materiale), per quanto sia vero che certe parti delle Scritture sono state dettate, ad esempio: i Dieci Comandamenti e il Padre Nostro. La stessa parola ispirazione esclude un’azione puramente meccanica e l’azione meccanica esclude l’ispirazione. Infatti, sta scritto che “nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo” (2 Pt 1:21). Alcuni studiosi sostengo che la Bibbia è solo parzialmente ispirata, gli scrittori sarebbero stati preservati per quanto riguarda la salvezza, ma non per quanto riguarda la storia, la scienza, la cronologia ed altro. Pertanto, secondo questa teoria, sarebbe più corretto affermare che «la Bibbia contiene la parola di Dio» piuttosto che «la Bibbia è parola di Dio». Questa teoria c’immerge in un mare d’incertezze, perché chi può correttamente giudicare ciò che è e ciò che non è essenziale alla salvezza? Dov’è l’autorità infallibile che decida quale parte della Bibbia è Parola di Dio e quale no? E se la storia narrata dalla Bibbia è falsa, allora la dottrina non può essere vera, perché la dottrina biblica è fondata sulla storia biblica. Infatti, le Scritture stesse, si attribuiscono una completa ispirazione. Cristo e gli Apostoli applicarono il termine «Parola di Dio» all’intero Antico Testamento. Gesù non ha detto, rivolgendosi al Padre, «la Parola contiene la verità», ma «la tua parola è verità» (Gv 17:17). Pertanto, il credente è santificato nella Parola che è verità. Se la Bibbia Dio contiene la Parola di Dio, significa che essa è fallibile, quindi può indurre uomini e donne a giustificare i loro peccati davanti a Dio. Gesù ha affermato che la Parola di Dio è infallibile (Matteo 5:18), che la Scrittura non può essere annullata (Gv 10:35). Pertanto, la Parola di Dio non è una verità atemporale e disincarnata; è invece un messaggio o un appello rivolto agli uomini di fronte alle loro situazioni ai loro particolari problemi (Is 55: 10-11). Gli apostoli confermarono l’infallibilità della Bibbia: Eb 1:1,2; 1 Pt 1: 10,11; 2 Pt 1: 20,21. Tutti questi passi insegnano che l’ispirazione include l’accuratezza d’ogni parte dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento, cosicché la Bibbia è infallibile nel suo insieme e nelle sue singole parti e possiede un’autorità decisiva. In breve, la Bibbia chiama in giudizio l’uomo (Ap 22: 18,19), ma l’uomo non può mai citare la Bibbia in giudizio. L’intelligenza deve essere usata per comprendere il messaggio biblico e viverlo, ma non per ergersi a giudicare l’insegnamento chiaramente stabilito da Gesù e dagli apostoli (1Co 3: 11-14; Ef 2: 20-22). Accetti la Parola di Dio come unica regola di fede e condotta della tua vita? Past. Francesco Zenzale

L’ispirazione della Bibbia: Parziale o completa?

«Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Tm 3:16-17). Alcuni studiosi sostengo che la Bibbia è solo parzialmente ispirata, gli scrittori sarebbero stati preservati per quanto riguarda la salvezza, ma non per quanto riguarda la storia, la scienza, la cronologia ed altro. Pertanto, secondo questa teoria, sarebbe più corretto affermare che «la Bibbia contiene la parola di Dio» piuttosto che «la Bibbia è parola di Dio». Questa teoria c’immerge in un mare d’incertezze, perché chi può correttamente giudicare ciò che è e ciò che non è essenziale alla salvezza? Dov’è l’autorità infallibile che decida quale parte della Bibbia è Parola di Dio e quale no? E se la storia narrata dalla Bibbia è falsa, allora la dottrina non può essere vera, perché la dottrina biblica è fondata sulla storia biblica. Infatti, le Scritture stesse, si attribuiscono una completa ispirazione. Cristo e gli Apostoli applicarono il termine «Parola di Dio» all’intero Antico Testamento. Gesù non ha detto, rivolgendosi al Padre, «la Parola contiene la verità», ma «la tua parola è verità» (Gv 17:17). Pertanto, il credente è santificato nella Parola che è verità. Se la Bibbia Dio contiene la Parola di Dio, significa che essa è fallibile, quindi può indurre uomini e donne a giustificare i loro peccati davanti a Dio. Gesù ha affermato che la Parola di Dio è infallibile (Mt 5:18), che la Scrittura non può essere annullata (Gv 10:35). Pertanto, la Parola di Dio non è una verità atemporale e disincarnata; è invece un messaggio o un appello rivolto agli uomini di fronte alle loro situazioni ai loro particolari problemi (Is 55: 10-11). Gli apostoli confermarono l’infallibilità: Eb 1:1,2; 1 Pt 1: 10,11; 2 Pt 1: 20,21. Tutti questi passi insegnano che l’ispirazione include l’accuratezza d’ogni parte dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento, cosicché la Bibbia è infallibile nel suo insieme e nelle sue singole parti e possiede un’autorità decisiva. In breve, la Bibbia chiama in giudizio l’uomo (Ap 22: 18,19), ma l’uomo non può mai citare la Bibbia in giudizio. L’intelligenza deve essere usata per comprendere il messaggio biblico e viverlo, ma non per ergersi a giudicare l’insegnamento chiaramente stabilito da Gesù e dagli apostoli (1Co 3: 11-14; Ef 2: 20-22). Accetti la Parola di Dio come unica regola di fede e condotta della tua vita? Past. Francesco Zenzale

Perché la bibbia?

«Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto; poiché allora riuscirai in tutte le tue imprese, allora prospererai» (Giosuè 1:8). Perché la bibbia? Caro amico, aprendo la Bibbia con umiltà, troverai parole ispirate e straripanti consolazioni. Ecco cosa scrive l’apostolo Pietro: «Abbiamo inoltre la parola profetica più salda: farete bene a prestarle attenzione, come a una lampada splendente in luogo oscuro, fino a quando spunti il giorno e la stella mattutina sorga nei vostri cuori» (2Pt 1:19). Il supremo desiderio di Dio per te, è che se tu accetti la Bibbia col sincero desiderio di cercare luce per sgombrare l’oscurità che è in te, coglierai la sublime conoscenza di suo Figlio Gesù Cristo. Gesù stesso disse: «Voi investigate le Scritture, perché pensate d’aver per mezzo di esse vita eterna, ed esse son quelle che rendono testimonianza di me» (Gv 5: 39). E, ancora: «Se perseverate nella mia parola, siete veramente miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8:31-32). Le pagine della Bibbia sono inondate della vita di Cristo, hanno il proposito di svegliare la tua fede in Gesù, affinché credendo in lui, tu possa avere vita eterna: «ma questi sono stati scritti, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome» (Gv 20:31). Volendo Dio darti l’evidenza assoluta che egli è al timone della storia, vari secoli ha scelto degli uomini, offrendo loro una rivelazione diretta, ispirandoli nella conoscenza della sua volontà. Così li orientò nel compito di scrivere nel nostro proprio linguaggio le meravigliose e millenarie profezie che saranno per te una luce orientativa; immortali insegnamenti pieni di saggezza il cui compimento producono benessere; i suoi sovrani principi morale e di valore eterno, costituiscono un ammirabile programma affinché la tua esistenza sia utile e felice; e leggi che dirigono la tua vita per governare le relazioni tra te ed i tuoi simili e la tua relazione con Dio; leggi immutabili che sono il fondamento dell’ordine, l’armonia e la pace. Le sacre Scritture sono la “torcia” dell’umanità. Questo libro ti porta alla luce, Gesù Cristo, in mezzo all’oscurità e la confusione che avvolgono al mondo. La Bibbia è la norma di fede e di condotta per il cristiano. È la norma decisiva della verità, e base della nostra sicurezza. Con la conoscenza e la pratica delle verità redentrici contenute nelle sue pagine, tu trovi il modo sicuro di liberarti delle tue paure e di intraprendere la tua marcia verso il futuro senza ombra che si aspetta, del quale potrai comunicare se ti prepari obbedendo alla volontà di Dio, rivelata nel Santa Bibbia. Dio ti parla! Ascoltalo e vivrai! Past. Francesco Zenzale


LA LEGGE DI DIO
Qual è il significato del secondo comandamento?Mi può spiegare Colossesi 2:14-15?Cristo la fine o il fine della legge?La legge è stata abolita da Gesù?La legge è stata abolita dagli apostoli?Qual è il segreto della felicità?Qual è il significato esistenziale della legge di Dio?Che rapporto esiste tra la legge, il peccato e la salvezza?Come deve essere accetta e osservata la legge di Dio?

Qual è il significato del secondo comandamento?

“Non farti scultura, né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a loro e non li servire, perché io, il SIGNORE, il tuo Dio, sono un Dio geloso; punisco l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione di quelli che mi odiano, e uso bontà, fino alla millesima generazione, verso quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti” (Es 20: 4-6). Questo precetto segnala il pericolo di confondere Dio con le immagini che ci facciamo di lui, o di dedicare a un oggetto quella devozione che solo deve essere tributata a un Essere. Tutte le cose di questo mondo possono trasformarsi in idoli. Il potere, il lusso, le apparenze, la ricchezza, la gloria, la fama, possono occupare facilmente il centro della nostra vita. Quando ciò succede, stiamo trasgredendo il secondo comandamento. A volte, ci troviamo di fronte a cose che ci seducono più delle proposte divine: la fantasia degli artisti, il magnetismo di certe personalità, le attrattive dei messaggi pubblicitari, o semplicemente certi deliri della nostra fantasia. Disorientati o affascinati, ci costa fatica il distinguere tra ciò che è sicuro e il probabile, l’immaginario dal reale, il vero dal falso. «Non ti farai immagini» significa che le rappresentazioni mentali che ci fabbrichiamo ed esaltiamo, possono convertirsi in idoli. Neppure le istanze religiose sono esenti da tale rischio. Quando il prestigio, l’organizzazione, la personalità o la gerarchia si interpongono tra l’essere umano e l’Essere supremo, stiamo costruendo una «immagine» che nasconde Dio, quindi incorriamo nel «delitto» dell’idolatria. Con questo comandamento Dio rivendica per sé ogni atto d’adorazione o forma di culto. “Io mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo. Ma egli mi disse: «Guàrdati dal farlo. Io sono un servo come te e come i tuoi fratelli che custodiscono la testimonianza di Gesù: adora Dio! Perché la testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia»” (Ap 10: 10). Evidenzia l’interesse che Dio ha nei confronti dell’uomo che l’ha creato a sua immagine e somiglianza. “Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina” (Gn 1: 27). Invita l’uomo a salvaguardare la propria dignità perché egli creatura di Dio. “ … Nessuno rientra in sé stesso e ha conoscimento e intelletto per dire: “Ne ho bruciato la metà nel fuoco, sui suoi carboni ho fatto cuocere il pane, vi ho arrostito la carne che ho mangiata; con il resto farei un idolo abominevole? Mi inginocchierei davanti a un pezzo di legno?” (Is 44: 9-20). Farsi delle immagini e adorarle, significa minimizzare Dio, la sua grandezza e limitarne il suo essere infinito. Evidenzia un tentativo da parte dell’uomo di manipolare Dio, di ridurre Dio ad un’idea, ad un concetto e a propria immagine e somiglianza. Non è Dio che è stato creato ad immagine dell’uomo, ma l’uomo ad immagine di Dio, e l’uomo, non è stato creato ad immagine di un essere vivente (animale), di un pezzo di legno lavorato a mano, di se stesso o di un angelo, ma del Creatore (Gn 1: 27). Il comandamento tutela la dignità della persona, il suo valore e invita l’uomo a stimarsi e ad essere fiero di essere creatura di Dio. “Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo. Meravigliose sono le tue opere, e l’anima mia lo sa molto bene” (Sl 139: 13-13). Nel corso dei secoli il culto delle immagini, che a poco a poco andava introducendosi, suscitò le più energiche reazioni. Si dichiararono contro il culto delle immagini Eusebio di Cesarea († 33) e vari concili (Kirsch, Enchirididion fontium ecclesiasticae antiquate, ed 1923). «…l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in spirito e verità» (Gv 23-24). Past. Francesco Zenzale

Mi può spiegare Colossesi 2:14-15?

«Egli ha cancellato il documento a noi ostile, i cui comandamenti ci condannavano, e l’ha tolto di mezzo, inchiodandolo sulla croce; ha spogliato i principati e le potenze, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce» (Col 2: 14-15) La traduzione del Luzzi (Riveduta): «avendo cancellato l’atto accusatore scritto in precetti, il quale ci era contrario…» (v. 14), può dare adito a un equivoco in quanto la parola precetti può far pensare alla legge dei 10 comandamenti (è in questo senso che viene spesso interpretato questo versetto da lettori sprovveduti, seppure in buona fede). Ma Paolo non ha voluto dire che Dio ha annullato i suoi comandamenti inchiodandoli alla croce. L’apostolo ha voluto semplicemente sottolineare quanto sia stato completo il perdono divino e lo fa in modo efficace esprimendosi con una metafora. Ciò che Dio ha annullato sulla croce è il documento della nostra colpevolezza il quale, con le sue clausole, deponeva a nostro sfavore. Il pensiero di Paolo in Cl 2:14 è reso con maggiore chiarezza nelle versioni più recenti della Bibbia. Il testo della C.E.I. per esempio, lo traduce nel modo seguente: «Annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce». La parola greca keirographon, tradotta dal Luzzi «atto accusatore», letteralmente significava «firma fatta di proprio pugno»1 (o di propria mano) e nei rapporti di affari era usata per indicare la firma apposta su un contratto, un’ipoteca o una dichiarazione di debito. Sotto la penna di Paolo, keirographon significa lista dei debiti. Noi siamo debitori insolvibili verso Dio (vedi Mt 18:23-25); Dio nella sua immensa misericordia ha condonato il nostro debito (vedi Mt 18:26, 27) e ha distrutto il documento della nostra obbligazione, che era un atto d’accusa contro di noi. E tutto questo è avvenuto perché un altro, Gesù Cristo, ha pagato per noi sulla croce. Il contesto immediato rivela che Paolo sta parlando della grazia di Dio che tramite Gesù ci ha perdonato: “…tutti i nostri peccati”, v. 13. Di conseguenza il “documento” del v. 14 non può che essere in relazione ai nostri peccati. L’apostolo usa in questo caso un’immagine per rappresentare l’atto salvifico operato da Cristo. Peccando l’umanità contrasse un “debito” con Dio, questo era registrato in questo documento – atto accusatore, immaginario. Gesù, morendo sulla croce, annulla questo documento d’accusa, offrendo il perdono dei peccati e riconciliando l’uomo con Dio. La menzione dei “comandamenti” al v. 14b non indica che il “documento accusatore” sia da questi costituito, ma evidenzia che la loro trasgressione permette al documento d’esistere. L’atto d’accusa è dunque costituito dal ricordo della trasgressione. É il peccato, conseguenza della disubbidienza alla legge, che accusa l’uomo, che gli è ostile, e non la legge che evidenzia il peccato e ne indica la soluzione. Il testo greco mostra questo aspetto in maniera evidente. Il termine “comandamento”, dogmasin, è al caso dativo e indica un complemento di causa. Il documento esiste dunque “a causa” [della nostra trasgressione] dei comandamenti.2 É il documento della nostra colpevolezza, non la legge, che Dio ha distrutto inchiodandolo alla croce. Con la morte di Cristo, Dio non solo ha estinto la nostra colpa, ma ha altresì trionfato sulle potenze cosmiche (principati e podestà) privandole di ogni dignità e potere e offrendole in pubblico spettacolo al mondo (v. 15). In breve, per intenderci, Paolo non sta dicendo che è la legge che è stata tolta di mezzo o annullata, diversamente entrerebbe in contraddizione con quanto egli afferma in Romani 3:31 e in 1 Corinzi 7:19, ma «il documento ostile», ovvero, il documento della nostra colpevolezza, vale a dire “l’ammenda”, sulla quale è dichiarato che abbiamo peccato contravvenendo i comandamenti. 1 E. Peretto, Lettere dalla prigionia, ed. Paoline, p. 149, 1976. 2 Per approfondimenti vedi: CARACCIOLO ANTONIO, Commento dell’epistola ai Colossesi, Quaderno n. 3 a cura del Messaggero Avventista dell’Istituto Avventista “Villa Aurora”, Firenze 1998. HUGEDE NORBERT, Commentaire de l’Epître aux Colossiens, Labor et Fides, Genève, 1968. PERETTO ELIO, Lettera ai Colossesi in Lettere dalla prigionia per la Nuovissima versione della Bibbia, Edizioni Paoline, Roma 1976, pp. 91-174. FANTONI GIOVANNI, Epistola di San Paolo ai Colossesi (Commento Pastorale), Istituto Avventista di Cultura Biblica, Villa Aurora (Fi), Anno accademico 1999 – 2000. Past. Francesco Zenzale

Cristo la fine o il fine della legge?

Romani 10:4 è in una certa misura lo spartiacque per considerare il ruolo della legge all’interno della teologia di Paolo: Cristo abolisce o annulla la legge perché inutile ai fini della salvezza, oppure la porta a compimento, spiegandone il senso e lo scopo? La traduzione italiana dell’espressione: télos gar nómou Christòs, è stata tradotta in modo decisamente neutro… Non così, nelle nostre principali traduzioni italiane nelle quali si esprimono sostanzialmente due diverse tesi sul senso della parola télos. Per alcune traduzioni, télos avrebbe il senso di termine, cessazione, fine temporale… per cui, il Cristo, il Vangelo, costituirebbe l’abrogazione, l’estinzione della legge del Signore. Così la traduzione della Conferenza Episcopale Italiana (CEI, del 1972) e la Nuova Riveduta (NR, del 1994): «Ora, il termine della legge è Cristo, perché sia data la giustizia a chiunque crede» [CEI, 1972]. «Poiché Cristo è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono» [NR, 1994]. Se questo fosse il senso reale di télos, si dovrebbe ammettere la fine temporale e definitiva della Torah, il suo giungere al capolinea… da cui si dovrebbe concludere un’insanabile antitesi e rottura totale fra Torah e Vangelo… Cosa che, invece, fa a pugni con l’idea paolina secondo cui il Vangelo di Dio era già stato promesso dai profeti antichi nelle Scritture (A.T.), cfr. Rm 1:1-2, e quindi in rapporto di continuità e di superamento (fedeltà non a un freddo codice, ma a una persona, nuovo paradigma vivente dell’amore che è il compimento della legge). Ma non si spiegherebbe neppure un’altra dichiarazione di Paolo: «Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge» (3:31). Altre traduzioni, invece, intendono la parola télos come lo scopo, il fine, il culmine, secondo cui, il Cristo e il Vangelo, la sua buona notizia, costituirebbero l’obiettivo, il traguardo, la meta verso cui mirava la legge del Signore. Così la traduzione Nuovissima versione della Bibbia (NVB, del 1991 per N.T.) e la Nuova Diodati (ND, del 1991): «Infatti il culmine della legge è Cristo, per portare la giustificazione a ognuno che crede» [NVB, 1991].1 Questo vocabolo2 assume una molteplicità di sensi in rapporto sia al contesto del discorso in cui è usato, che alla costruzione grammaticale della frase. L’etimologia originale di télos, indica “il punto più alto”, il “punto di svolta” o “il punto cruciale”. Da questi sensi il vocabolo finì per designare “lo scopo”, “l’obiettivo” ; “il fine”, “il proposito”, “l’adempimento”, “la realizzazione”. Uno studio accurato di questo termine rivela che le nozioni di “abolizione, abrogazione, termine” sono assenti dal campo semantico di télos, come dei suoi derivati. Inoltre, un esame della costruzione grammaticale della frase télos nómou, “fine della legge”, può essere illuminante. Alla luce del greco biblico, della letteratura giudaica e di quella greca profana, è stato evidenziato che quando télos è usato con un nome al genitivo (complemento di specificazione – nel nostro caso, nómou, “della legge”) indica “realizzazione, “compimento”. Solo con espressioni che indicano tempo, télos può assumere il significato di “termine”, “fine”. In seguito a queste considerazioni etimologiche e sintattiche risulta evidente che “Cristo è fine della legge”, nel senso che ne è lo scopo, l’obiettivo, il fine come orientamento… Per Paolo Torah e Vangelo sono legati da un rapporto di complementarietà (Galati 3:21-24).3 1. AA.VV., Paolo l’ultimo Apostolo, cap. 6, Cristo la «fine» o il «fine» della legge, ed. Adv, Impruneta (Fi), 2006. 2. Télos deriva dalla radice tel che significa girare intorno (telos = timone, sterzo); originariamente esprime la svolta, la conclusione, il punto culminante, dove termina una misura e ne inizia un’altra; più tardi significò la meta, la fine. 3. Cf. R. BADENAS. “Christ the End of the Law: Romans 10:4 in Pauline Perspective” JSNT Supplement Series 10. Sheffield, JSOT Press. 1985. Una sintesi è riportata in “In che senso Cristo è fine della legge? Un’esegesi di Romani 10.4”. Adventus 1 (1988). pp. 15-31. Past. Francesco Zenzale

La legge è stata abolita da Gesù?

«Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» Gesù gli rispose: «Perché m’interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso» (Mt 19:16-19). Nel corso della mia esperienza pastorale, ho incontrato molte persone di fede cristiana diversa dalla mia. Questi fratelli, affermavano che non bisognava più osservare i dieci comandamenti, perché Gesù li ha aboliti con la sua venuta, sostenendo che la cosa più importante è amare Dio e il prossimo, come giustamente ha indicato Gesù in Matteo 22: 36-40. «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e il primo comandamento. Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». Indubbiamente, Gesù ha detto di amare Dio e il prossimo, ma che cosa significa, effettivamente, amare Dio e il prossimo? Che cosa esprimono i dieci comandamenti? Amare Dio significa osservare i primi quattro comandamenti perché ci permettono di avere una corretta relazione con Dio. Amare il prossimo, significa tenere conto degli ultimi sei comandamenti, che ci aiutano ad avere una serena relazione con il prossimo. Daniel Marguerat, professore di Nuovo Testamento, Facoltà di Teologia Università di Losanna, afferma quanto segue: «Si contrappone generalmente Gesù alla legge…, bisogna cominciare a demolire questa immagine. Gesù non ha mai rinnegato la Torà né sconfessato il decalogo. Come ogni ebreo, egli lo considerava come il depositario della santa volontà di Dio. Il vangelo di Matteo ne dà testimonianza: Gesù rimproverò anche i suoi contemporanei di misconoscere la forza di queste parole (Matteo 5, 21-48). «I dieci comandamenti sono dunque accolti da Gesù come la raccolta della santa volontà di Dio. Egli non li contraddirà mai, ma pone le condizioni di una corretta comprensione» (Daniel Marguerat, “Il mondo della Bibbia”, n° 1 Gennaio – Febbraio 2000, ed. ELLE DI CI, Leumann (TO). Infatti, Gesù ha dichiarato che la legge di Dio ha un valore eterno: «Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli; ma chi li avrà messi in pratica e insegnati sarà chiamato grande nel regno dei cieli» (Mt 5: 17-19). Ha invitato il giovane ricco ad osservare la legge se voleva avere la vita eterna (Mc 10: 17-22) e ha chiaramente detto che l’amore verso di Lui si esprime correttamente mediante l’osservanza dei dieci comandamenti: «Se voi mi amate, osserverete i miei comandamenti … Se osservate i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore; come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore» (Giv 14: 15; 15: 10). Pur avendo, con la sua morte, messo fine al regime legale dell’antica alleanza, Cristo ha proclamato con forza, mediante la vita e l’insegnamento, i principi eterni che sono alla base del decalogo. La sua missione era al tempo stesso quella di salvare l’umanità morendo per essa, e rivelare il carattere e la volontà del Padre suo: «Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare… Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me» (Gv 12:49,50). Piena conformità nel pensiero e nell’azione: ecco ciò che caratterizza i rapporti tra il Padre e il Figlio. Come il Padre non ha annullato il codice morale, perché in lui «non c’è variazione né ombra di mutamento» (Gc 1:17); la stessa cosa possiamo dire del Figlio: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Eb 13:8). Past. Francesco Zenzale

La legge è stata abolita dagli apostoli?

«Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento. Poiché in verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure uno iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto… È più facile che passino cielo e terra, anziché cada un solo apice della legge» (Mt 5:17,18; Lc 16:17). Cristo ha adempiuto la legge. Non l’ha abolita; anzi, l’ha esaltata, magnificata, evidenziandone la spiritualità e l’esistenzialità, liberandola dalle tradizioni con le quali i giudei l’avevano appesantita e l’ha elevata al di sopra del materialismo dei farisei che ne osservavano la lettera respingendone, però, lo spirito. A questo proposito il sermone sulla montagna è veramente significativo. Ma, molti sinceri cristiani affermano che i dieci comandamenti Gesù li ha annullati con la sua morte e risurrezione, e che abbia dato chiare indicazioni agli apostoli dopo la risurrezione. Quindi gli apostoli, essendo depositari nel nuovo patto, hanno insegnato, nello spirito di Cristo, che i dieci comandamenti non vanno osservati. Sarà vero? Ascoltiamoli! L’apostolo Paolo scriveva: «Annulliamo dunque la legge mediante la fede? No di certo! Anzi, confermiamo la legge» (Ro 3: 31). «La circoncisione non conta nulla, e l’incirconcisione non conta nulla; ma ciò che conta è l’osservanza dei comandamenti di Dio» (1 Co 7:19). L’apostolo Giovanni precisava: «Da questo sappiamo che l’abbiamo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Io l’ho conosciuto», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui» … «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Gv 2: 3-4; 5: 2-3). Paolo, ispirato da Dio, afferma che grazie al sacrificio di Cristo e all’azione dello Spirito Santo, la legge d’amore di Dio sarà «scritta nei nostri cuori»: «E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Eb 8: 10). Inoltre sostiene che la legge è l’espressione del carattere di Dio, perché così come Dio è santo, buono è giusto, anche la legge è santa, giusta e buona: «Così la legge è santa e santo e giusto e buono è il comandamento» (Ro 7: 12). Secondo l’apostolo Giacomo, «Chiunque infatti osserva tutta la legge, ma la trasgredisce in un punto solo, si rende colpevole su tutti i punti. Poiché colui che ha detto: «Non commettere adulterio», ha detto anche: «Non uccidere». Quindi, se tu non commetti adulterio ma uccidi, sei trasgressore della legge» (Gc 2: 10-11). Giovanni, l’apostolo dell’amore, dichiara che il popolo di Dio degli ultimi giorni, avrà la fede in Cristo e osserverà i comandamenti di Dio: «Qui è la costanza dei santi che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (Ap 14: 12). In breve, essendo la volontà di Dio immutabile ed eterna, la sua legge, che ne è l’espressione stessa, è ugualmente immutabile ed eterna. Volerla modificare o abolire equivarrebbe a voler dissipare il carattere di Dio. Dio «non cambia» scrive il profeta Malachia (3:6); in lui «non c’è variazione né ombra di mutamento», precisa l’apostolo Giacomo (1:17). Di Dio sta scritto che: «Tutto quel che Dio fa è per sempre; niente c’è da aggiungervi, niente da togliervi» (Eccl 3:14). Egli stesso dichiara: «Non violerò il mio patto e non muterò quanto ho promesso» (Sl 89:34). «La legge è necessaria tra Dio e le sue creature; la legge è essenziale alla nostra natura morale, in quanto la nostra coscienza dice a noi tutti che abbiamo dei doveri e che siamo fatti per obbedire; la legge è eterna come i nostri rapporti con Dio e come Dio stesso; la legge è la verità nell’ordine morale: ora la verità può essere abolita?» (Alessandro Vinet). Past. Francesco Zenzale

Qual è il segreto della felicità?

E Mosè: «Oh, avessero sempre un simile cuore da temermi e da osservare tutti i miei comandamenti, affinché venga del bene a loro e ai loro figli per sempre! … camminate in tutto e per tutto per la via che il SIGNORE, il vostro Dio, vi ha prescritta, affinché viviate e siate felici e prolunghiate i vostri giorni nel paese che voi possederete» (Deut 5: 29, 33). Un pastore racconta: «Ho tenuto accuratamente per circa un anno il bozzolo di una farfalla chiamata saturnia o pavone di notte. Questo bozzolo molto singolare ha la forma di una pera con un’apertura molto stretta al collo. Quando l’insetto perfetto è pronto per uscire, si fa strada attraverso questo passaggio senza che alcuna ferita o la minima graffiatura si provocano sulle sue fibre. Assistevo agli sforzi fatti dall’insetto per liberarsi. Per tutta una mattinata, ne osservai i progressi; il povero insetto sembrava lottare invano. Ad un certo punto mi credetti più saggio e compassionevole del suo Creatore. Con le forbici aprii con delicatezza il passaggio. E la farfalla uscì, col corpo ben turgido e le ali tutte rattrappite, la guardavo con attenzione, sperando di ammirare il magnifico insetto spiegare le ali multicolori. Invano, esso rimase un aborto e non visse a lungo». Conosco tante persone, giovani e meno giovani, con le ali rattrappite, incapaci di volare e di essere felici, perché la loro vita era vissuta come un aborto. Avevano cercato di spiccare il volo, ma avendo bruciato le tappe della vita, erano rimasti frustrati ed infelici. Avevano un’idea sbagliata della vita ed erano centrate su se stesse, nella ricerca affannosa di soddisfare i loro bisogni, violando i principi morali del sano vivere, come il rispetto dell’altro, di se stessi, ecc. Ho capito che la felicità ricercata nella soddisfazione del proprio egoismo, trascurando il fare ciò che è giusto agli occhi di Dio e non ciò che piace, è volubile, passeggera e lascia nell’animo un senso di vuoto e di amarezza; stare dalla parte di Dio, invece, assicura gioia e soddisfazione. Scriveva, Friedrich Nicolovius, «La felicità è la conseguenza dell’osservanza del dovere» e che «la legge deve precedere il piacere, perché esso venga percepito» (Königsberg 1797, p. 8). Prima ancora di F. Nicolovius, il profeta Isaia scriveva: «L’opera della giustizia sarà la pace e l’azione della giustizia, tranquillità e sicurezza per sempre» (Is 32: 17). E Mosè: «Oh, avessero sempre un simile cuore da temermi e da osservare tutti i miei comandamenti, affinché venga del bene a loro e ai loro figli per sempre! … camminate in tutto e per tutto per la via che il SIGNORE, il vostro Dio, vi ha prescritta, affinché viviate e siate felici e prolunghiate i vostri giorni nel paese che voi possederete» (Deut 5: 29, 33). I credenti fedeli sono definiti nell’Apocalisse come coloro che con costanza «osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (Ap 14:12). Le “dieci parole” del Sinai restano un punto di riferimento fondamentale con cui anche la morale laica deve fare i conti. Ogni cosa nell’universo risponde a delle leggi; la vita fisica stessa si regge su leggi immutabili. Ma il nostro vivere abbraccia anche valori non materiali: intelligenza, bellezza, volontà, etica, spiritualità. E anche questi valori hanno le loro leggi. Solo Dio, che ci ha creati, conosce le leggi che ci permettono di vivere in armonia con lui, con il suo progetto, con il prossimo e con la natura. La Bibbia afferma che il nostro malessere morale deriva proprio dalla volontà di sottrarci alle leggi che Dio ha donato e che sono espressione del suo carattere; fra di esse i dieci comandamenti sono i più importanti. L’apostolo Paolo, richiamandosi al profeta Geremia scrive: «Questo è il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: io metterò le mie leggi nelle loro menti, le scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo» (Eb 8:10 ). La legge è dunque un dono divino e come tale va accolta e vissuta. Grazie ad essa comprendiamo noi stessi, i nostri ambiti, i nostri obblighi morali, vediamo i nostri limiti e le nostre colpe. Inoltre, essa è come uno specchio che ci propone continuamente l’esigenza del perdono divino. L’ubbidienza alla volontà di Dio è frutto della grazia e della “nuova nascita”. Chi si sente salvato dal Signore sa che il suo privilegio è quello di essergli fedele e che la sua felicità è legata all’armonia con i suoi insegnamenti. Past. Francesco Zenzale

Qual è il significato esistenziale della legge di Dio?

«Insegnami, o SIGNORE, la via dei tuoi statuti e io la seguirò sino alla fine. Dammi intelligenza e osserverò la tua legge; la praticherò con tutto il cuore. Guidami per il sentiero dei tuoi comandamenti, poiché in esso trovo la mia gioia. Inclina il mio cuore alle tue testimonianze e non alla cupidigia. Distogli gli occhi miei dal contemplare la vanità e fammi vivere nelle tue vie» (Sl 119:33-37). É difficile rendersi conto dell’importanza dei dieci comandamenti nella nostra cultura così individualista e secolarizzata, imbevuta di errati concetti di vita e intrisa dalla volontà di piacere e di potenza, più che di significato riferito a valori eterni e inalienabili. I dieci comandamenti, esprimono ciò che ci permette di convivere nella pace, ispirano il nostro desiderio di vivere all’interno dell’amore di Dio, si collegano al fondamento morale ed esistenziale della vita: amore, rispetto, verità, ecc. Presentano i tratti fondamentali dell’intera esistenza individuale e comunitaria: il vicino, il sesso, la vita, la felicità, la morte. Le dieci parole hanno un valore inesauribile per l’esistenza umana. Sono state trasmesse da Dio come espressione del suo carattere e del suo amore. Con ragione, l’apostolo Paolo, afferma che «la legge è santa, e il comandamento è santo, giusto e buono» (Rm 7:12). Il salmista evidenzia che «la legge del SIGNORE è perfetta, essa ristora l’anima; la testimonianza del SIGNORE è veritiera, rende saggio il semplice» (Sal 19:7). Gesù Cristo l’ha esalta ed ha chiaramente affermato che non deve essere violata (Is 42:21; Mt 5:17-19). Giacomo, l’apostolo ci invita a parlare e agire: «come persone che devono essere giudicate secondo la legge di libertà» (Gc 2:10-12). «Legge di libertà» e non di schiavitù per chi sceglie di vivere nell’ambito dell’amore di Dio che si esprime nel dono delle “dieci parole”. Quando tralasciamo di prendere in seria considerazione l’amore di Dio, il quale ci invita ad osservare i suoi comandamenti (1Gv 5:3), rischiamo di collocare la salvezza nella sfera emotiva o di idealizzarla, tale da perdere il contatto con la realtà stessa di Dio: della sua misericordia e del suo carattere e vivere nell’illusione di essere salvati. Dio desidera la nostra redenzione e felicità, ed è per questo che, mediante la potenza dello Spirito Santo, vuole imprimere la sua legge nei nostri cuori, nella nostra sfera affettiva: «Questo è il patto che farò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: io metterò le mie leggi nelle loro menti, le scriverò sui loro cuori; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo» (Eb 8:10). «Venga su di me la tua compassione, e vivrò; perché la tua legge è la mia gioia» (Sl 119:77). La legge di Dio, quindi, regola in anticipo l’uso della terra promessa, in modo che la sua osservanza garantisca a tutti la vita, la libertà e la felicità. Sono dieci parole per uno stile di vita coerente, non solo in rapporto alla volontà di Dio, ma anche alle più nobili aspirazioni dell’uomo. Past. Francesco Zenzale

Che rapporto esiste tra la legge, il peccato e la salvezza?

La svolta nel cuore del credente avviene grazie all’azione dello Spirito Santo, che convince l’uomo «quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16: 8). Pertanto, l’urgenza di un Salvatore cresce in noi quando siamo convinti di «peccato», avverso al carattere di Dio rivelato nella sua legge, espressione del suo amore. Essendo il peccato anche «la violazione della legge di Dio» (1 Gv 3: 4), l’’uomo non avrebbe «conosciuto il peccato se non per mezzo della legge». Paolo confessa: «Non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: “Non concupire”. Ma il peccato, colta l’occasione, per mezzo del comandamento, produsse in me ogni concupiscenza; perché senza la legge il peccato è morto» (Rm 7: 7-8). La «conoscenza del peccato» suscita quel sano senso di colpa che è alle origini del percorso salvifico. L’apostolo Paolo fa presente, che la legge è il nostro «pedagogo» per condurci a Cristo (Gal 3: 24). È sorprendete quello che l’apostolo cerca di trasmettere ai credenti. Da una parte stabilisce un legame fra la legge e peccato, dall’altra crea un’interdipendenza tra la legge e Cristo. Il peccato esiste perché c’è la legge e se l’umanità attraverso essa trova la morte, ciò non dipende dalla legge in sé. Questa infatti viene da Dio, fa parte della sfera divina e non umana, e pertanto reca l’impronta di Dio: la legge è spirituale e quindi «santa, buona e giusta» (Rm 7: 12-14). Mediante l’azione dello Spirito Santo, la legge, diventa il nostro istitutore per condurci a Cristo per essere disinfettati o perdonati dal peccato (Eb 9: 14). Scrive R. Rice, «Come modello immutabile di giustizia, la legge definisce e condanna il peccato. Senza la legge non avremmo conosciuto cos’è il peccato (Rm 7:7,13; cf. 1 Gv 3:4). É la legge a far sì che il peccato sia peccato. Ma, rivelando il carattere del peccato, la legge condanna pure il peccatore mostrando che merita di morire. Ironicamente, dunque, ciò che è originalmente e fondamentalmente fonte di vita diventa strumento di morte nelle mani del peccato. Come Paolo dice, “il comandamento ch’era inteso a darmi vita, risultò che mi dava morte” (Rm 7:10). Poiché il peccato distrugge la capacità di osservare la legge, la legge non costituisce per il peccatore un mezzo per diventare giusto. Essa rivela che c’è un problema molto serio, ma non offre alcuna soluzione (Rm 3:20). Ci lascia semplicemente con una condanna a morte pendente sul nostro capo. Questo spiega perché Paolo fosse così preoccupato quando dei credenti si volgevano alla legge nel loro tentativo di guadagnare la salvezza (cf. Gal 3:1-3). Essi cercavano di essere salvati da qualcosa che avrebbe potuto soltanto condannarli (cf. 1 Cor 15:56). La salvezza deve giungere da una fonte diversa dalla legge. E cosi è. In Gesù Cristo, la giustizia di Dio si manifesta “indipendentemente dalla legge” (Rm 3:21)». (R. Rice, “The Reign of God”, p. 183). In beve, la legge è unità a Cristo non solo per la sua natura divina (Gv 1: 1-2; 8: 58), ma anche per il ruolo che ha nell’ambito della salvezza. Infatti, Cristo è morto perché la legge è stata violata, conseguentemente e in tutta semplicità, possiamo affermare che a causa del peccato dell’uomo, non c’è legge senza croce e non c’è croce senza legge. Past. Francesco Zenzale

Come deve essere accetta e osservata la legge di Dio?

Gesù Cristo è il cuore del cristianesimo. Il più significativo atto di Dio nella storia dell’uomo è Gesù Cristo. La vita, la morte e la risurrezione di Cristo costituiscono la rivelazione completa del carattere di Dio che è amore (1 Gv 4:8). Senza alcun dubbio il Nuovo Testamento presenta Gesù Cristo come evento dell’adempimento messianico, ma egli è qualcosa di più che un semplice adempimento profetico: è il Figlio di Dio, la perfetta rivelazione della personalità di Dio. In Gesù Cristo abita tutta la pienezza della Divinità (Col 2:9; Gv 1:18 ). Pertanto, Gesù Cristo è la «nuova creazione», il nuovo esodo, il nuovo esilio, il nuovo Mosè, il nuovo Adamo, il nuovo Davide, il nuovo Elia, il nuovo Israele, la nuova alleanza (Lc 1:35; Mt 3; 4; Rm 5:1-12; Gv 13:18; 6; Mt 26:28,29). Dalla stipula di ogni alleanza dell’Antico Testamento scaturirono anche delle leggi; la nuova alleanza del Nuovo Testamento non ha a che fare con la legge o un codice, ma con una persona: Gesù Cristo. Legge e alleanza, nell’Antico Testamento, erano collegate ma distinte, Gesù invece è sia legge sia alleanza. Compiendo tutte le promesse dell’AT, Gesù non solo le adempì in modo appropriato, ma più importante ancora è che egli divenne la promessa. Il vangelo di Giovanni in modo così meraviglioso spiega, che Gesù non è solo colui che dà pane, acqua, luce o vita, ma che è egli stesso pane, acqua, luce e vita (Gv 6:7). Egli non è solo l’insegnante di una nuova via, ma egli è la via. Egli è ciò che dà, è la legge incarnata. Ciò significa che la base fondamentale dell’ubbidienza non è più la legge, ma la persona di Gesù. È lui il nuovo punto di riferimento nella storia di salvezza. Questo significa che le leggi di Dio possono essere osservate solo in Gesù Cristo. Sul monte delle beatitudini, il nuovo monte Sinai, in Matteo 5 è scritto ripetutamente: «Voi avete udito che fu detto, ma ora io vi dico» (Mt 5:27-43). In ognuno di questi «ma io vi dico» Gesù non fa solo da cassa di risonanza alle leggi dalla Torah, ma le radicalizza e le incastona in un contesto totalmente nuovo, molto più esigente e qualche volta completamente diverso da quello delle leggi precedenti. Per esempio, i comandamenti che vietano l’assassinio o l’adulterio sono rispettivamente espanse all’odio e alla concupiscenza (Mt 5:27). La legge del taglione basata sul principio «occhio per occhio» e l’odio per il nemico sono completamente abrogate (Mt 5:33-44). La regola che permetteva il divorzio è essenzialmente annullata (Mt 5:31-32). L’apostolo Paolo scrive: «Voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, ossia giustizia, santificazione e redenzione; affinché com’è scritto: “Chi si vanta, si vanti nel Signore”» (1 Cor 1:30-31). Past. Francesco Zenzale


LA NATURA DELL’UOMO
Perché abbiamo paura della morte?Che cos'è l'uomo? - Prima parteChe cos’è l’uomo? – Seconda parteChe cosa significa l’espressione «immagine di Dio»?Da dove veniamo e dove andiamo?Significato di nefesch (anima)

Perché abbiamo paura della morte?

Di tutte le paure che affliggono l’umanità, nessuna è più deprimente di quella che riguarda la perdita di una persona cara. Tutto ciò che abbiamo costruito, per cui abbiamo lottiamo e forse sacrificato anche gli affetti più cari, svanisce! Marc Oraison, medico, teologo e sacerdote francese, ha definito la morte «una tragica perdita di tempo». Scrive l’Ecclesiaste: «Godi la vita con la moglie che ami, per tutti i giorni della vita della tua vanità, che Dio ti ha data sotto il sole per tutto il tempo della tua vanità; poiché questa è la tua parte nella vita, in mezzo a tutta la fatica che sostieni sotto il sole. Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno dei morti dove vai, non c’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né saggezza» (Ecclesiaste 9:9-10). Forse la maggior parte delle persone preferisce non pensare alla morte e pensa a godersi la vita e a occuparsi di ciò che procura piacere e non dispiacere. Ma anche questa ossessiva rimozione rischia di diventare una maschera dietro la quale nascondono l’ansia e il timore di perdere definitivamente quello che hanno di più caro. Altri, invece, sono convinti che la morte sia la fine di tutto, per questo motivo s’impegnano a realizzare, entro il breve arco della propria esistenza, tutti i loro sogni. È un dato di fatto che la morte sia una crisi di svincolo impossibile da evitare; ce lo ricordano gli ospedali, i cimiteri, i ricordi dei volti cari di quelli che non ci sono più. Altri ancora vorrebbero rendere la morte meno rugosa facendo credere che quando si muore in realtà si passa ad un’altra dimensione della vita. C’è una sterminata letteratura, numerose pellicole cinematografiche che, in un modo o nell’altro, vogliono farci credere che la morte non è la fine ma l’inizio, il nuovo compleanno, di un’esistenza che prosegue oltre il fossato… Certamente è consolatorio pensare che i nostri cari, da noi tanto amati, non sono caduti nel baratro del nulla, ma che proseguono a vivere in una dimensione luminosa. È una verità oppure una pietosa menzogna? La filosofia greca, le religioni orientali e forse anche alcuni cristiani ritengono che possa esistere una vita cosciente oltre la morte. Ma che cosa insegna la Parola di Dio? Esiste una speranza cristiana e su che cosa si basa? È meglio essere consolati da una verità nuda e cruda che offre la speranza del Risorto oppure essere lusingati da una menzogna «consolatrice»? Nel libro della speranza, l’Apocalisse, ci viene detto di non temere, perché Gesù è «il primo e l’ultimo, e il vivente. Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei secoli, e tengo le chiavi della morte e del soggiorno dei morti» (Apocalisse 1: 18). Coloro che credono in Cristo sanno che egli ha le «chiavi» per aprire le tombe e pertanto il mistero della morte è nelle mani di colui che è l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, colui che apre e colui che chiude il cammino del credente: la nostra avanguardia che entra nel territorio del nemico (la morte) ma anche la nostra retroguardia che raccoglie i feriti. La Parola di Dio è l’annuncio della risurrezione, della vita eterna. Per questo Gesù è venuto, per mostrarci e per darci la vita eterna. Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» (Giovanni 11:25-26). Questo è il messaggio di Cristo. Chi nella propria fede, non ne è certo, non dovrebbe neanche illudersi di essere cristiano.

Che cos’è l’uomo? – Prima parte

«Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? l figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore. Tu lo hai fatto dominare sulle opere delle tue mani, hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi: pecore e buoi tutti quanti e anche le bestie selvatiche della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, tutto quel che percorre i sentieri dei mari. O SIGNORE, Signore nostro, quant’è magnifico il tuo nome in tutta la terra!» – Salmo 8: 3 -9 La prima importante affermazione biblica per capire la natura umana si trova in Genesi 1:27: “E Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina”. Questa dichiarazione è di fondamentale importanza per la formulazione di un’antropologia biblica. Gli esseri umani sono degli esseri creati. In altre parole, noi siamo parte integrante del mondo creato. Ciò significa, in primo luogo, che abbiamo avuto un inizio. Non siamo, quindi, eterni e non apparteniamo al divino. Il nostro modo di esistere è essenzialmente differente da quello di Dio: Egli è sempre esistito; noi siamo venuti all’esistenza. Il nostro ruolo nel cuore dell’universo è quello di esseri creati. In secondo luogo, gli esseri umani sono esseri limitati. La loro esistenza è paragonabile a un prestito, quindi non è sufficiente a se stessa. Noi non siamo degli esseri indipendenti capaci di produrre energia propria in grado di garantire l’esistenza. Di conseguenza, come un giorno siamo venuti al mondo dal nulla, così possiamo tornare al nulla. Insomma, possiamo smettere di esistere. Tuttavia, benché la nostra vita ci sfugga, siamo chiamati a collaborare con il Creatore per preservarla: siamo degli amministratori della nostra vita. In terzo luogo, considerare gli esseri umani come creature significa che essi esistono nel tempo e nello spazio. Questi due elementi sono menzionati nel racconto della creazione. Adamo ed Eva furono creati nel sesto giorno, durante una frazione particolare del tempo. Pertanto noi siamo condizionati dal tempo. Adamo ed Eva sono venuti all’esistenza in un luogo particolare: il giardino d’Eden. Lo spazio costituisce la totalità del mondo creato. Il loro ambiente era la flora, la fauna e l’universo intero. Se lo spazio dove noi viviamo è distrutto, la nostra esistenza è in pericolo. La corretta gestione del mondo creato è dunque di importanza vitale. In breve, essere creature significa che non siamo il risultato di forze impersonali che agiscono nel cuore dell’universo, ma che siamo il frutto di un atto d’amore. La nostra esistenza è una manifestazione dell’amore disinteressato di Dio, un atto della sua grazia. L’Onnipotente ci ha creati perché, nel suo amore, ha visto che ciò era molto buono. L’amore di Dio, la sua grazia e la sua libertà hanno dato vita a un essere intelligente, che era ed è una parte del mondo creato e quindi differente dal suo Creatore. Questa creatura è capace di apprezzare tale amore e di ricambiarlo.

Che cos’è l’uomo? – Seconda parte

«Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2:7). La seconda importante affermazione biblica per capire la natura umana si trova in Genesi 2:7. Non deve sorprendere che questo testo costituisca il fondamento per la riflessione concernente la natura umana. Esso è, dopo tutto, l’unico racconto biblico che informi su come Dio abbia creato l’uomo. Il testo dice: «E il Signore Iddio formò l’uomo dalla polvere della terra, e gli alitò nelle nari un fiato vitale; e l’uomo fu fatto anima vivente» (Diodati). La nuova Riveduta molto più correttamente traduce: «Dio il SIGNORE formò l’uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l’uomo divenne un essere vivente». Storicamente, questo testo è stato letto attraverso le lenti del dualismo classico. È stato dato per scontato che l’alito di vita che Dio ha soffiato nelle narici dell’uomo fosse un’anima immateriale e immortale immessa da Dio nel corpo materiale. Alla luce di questa interpretazione, si sostiene che come la vita terrena ebbe inizio con l’innesto di un’anima immortale in un corpo fisico, così la fine avverrà quando l’anima lascerà il corpo. Genesi 2:7 è stato storicamente interpretato alla luce del dualismo tradizionale corpo-anima. Ciò che ha portato a questa errata e mistificante interpretazione va ricercato nel fatto che la parola ebraica nefesh, tradotta «anima» in Genesi 2:7, è stata intesa secondo la definizione tratta dal dizionario della lingua italiana: «Principio immateriale della vita dell’uomo contrapposta al corpo e tradizionalmente ritenuta immortale o addirittura partecipe del divino» o, ancora: «Principio spirituale incarnato in esseri umani» (G. DEVOTO E G.C. OLI, Nuovo vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione dal Reader’s Digest, vol. 1, Milano, 1987 p. 139. Webster’s New Collegiate Dictionary, 1974, voce: «Soul»). Questa definizione riflette la concezione platonica dell’anima come essenza immateriale e immortale aggiunta al corpo, benché non ne faccia parte. Purtroppo per molti questo presupposto costituisce la chiave di lettura dell’Antico Testamento e si comprende nefesh alla luce del dualismo platonico anziché del concetto biblico dell’uomo. Come dice Claude Tresmontant: «Applicando all’ebraico nefesh (anima) le caratteristiche della psyche (anima) platonica, … facciamo sì che il vero significato di nefesh (anima) ci sfugga e, inoltre, rimaniamo con innumerevoli falsi problemi» (C. TRESMONTANT, A Study in Hebrew Thought, New York, 1960, p. 94. È il migliore studio per comprendere la differenza tra il pensiero ebraico e quello greco. Titolo originale Essai sur la pensée hébraïque, Paris, Cerf, 1962, p. 97). Coloro che interpretano le caratteristiche di nefesh nell’Antico Testamento (che nella versione inglese King James è tradotto «anima» ben 472 volte), partendo dal presupposto dualistico, avranno grande difficoltà a capire il concetto biblico unitario della natura umana, secondo il quale, corpo e anima costituiscono una manifestazione della stessa persona, vista da prospettive diverse. Queste persone, ancora, avranno difficoltà ad accettare il significato biblico dell’anima intesa come principio vitale per la vita umana e animale. Inoltre, sarà per loro difficile spiegare quei brani che parlano del cadavere come di un’anima (nefesh) morta (cfr. Lev 19:28; 21:1,11; 22:4; Nm 5:2; 6:6,11; 9:6,7,10; 19:11,13; Ag 2:13).

Che cosa significa l’espressione «immagine di Dio»?

«Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore» (Salmi 8: 3 – 5). La caratteristica distintiva della relazione dell’uomo con Dio è contenuta nell’espressione: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza» (Gn 1:26; cfr. 5:1,3; 9:6). Per secoli i teologi hanno discusso sul significato dell’immagine di Dio nell’uomo. Sono state proposte differenti soluzioni. Alcuni ritengono che l’immagine sia la somiglianza fisica tra Dio e l’uomo, ma questa interpretazione presuppone che Dio abbia una natura corporea simile a quella degli esseri umani. Quest’idea contrasta con l’affermazione di Cristo che «Dio è spirito» (Gv 4:24) e quindi non legato allo spazio o alla materia come noi. Inoltre, i termini biblici legati all’aspetto fisico della natura umana, corpo (basar) e carne (sarx), non sono mai applicati a Dio. Altri pensano che l’immagine di Dio consista nell’aspetto non materiale della natura umana, cioè la sua anima spirituale. Questo modo di vedere la natura umana presuppone il dualismo corpo e anima che, però, il racconto della Genesi non ammette. L’uomo non ha ricevuto un’anima da Dio; è stato fatto anima vivente (Gen 2:7). Inoltre, nella Genesi si afferma che anche gli animali sono diventati «anime viventi», pur non essendo stati creati a immagine di Dio. Secondo la Parola di Dio l’immagine di Dio non è qualcosa che noi abbiamo, ma qualche cosa che noi siamo. L’immagine di Dio in noi non è localizzata in un elemento particolare della nostra persona, ma nella totalità del nostro essere. Nella creazione, l’immagine di Dio si rifletteva su tutti gli aspetti di Adamo e di Eva. L’immagine di Dio «è collegata alla capacità dell’uomo, su un livello limitato, di essere e agire in rapporto a ciò che Dio è e opera, su un livello illimitato. Il racconto della creazione sembra indicare che, mentre il sole domina il giorno, la luna la notte e i pesci il mare, l’umanità rappresenti Dio per il dominio che esercita su tutti questi regni (Gn 1:28,30). Nel Nuovo Testamento, l’immagine di Dio nell’umanità non è mai associata alla comunione maschio-femmina né alla somiglianza fisica o all’anima immateriale e spirituale, ma piuttosto alla capacità morale e razionale: «Vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato» (Col 3:10; Ef 4:24). Per lo stesso motivo, la conformità all’immagine di Cristo (cfr. Rm 8:29; 1 Cor 15:49) è generalmente percepita in termini di giustizia e santità. Nessuna di queste qualità è posseduta dagli animali. Ciò che distingue l’essere umano dagli animali sta nel fatto che la natura umana ha in sé delle possibilità divine. Per il fatto che siamo stati creati all’immagine di Dio, siamo in grado di rifletterne il carattere. Essere creati all’immagine di Dio significa, inoltre, che l’essere umano debba vedere se stesso come un individuo rivestito di significato, potenzialità e responsabilità. Significa che l’uomo è stato creato per riflettere Dio nella mente e nelle azioni. Egli può compiere, a un livello limitato, ciò che Dio opera a un livello illimitato. Scrive E. G. White: «L’uomo era l’immagine di Dio, nell’aspetto e nel carattere. Solo il Cristo è tuttavia «l’impronta dell’essenza…» (cfr. Ebrei 1:3) del Padre; l’uomo fu creato simile a Dio, intimamente conforme alla volontà divina. La sua mente poteva comprendere le realtà spirituali, i suoi sentimenti erano nobili, gli impulsi e le passioni erano controllati dalla ragione. Nella sua purezza, egli era felice di questa condizione di assoluta armonia con Dio» (E.G. White, Patriarchi e Profeti, p. 31, ed. AdV (Impruneta – Fi)

Da dove veniamo e dove andiamo?

Ecco due domande che gli uomini si pongono da millenni. Se è vero che essi si preoccupano del problema della loro origine, è altrettanto certo che s’interessano, e forse di più, a quello del loro destino. Pascal, parlando del destino dell’uomo, disse che «bisogna aver perduto ogni sentimento per essere indifferenti a ciò che ne sarà». La Scrittura afferma che l’uomo è stato creato da Dio (Genesi 1: 27; 2.7) e non lo considera immortale né attribuisce immortalità all’anima. L’aggettivo «immortale», che si trova una sola volta nella Bibbia, è attribuito a Dio: «Al Re eterno, immortale, invisibile, all’unico Dio, siano onore e gloria nei secoli dei secoli» (1 Timoteo 1:17). Il sostantivo «immortalità», citato cinque volte, non è mai riferito alla condizione attuale dell’uomo. In 1 Timoteo, l’apostolo Paolo afferma chiaramente che «Dio solo possiede l’immortalità» (6:15,16). Dio, dopo averlo creato, gli disse: «Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai» (Genesi 2:17). L’uomo, purtroppo, disobbedì andando incontro alla morte. Infatti, «Il salario del peccato è la morte» (Romani 6:23). L’uomo muore, ovvero cessa di esistere, ritorna ad essere polvere: «Mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai» (Genesi 3: 19). La Scrittura afferma che i defunti scendono nel soggiorno dei morti, o Sheôl-Ades. La parola ebraica Sheôl si trova sessantacinque volte nell’Antico Testamento, e il termine greco «Ades» è menzionato undici volte nel Nuovo. I due termini sono equivalenti. Lo Sheôl-Ades indica il sepolcro, la tomba, il soggiorno dei morti. «Così l’uomo giace, e non risorge più; finché non vi siano più cieli, egli non si risveglierà né sarà più destato dal suo sonno» (Giobbe 14:12). Nel soggiorno dei morti non c’è nessuna attività. I morti non sanno nulla: sono incoscienti; non sentono, non vedono, non soffrono e non godono: «dormono». Sulla base di quanto scritto dalla Bibbia, lo stato dei morti può riassumersi con queste cinque parole: silenzio, oblio, incoscienza, sonno, riposo. «Se il SIGNORE non fosse stato il mio aiuto, a quest’ora l’anima mia abiterebbe il luogo del silenzio» (Salmo 94:17; Salmo 115: 17; Ecclesiaste 9: 5-6). Ma, se il salario del peccato è la morte, «il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù» (Romani 6: 23). Gesù disse: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quelli che egli mi ha dati, ma che li risusciti nell’ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Giovanni 6:39,40). Quando Gesù ritornerà i morti in Cristo risusciteranno a riceveranno il dono della vita eterna (1 Tessalonicesi 4: 13-18) e avranno la gioia di evolversi nell’eternità. «Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scender giù dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21: 1-4).

Significato di nefesch (anima)

Secondo la Parola di Dio, «La nefesch (anima) può avere fame (Sl 107:9), oppure sete (Sl 143:6), essere soddisfatta (Ge 31:14), mangiare bene (Is 55:2). La nefesch può anche amare (Gn 34:3; Cantico dei Cantici 1:7), commuoversi (Sl 31:10), gridare (Sl 116:4; Sl 119:10), conoscere (Sl 139:14), essere saggia (Pr 3:22), adorare e lodare Dio (Sl 103:1; 146:1)» (Jacques Doukhan, Il Grido del cielo, ed, AdV, Impruneta (Fi), p. 220). “Poiché tu non abbandonerai l’anima mia in potere della morte, né permetterai che il tuo santo subisca la decomposizione” (Sl 16:10). “Ecco, tutte le vite (anime, ebr. Nefesch) sono mie; è mia tanto la vita del padre quanto quella del figlio; chi pecca morirà” (Ez 18:4). “La persona (anima, ebr. Nefesch) che pecca è quella che morirà, il figlio non pagherà per l’iniquità del padre, e il padre non pagherà per l’iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l’empietà dell’empio sarà sull’empio” (Ez 18:20). Commentando Genesi 2:7, Hans Walter Wolff si chiede: «Che cosa significa in questo caso nefesh (anima)? Certamente non anima nel senso tradizionale dualistico. Nefesh dev’essere visto insieme con tutta la forma dell’uomo, e specialmente con il suo alito; inoltre, l’uomo non ha nefesh (anima), egli stesso è nefesh (anima), e vive come nefesh (anima)» (H. W. WOLFF, Antropologia dell’Antico Testamento, (trad. E. Buli), Brescia, Queriniana, 1975, p. 18).. Il fatto che l’anima nella Bibbia rappresenti l’intera persona vivente è riconosciuto persino dallo studioso cattolico Dom Wulstan Mork che si esprime con questi termini: «È la nefesh che dà vita a basar (carne), ma non facendone una nuova sostanza distinta. Adamo non ha nefesh; egli è nefesh, come è basar. Il corpo, lungi dall’esser distinto dal principio che lo anima, è la stessa nefesh visibile» (W. MORK, Linee di antropologia biblica, (trad. L. Bono), Fossano, ed. Esperienza, 1971, p. 48).


LA SALVEZZA
Che cosa bisogna fare per essere salvati?Che cos’è il peccato?Che cos’è il pentimento?Che cos’è il piano della salvezza?Come liberasi dal senso di colpa?Qual è il significato della confessione?Come vivere riconciliati con Dio?

Che cosa bisogna fare per essere salvati?

«In nessun altro è la salvezza; perché non vi è sotto il cielo nessun altro nome che sia stato dato agli uomini, per mezzo del quale noi dobbiamo essere salvati» (At 4:12). Che cosa bisogna fare per essere salvati? In generale a questa domanda si risponde che oltre ad accettare Gesù Cristo è importante essere una brava persona e compiere delle buone opere, anche se non sempre si è così «buoni» come si vuole far credere. Comunque, l’importante è non rubare, non uccidere, ecc… La risposta è ambigua perché da una parte si accetta Gesù come Salvatore, dall’altra, mediante le opere, si evidenziano i propri meriti; così facendo testimoniamo che il sacrificio di Cristo è incompleto ai fini della nostra salvezza. Ciò non è conforme all’insegnamento della Parola di Dio. La salvezza non consiste affatto – pesando sulla bilancia della giustizia umana – di buone azioni in opposizione ai peccati, perché in tutti i modi saremo perdenti dal momento che sta scritto: «non c’è nessun giusto, neppure uno. Non c’è nessuno che capisca, non c’è nessuno che cerchi Dio. Tutti si sono sviati, tutti quanti si sono corrotti. Non c’è nessuno che pratichi la bontà, no, neppure uno» (Ro 3:10-12). E ancora, «la nostra giustizia è come un abito sporco» (Is 64.6) e pertanto siamo «tutti privi della gloria di Dio» (Ro 3:23). Secondo l’apostolo Paolo, «è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio» (Ef 2:8). E «se è per grazia, e non più per opere, altrimenti la grazia non sarebbe più grazia« (Ro 11:6). Il Signore, «ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo» (Ti 3:5). Come peccatori non abbiamo nessuna possibilità di esser salvati. Per questo motivo Iddio prese l’ iniziativa mostrandoci la via di come riunirci con lui nel cielo. «Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3:16). La vita eterna è un dono (Ro 6:23) e non esiste un altra via all’infuori di Cristo per essere salvati. Solo Gesù è «la via» e nessuno può accedere a Dio Padre se non per mezzo di lui (Gv 14.6). La salvezza la si consegue solo attraverso la fede in Cristo Gesù! «E in nessun altro vi è la salvezza, poiché non c’è alcun altro nome sotto il cielo che sia dato agli uomini, per mezzo del quale dobbiamo essere salvati» (At 4:12). Siamo salvati non per quel che facciamo, abbiamo e/o siamo, ma per quello che Dio ha fatto per noi. «Il carceriere, chiesto un lume, balzò dentro e tutto tremante, si gettò ai piedi di Paolo e di Sila; poi li condusse fuori e disse: “Signori, che debbo fare per essere salvato?“ Ed essi risposero: “Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia» (At 16: 29-31). In breve, Dio è l’autore della salvezza del peccatore, il suo amore ne è la sorgente; la morte di Cristo, il mezzo; la fede del peccatore che fa propri i meriti di Cristo, la condizione. «Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore» (Ro 5:1). Credi che Gesù Cristo sia il salvatore? Desideri offrirgli il meglio di te stesso? Past. Francesco Zenzale «Ecco, la mano del SIGNORE non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire; ma le vostre iniquità vi hanno separato dal vostro Dio; i vostri peccati gli hanno fatto nascondere la faccia da voi, per non darvi più ascolto. Le vostre mani infatti sono contaminate dal sangue, le vostre dita dall’iniquità; le vostre labbra proferiscono menzogna, la vostra lingua sussurra perversità» (Is 59: 1-4). «Oggi il concetto di “peccato” è sempre più fuori moda. Recenti statistiche confermano che ben pochi sono i peccati tradizionali considerati ancora tali. La coscienza della gente condanna ancora gesti come l’omicidio, il furto, la menzogna, mentre “riabilita” l’adulterio, la bestemmia, la violazione delle feste e in genere tutto ciò che non comporta danni immediati alla società. Cos’è in realtà il peccato? Per rispondere occorre rifarsi al testo biblico, precisamente ai primi capitoli della Genesi, in cui è descritto il primo peccato dell’umanità. L’episodio, al di là della lettera, appare profondamente significativo. Siamo di fronte a un dramma che, inserito in una cornice pedagogica adatta a ogni tempo, pone alla nostra attenzione un problema esistenziale molto attuale: chi deve decidere ciò che è giusto o sbagliato? Chi stabilisce il codice etico a cui attenersi? L’uomo risponde in modo chiaro disubbidendo all’ordine divino e affermando così la propria autonomia, la propria sovranità. La sfida alla sovranità di Dio s’inserisce, d’altra parte, in una situazione di ribellione e di rivendicazione che trascende la terra e abbraccia l’universo intero. In questo conflitto è presente l’inquietante personaggio di Satana. Il desiderio di autonomia è il presupposto ideologico della nostra società: l’uomo vuole liberarsi da un Dio concepito come un limite alle proprie potenzialità. Egli vuole una libertà assoluta. Ma per quali mete? Scopriamo, oggi più di ieri, che la nostra libertà si è trasformata in arbitrio e le relative conseguenze ricadono pesantemente su di noi. Per esempio, nel suo rapporto con il creato, l’uomo ha aggredito la natura per sfruttarla senza pudore, ponendo le basi per una prossima distruzione dell’ecosistema mondiale; sul piano etico ha aggredito il fratello, disinteressandosi della sua sorte, della sua fame, della sua miseria. Abbiamo pensato di essere “simili agli dèi” e ci ritroviamo, credenti e non, a parlare di una prossima fine del mondo. In realtà questi gravissimi problemi globali, che l’umanità affronta per la prima volta in maniera così drammatica, hanno origine nel peccato di ogni singolo individuo, nell’egoismo, nella superficialità, nel desiderio di potere, nel clima di sospetto e di critica, in cui ognuno di noi è inserito. «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi (1Gv 1:8-10). Past. Francesco Zenzale

Che cos’è il peccato?

«Ecco, la mano del SIGNORE non è troppo corta per salvare, né il suo orecchio troppo duro per udire; ma le vostre iniquità vi hanno separato dal vostro Dio; i vostri peccati gli hanno fatto nascondere la faccia da voi, per non darvi più ascolto. Le vostre mani infatti sono contaminate dal sangue, le vostre dita dall’iniquità; le vostre labbra proferiscono menzogna, la vostra lingua sussurra perversità» (Is 59: 1-4). «Oggi il concetto di “peccato” è sempre più fuori moda. Recenti statistiche confermano che ben pochi sono i peccati tradizionali considerati ancora tali. La coscienza della gente condanna ancora gesti come l’omicidio, il furto, la menzogna, mentre “riabilita” l’adulterio, la bestemmia, la violazione delle feste e in genere tutto ciò che non comporta danni immediati alla società. Cos’è in realtà il peccato? Per rispondere occorre rifarsi al testo biblico, precisamente ai primi capitoli della Genesi, in cui è descritto il primo peccato dell’umanità. L’episodio, al di là della lettera, appare profondamente significativo. Siamo di fronte a un dramma che, inserito in una cornice pedagogica adatta a ogni tempo, pone alla nostra attenzione un problema esistenziale molto attuale: chi deve decidere ciò che è giusto o sbagliato? Chi stabilisce il codice etico a cui attenersi? L’uomo risponde in modo chiaro disubbidendo all’ordine divino e affermando così la propria autonomia, la propria sovranità. La sfida alla sovranità di Dio s’inserisce, d’altra parte, in una situazione di ribellione e di rivendicazione che trascende la terra e abbraccia l’universo intero. In questo conflitto è presente l’inquietante personaggio di Satana. Il desiderio di autonomia è il presupposto ideologico della nostra società: l’uomo vuole liberarsi da un Dio concepito come un limite alle proprie potenzialità. Egli vuole una libertà assoluta. Ma per quali mete? Scopriamo, oggi più di ieri, che la nostra libertà si è trasformata in arbitrio e le relative conseguenze ricadono pesantemente su di noi. Per esempio, nel suo rapporto con il creato, l’uomo ha aggredito la natura per sfruttarla senza pudore, ponendo le basi per una prossima distruzione dell’ecosistema mondiale; sul piano etico ha aggredito il fratello, disinteressandosi della sua sorte, della sua fame, della sua miseria. Abbiamo pensato di essere “simili agli dèi” e ci ritroviamo, credenti e non, a parlare di una prossima fine del mondo. In realtà questi gravissimi problemi globali, che l’umanità affronta per la prima volta in maniera così drammatica, hanno origine nel peccato di ogni singolo individuo, nell’egoismo, nella superficialità, nel desiderio di potere, nel clima di sospetto e di critica, in cui ognuno di noi è inserito. «Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi, e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non aver peccato, lo facciamo bugiardo, e la sua parola non è in noi (1Gv 1:8-10). Past. Francesco Zenzale

Che cos’è il pentimento?

«Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti» «At 17:30». Uno degli aspetti importanti, del perdono, oltre alla confessione è il pentimento. Gli esempi di vero pentimento e di profonda umiliazione riportati nella Parola di Dio rivelano che chi confessa i propri peccati non tenta di giustificarsi. Paolo non cercava scuse, anzi, dipinse il proprio peccato a tinte fosche e non fece nulla per sminuire la propria colpa. Ecco le sue parole: «I capi dei sacerdoti mi avevano dato un potere speciale, e io gettavo in prigione molti cristiani. E quando essi venivano condannati a morte, anch’io votavo contro di loro. Spesso andavo da una sinagoga all’altra per costringerli con torture a bestemmiare. Ero crudele contro i cristiani senza alcun riguardo, e li perseguitavo anche nelle città straniere» (At 26:10,11). E poi affermò con convinzione: «Questa è una parola sicura, degna di essere accolta da tutti: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori”» (1 Tm 1:15). «Il pentimento deve implicare un profondo dolore per il peccato e il desiderio di rinunciarvi. Occorre riconoscerne la gravità e distaccarsene completamente se vogliamo davvero cambiare la nostra vita. Sono molti coloro che non riescono a comprendere il vero significato del pentimento; essi sono rattristati per il peccato commesso e, temendo le conseguenze del loro comportamento, si limitano a migliorare se stessi soltanto superficialmente. Questo non è il pentimento che la Bibbia ci insegna: queste persone sono più dispiaciute per le conseguenze dei loro errori, che per il peccato in sé. Quando Esaù si accorse di aver definitivamente perso il diritto di primogenitura, provò lo stesso timore. Questa fu anche l’esperienza di Balaam, che terrorizzato dall’angelo che gli stava davanti con la spada sguainata, per paura di perdere la vita, riconobbe la propria colpa; ma in seguito dimostrò di non essersi pentito sinceramente, di non provare avversione per il male e di non aver cambiato le proprie intenzioni» (E. G. White, La via migliore, p 24). Chi si pente sinceramente, manifestando umiltà e dolore, comprenderà l’amore di Dio e il significato del Calvario e si rivolgerà a Dio come un figlio che confessa i propri errori al padre che lo ama. La Parola di Dio dice: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Gv 1:9). «Dio non accetta la confessione che non è accompagnata da un sincero pentimento, da un profondo rammarico per il peccato commesso e che non porta a una riforma della propria vita, eliminando tutto ciò che lo offende. Ecco come il profeta descrive questa esperienza: «Lavatevi, purificatevi, basta con i vostri crimini. È ora di smetterla di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, aiutate gli oppressi, proteggete gli orfani e difendete le vedove» (Is 1:16,17)». Ibdem, p. 59). Past. Francesco Zenzale

Che cos’è il piano della salvezza?

«Quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l’adozione» (Gl 4: 4-5). Se tu volessi trovare la risposta compiuta ai tuoi problemi, la sintesi perfetta della soluzione di tutte le tue crisi, la strada unica per liberarti della paura e dell’inquietudine, per appianare le difficoltà della tua vita e riuscire a vivere serenamente con la prospettiva della vita eterna, la risposta la troverai in un solo libro: la Bibbia. La Scrittura è unica perché è la testimonianza che i profeti e gli apostoli hanno dato di Dio, ma anche perché riempie la tua vita con il suo insondabile e infinito contenuto. In essa troviamo una risposta sovrana: «Credi nel Signor Gesù Cristo e sarai salvo tu e la tua casa (At 16:31). Cristo Gesù è la persona che si fa carico dei tuoi mali, e cura le tue ribellioni per offrirti una felicità presente e un avvenire radioso. Cristo, della stessa natura del Padre e in sintonia con lo Spirito Santo, è il Creatore di tutto quanto esiste, contemporaneamente è anche colui che agisce in modo che le conflittualità e le contraddizioni del nostro tempo, che generano contrapposizioni e disarmonia, siano trasformate, grazie al suo intervento, in occasioni di salvezza per tutti coloro che confidano nella sua misericordia in vista dell’eterna sicurezza . Cristo, il Figlio di Dio, che ti ama appassionatamente, ha formulato un piano meraviglioso per salvarti dell’eterna distruzione, per riscattarti degli artigli della paura, del peccato e dell’angoscia. Questo progetto di redenzione si è concretizzato nella sua vita e non vi ha rinunciato neppure dinanzi alla minaccia della morte, che gli fu inferta nel modo più ignominioso: la croce. Pur essendo Dio si fece uomo (Fl 2:7-8); pur abitando una gloria inaccessibile, discese in questo mondo ottenebrato dal peccato. Visse e soffrì come te. Ebbe sete (Gv 19:28), fame (Mt 21:1-8), provò la tristezza (Mt 26:38), come me e te, fu tentato in tutto ma senza peccare (Ebrei 4:15). Sopportò l’amarezza dell’incomprensione, dell’ingratitudine e dell’odio. Con pace e pazienza imperturbabili sopportò gli schiaffi, le frustate, gli sputi inferti da uomini vili. Infine accettò di morire sulla croce al posto dell’uomo affinché tu, per la fede in lui, accettandolo come personale Salvatore, ottenessi la vita eterna. «Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3:16). Dio ti ama e desidera che tu viva per sempre. Accetta il frutto del suo amore: Gesù Cristo. Past. Francesco Zenzale

Come liberasi dal senso di colpa?

«Allora gli scribi e i farisei gli condussero un donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?». Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più» (Gv 8:3-11). Come liberarsi dai sensi di colpa? Due semplici indicazioni: 1. Andare a Gesù e dirgli o raccontargli tutto. – Gesù ha detto: «Venite a me, voi tutti che siete travagliati e aggravati, ed io vi darò riposo» (Mt 11:28). Se Gesù rivolge ai suoi figli questo invito, vuol dire che egli è disposto ad ascoltarci e che non c’é aspetto della nostra vita, belo o brutto che sia, che Dio non voglia interessarsi. Dobbiamo, veramente, dirgli tutto e con tutto il cuore. E, non dobbiamo avere vergogna di noi stessi, delle nostre meschinità, dei nostri peccati e dei nostri pensieri impuri. Per quanto triste sia stato il nostro passato, per quanto doloroso sia il presente, se ci avviciniamo a Gesù così come siamo, deboli, avviliti, disperati, il nostro Salvatore ci accoglierà. Ci aprirà le braccia della grazia e dell’amore per presentarci al Padre rivestiti del candido manto del suo carattere. 2. Dargli tutto e prendere tutto. – Che cosa abbiamo e che cosa siamo disposti a dare a Gesù? In preghiera è importante dare tutto a Gesù, tutto ciò che noi siamo, in particolare modo, ciò che ci impedisce di essere sereni, ma soprattutto il nostro cuore. Infatti, l’unica cosa che Gesù chiede da noi è il nostro cuore, infatti sta scritto “Figlio mio, dammi il tuo cuore, e gli occhi tuoi prendano piacere nelle mie vie” (Proverbi 23:26). Come si può facilmente capire Gesù ci invita a dargli il cuore per il nostro bene, per la nostra serenità. Quando gli diamo il nostro cuore così com’è, Egli dopo averlo purificato, ce lo restituisce ripieno della gioia della salvezza. «Dobbiamo dargli tutto: il cuore, la mente, la nostra operosità e l’ubbidienza ai suoi precetti. Dobbiamo dargli tutto e allo stesso tempo prendere tutto: cioè Cristo, che è la completezza della benedizione di Dio, perché dimori in noi e sia la nostra forza, la nostra giustizia e il nostro aiuto per sempre» (E. G. White, Passi verso Gesù, pag. 68). «Dio attende con amore infinito la confessione degli uomini tormentati e accoglie l’espressione del loro pentimento… Egli ci invita ad affidare i nostri conflitti alla sua comprensione, le nostre sofferenze al suo amore, le nostre ferite alla sua capacità di guarire, la nostra debolezza alla sua forza, il nostro vuoto alla sua pienezza. Egli non ha mai deluso chi si è affidato a lui» (E. G. White, Con Gesù Sul monte delle Beatitudini, pag. 101). «Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per ricevere aiuto al tempo opportuno» (Eb 4:16). Past. Francesco Zenzale

Qual è il significato della confessione?

«Poi disse: «Ti prego, Signore, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, venga il Signore in mezzo a noi, perché questo è un popolo dal collo duro; perdona la nostra iniquità, il nostro peccato e prendici come tua eredità» (Sl 34:9). La confessione è un’esperienza spirituale mediante la quale noi dichiariamo, con umiltà e sincero pentimento, la nostra fallibilità davanti a Dio che conosce ogni dettaglio della nostra vita (Sl 139). Essa esprime l’inevitabile sentimento di bisogno e di indegnità che accompagna la consapevolezza che abbiamo della grandezza di Dio. Quando Isaia vide “il Signore assiso sopra un trono alto, molto elevato”, disse, “Ahi, lasso me, ch’io sono perduto! Poiché io sono un uomo dalle labbra impure” (Is 6:1- 5). Non possiamo vivere in presenza di Dio senza sentire i limiti del nostro essere creature e la nostra condizione di peccato. Se il peccatore vuole essere liberato dal doloroso senso di colpa e dalla schiavitù del peccato che l’opprime, deve necessariamente umiliarsi, riconoscere la propria colpa e confessare i propri peccati, seguendo l’esempio del figlio prodigo che esclama: “Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te e non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Luca 15: 21), oppure quello del pubblicano che non osa neppure alzare gli occhi, si batte il petto e dice: “O Dio, sii placato verso me peccatore” (Lc 18: 13). Entrambi non cercano di giustificarsi davanti a Dio e non manifestano alcuna reticenza nella loro confessione, ma sono pronti ad accettare le conseguenze dei loro peccati. La loro confessione non è vaga e anonima, una ammissione di colpe indefinite: è personale, menzionano i peccati in tutta la loro gravità ed orrore. Esprimono il desiderio e la volontà di separarsene, di riparare al male fatto, come risulta anche nell’esperienza di Zaccheo (Lc 19), cercando di non ricadere più negli stessi errori. La loro confessione è sincera, profonda e completa. Il perdono divino è consequenziale al sincero pentimento e alla confessione dei nostri peccati fatta con piena fiducia: «Davanti a te ho riconosciuto il mio peccato, non ho coperto la mia iniquità. Ho detto: «Confesserò le mie trasgressioni all’Eterno», e tu hai perdonato l’iniquità del mio peccato» (Sl 32: 5). La Bibbia ci presenta diversi modi di confessioni. I più noti sono quelli di Davide (Sl 51), di Nehemia (Neh 1: 5-7) e di Daniele (9: 4-19). “Chi copre le sue trasgressioni non prospererà, ma chi le confessa e le abbandona otterrà misericordia” (Pr 28: 13). Past. Francesco Zenzale

Come vivere riconciliati con Dio?

«Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall’ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione» (Ro 5:9-11). Secondo il profeta Isaia, sono i nostri peccati che ci hanno separato da Dio (Is 59:2) e pertanto per recuperare il nostro rapporto con Dio è innanzitutto importante riconoscere i nostri peccati. Ciò è possibile grazie all’aiuto dello Spirito Santo che agisce nei nostri cuori aiutandoci a prenderne coscienza (Gv 16:8). In secondo luogo un sincero pentimento. Gli esempi di vero pentimento e di profonda umiliazione riportati nella Parola di Dio rivelano che chi confessa i propri peccati non tenta di giustificarsi. Paolo non cercava scuse, anzi, dipinse il proprio peccato a tinte fosche e non fece nulla per sminuire la propria colpa. Ecco le sue parole: «I capi dei sacerdoti mi avevano dato un potere speciale, e io gettavo in prigione molti cristiani. E quando essi venivano condannati a morte, anch’io votavo contro di loro. Spesso andavo da una sinagoga all’altra per costringerli con torture a bestemmiare. Ero crudele contro i cristiani senza alcun riguardo, e li perseguitavo anche nelle città straniere» (At 26:10,11). E poi affermò con convinzione: «Questa è una parola sicura, degna di essere accolta da tutti: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori”» (1 Tm 1:15). Chi si pente sinceramente, manifestando umiltà e dolore, comprenderà l’amore di Dio e il significato del Calvario e si rivolgerà a Dio come un figlio che confessa i propri errori al padre che lo ama. La Parola di Dio dice: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Gv 1:9). Oltre il pentimento e la confessione è importante la determinazione ad abbandonare il peccato e laddove è possibile rimediare il male fatto. In questo l’esempio di Zaccheo è emblematico. «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio d’Abraamo; perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto». (Lc 19: 8-10). Una significativa illustrazione di un vero e genuino ravvedimento, di perdono e di riconciliazione con Dio, è la parabola del figlio prodigo (Lc 15:11-32). Il figlio, il più giovane, dissipò l’intera eredità che il padre gli aveva donato sperperando tutto in una vita vergognosa e di peccato (v.13). Quando riconobbe il suo errore, decise di tornare a casa (v. 18). Il giovane presume che non sarà più ricevuto dal padre come un figlio (v. 19), però si sbaglia. Il padre non solo amò il ritorno del figlio ribelle (v. 20). Ma tutto il male gli fu perdonato, e come risultato si celebrò una festa in suo onore (v. 24). Dio è sempre buono e mantiene le sue promesse, ed egli «è vicino a quelli che hanno il cuore rotto e salva quelli che hanno lo spirito contrito» (Sl 34:18). Dice il Signore, «per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi ricorderò più dei tuoi peccati» Is 43:25). E, quand’anche «i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana» (Is 1:18). Dio ha perdonando i tuoi peccati di offre la gioia di vivere in Lui un’esistenza nella prospettiva della vita eterna. Accetta il suo perdono e riconciliati con Lui. Past. Francesco Zenzale


LO SPIRITO SANTO
Chi è lo Spirito Santo?In che cosa consiste l’opera dello Spirito Santo?Che cos’è il peccato contro lo spirito Santo?Che cos’è il battesimo dello Spirito Santo?Come relazionarsi con lo Spirito Santo?

Chi è lo Spirito Santo?

«Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede per noi con sospiri ineffabili; e colui che esamina i cuori sa quale sia il desiderio dello Spirito, perché egli intercede per i santi secondo il volere di Dio» (Ro 8: 26-27). Chi è lo Spirito Santo? Esistono opinioni diverse circa l’identità dello Spirito Santo. Alcuni considerano lo Spirito Santo una forza mistica. Altri pensano che sia una forza spersonalizzata che Dio da ai discepoli di Cristo, ecc. Che cosa dice la Bibbia riguardo l’identità dello Spirito Santo? In breve, la Bibbia dice che lo Spirito Santo è Dio. Il fatto che lo Spirito Santo è Dio si nota chiaramente in molti versetti, inclusi anche quelli degli Atti 5:3-4. In questi versetti Pietro si oppone ad Anania dicendogli di aver mentito allo Spirito Santo e pronuncia: «Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio». Questa è una esplicita dichiarazione che significa che mentire allo Spirito Santo e come mentire a Dio. Ci rendiamo conto che lo Spirito Santo è Dio perché Egli ha tutti gli attributi o caratteristiche di Dio. Per esempio, il fatto che lo Spirito Santo è onnipresente si vede nei Salmi 139:7-8: «Dove potrei andarmene lontano dal tuo spirito, dove fuggirò dalla tua presenza? Se salgo in cielo tu vi sei; se scendo nel soggiorno dei morti, eccoti là». Un’altra caratteristica dello Spirito Santo, l’onniscienza; la troviamo nelle seguiti parole di Paolo: «A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio» (1Co 2:10-11). Possiamo essere certi che lo Spirito Santo ha veramente una sua identità perché Egli possiede intelligenza, emozioni e volontà. Lo Spirito Santo pensa e conosce (1Co 2:10). Lo Spirito Santo può essere rattristato (Ef 4:30). Lo Spirito Santo intercede per noi (Ro 8:26-27). Lo Spirito Santo prende le decisioni secondo la propria volontà (1 Co 12:7-11). Lo Spirito Santo parla di se stesso in prima persona. Dice a Pietro, parlando dei servitori di Cornelio, «io li ho inviati» (At 10:20), e, alla chiesa di Antiochia, a proposito di Paolo e di Barnaba, «io li ho chiamati » (At 13:2). Chi, se non una persona, può dire «io»? D’altronde lo Spirito agisce come solo una persona può fare: parla (At 8:29), insegna (Lc 12:12), attesta (At 20:23), rivela (Lc 2:26), sonda (1 Co 2:10,11), invia (At 13:2), guida, conduce e dirige (At 8:29; 11:12), annuncia le cose future (Gv 16:13) e testimonia (Ro 8:15,16). Lo Spirito Santo è Dio, la terza persona della Trinità (2 Co 13: 13). Siccome è Dio, lo Spirito Santo può veramente agire come Consolatore e Consigliere come ha promesso Gesù Cristo (Gv 14:16,26; 15:26). Credi che lo Spirito Santo sia la terza persona della divinità? Lo accetti come tuo consigliere e consolatore? G. Marrazzo – F. Zenzale

In che cosa consiste l’opera dello Spirito Santo?

«Eppure, io vi dico la verità: è utile per voi che io me ne vada; perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma se me ne vado, io ve lo manderò. Quando sarà venuto, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio» (Gv 16:7-8). Quando una persona si reca da un concessionario per comprare un’auto, il responsabile delle vendite cerca in tutti i modi di convincere il potenziale acquirente della necessità di avere l’aria condizionata o altri optional. Certamente non si sogna di dire se si vuole il motore nell’auto. Il motore non è un optional: è essenziale. Molti credenti credono che lo Spirito Santo sia un optional, pertanto ritengono di considerarsi cristiani indipendentemente dallo Spirito Santo. La conoscenza che essi hanno dello Spirito di Dio è approssimativa, non vivono con la consapevolezza della sua presenza. Sinceramente, come possiamo pensare di essere salvati, ritenendo lo Spirito Santo un accessorio? Può un individuo accettare e vivere Cristo come suo personale Salvatore, senza la potenza dello Spirito Santo? Come può un’automobile muoversi senza il motore? Com’è possibile cogliere la Bibbia come Parola di Dio, vivente ed efficace, che penetra nell’intimo come una spada ben affilata, a due tagli che giudica i sentimenti e i pensieri del cuore? (Eb 4:12). “Se lo Spirito di Dio non apre il cuore, non si riesce a comprendere rettamente la Bibbia. Ci potrà sembrare interessante o istruttiva e persino affascinante, ma quel¬la lettura scuoterà il nostro cuore solo se interverrà lo Spirito Santo, il quale dà la certezza di trovarsi davanti ad una parola proveniente da Dio. La stessa cosa va detta a proposito della predicazione… senza lo Spirito Santo siamo capaci di apprezzare un buon sermone, ma non potremo percepire in esso la Parola di Dio. E d’altro lato per virtù dello Spirito Santo la Parola di Dio può raggiungerci per la strada o in casa, attraverso le persone più comuni” (Emil Brunner, la nostra fede, p. 101, Casa editrice Battista, Roma, 1965). «Tramite lo Spirito Santo la parola di Dio agisce come una luce e una potenza che trasforma la vita di chi la riceve. Imprimendo nei cuori i principi della Parola, lo Spirito Santo sviluppa negli uomini gli attributi divini. I suoi discepoli devono riflettere la luce della sua gloria, il suo carattere» (E. G. White, Parole di Vita, p. 287, 288, ed. AdV, Impruneta (Fi). Se lo Spirito Santo non apre il nostro cuore, rendendo possibile la salvezza, il Golgota rimane un evento storico, un esempio di alto eroismo. “Lo spirito Santo era il più gran dono che potesse chiedere al Padre per il progresso del suo popolo. Lo Spirito era l’agente della rigenerazione, mediante il quale il sacrificio di Gesù diveniva valido. La potenza del male si era rafforzata durante i secoli e gli uomini si sottomettevano pienamente all’influsso satanico. Il peccato poteva essere affrontato e vinto solo tramite la terza persona della divinità nella pienezza della sua potenza. É lo Spirito che rende effettiva l’opera compiuta dal Redentore del mondo. Attraverso lo Spirito, il cuore diviene puro e per mezzo suo il credente partecipa alla natura divina” (E. G. White, La Speranza dell’uomo, p. 481, ed. AdV, Impruneta (Fi). Credi che lo Spirito Santo ti abbia aiutato a comprendere la Parola di Dio e quindi ad accettare Gesù come tuo personale Salvatore? Past. Francesco Zenzale

Che cos’è il peccato contro lo spirito Santo?

«Perciò io vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parli contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro» (Mt 12:31-32). Intanto che persona divina, lo Spirito Santo, possiamo rattristarlo (Ef 4:30); contrastarlo o opporci (At 7:51); disprezzarlo (Eb 10:29); spegnerlo, nel senso di allontanarlo: «Non spegnete lo Spirito» (1Tss 5:19). Ma il peccato più grave che possiamo commettere contro di Lui è la bestemmia: «Perciò io vi dico: ogni peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini; ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parli contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato; ma a chiunque parli contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questo mondo né in quello futuro» (Mt 12: 31-32). L’apostolo Giovanni scriveva: «Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduca a morte, preghi, e Dio gli darà la vita: a quelli, cioè, che commettono un peccato che non conduca a morte. Vi è un peccato che conduce a morte; non è per quello che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma c’è un peccato che non conduce a morte» (1 Gv 5: 16-17). Il peccato che non conduce alla morte è quello confessato e rimosso dalla nostra vita grazie al sangue prezioso di Gesù Cristo (1 Gv 1:9). «Dio opera nei cuori attraverso lo Spirito Santo, e quando gli uomini volontariamente respingono lo Spirito Santo, attribuiscono la sua opera a Satana, e interrompono l’unico mezzo attraverso il quale Dio può comunicare con loro. Quando alla fine lo Spirito è completamente respinto, Dio non può fare più nulla per quella persona» (E. G. White, La Speranza dell’uomo, ed. AdV, Impruneta (Fi), p. 225) Nella Parola di Dio troviamo diversi esempi relativi al peccato contro lo Spirito Santo. Gli antidiluviani (Genesi 1: 3, 5, 11-12); i sodomiti (Genesi 18: 20 – 21; Luca. 17: 28-29); Saul (1Samuele 13: 10-14; 15: 22-23, 35; 16: 1); Anania e Saffira (Atti 5: 1-10). Il peccato contro lo Spirito Santo si consuma nel silenzio del cuore dell’uomo, conseguentemente, solo Dio, Colui che investiga i cuori (Salmo 139), è in grado di stabilire quando un essere umano è perduto per l’eternità. Pertanto, ogni giudizio in cui si esprime condanna deve essere lasciato al Signore! «Ogni pensiero impuro contamina l’anima, indebolisce il senso morale, cancella l’azione dello Spirito Santo, offusca la visione spirituale e impedisce così di contemplare Dio…Colui che vuole discernere le verità spirituali deve allontanare da sé ogni impurità di pensiero e di linguaggio» (Idem. p. 210). Ci sono dei peccati nella tua vita che pensi che Dio non possa perdonare? Past. Francesco Zenzale

Che cos’è il battesimo dello Spirito Santo?

«Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito» (Gv 3:6). Così com’era stato profetizzato di Gesù che avrebbe compiuto l’opera della salvezza grazie allo Spirito Santo (Is 61: 1-4), nello stesso modo, Gesù profetizzò in favore della sua chiesa, la quale sarebbe stata guidata e ripiena del medesimo Spirito. «E trovandosi con essi, ordinò loro di non dipartirsi da Gerusalemme, ma di aspettarvi il compimento della promessa del Padre, la quale, egli disse, avete udita da me. Poiché Giovanni battezzò sì con acqua, ma voi sarete battezzati con lo Spirito Santo fra non molti giorni… voi riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su voi, e mi sarete testimoni e in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all’estremità della terra» (At 1: 4-8). «E quando vi meneranno per mettervi nelle loro mani, non state innanzi in sollecitudine di ciò che avrete a dire: ma dite quel che vi sarà dato in quell’ora; perché non siete voi che parlate, ma lo Spirito Santo» (Mc 13:11). Gli atti degli apostoli, in realtà sono atti dello Spirito del Signore. In questo meraviglioso libro, scritto dall’evangelista Luca, troviamo uomini e donne che profetizzano; operano guarigioni, superano persecuzioni, calunnie, problemi e evangelizzano grazie allo Spirito di Dio presente nelle loro vite. Uomini e donne che migliorano la qualità delle loro vite acquisendo un valore esistenziale eterno. Purtroppo, troviamo anche chi ostacola l’opera dello Spirito e bestemmia contro di Lui (At 5: 1-5). Migliaia di persone si convertono «alla nuova via», grazie all’opera meravigliosa dello Spirito Santo. Prima tremila (At 2: 41), poi cinquemila (Atti 4:4) ed infine non si contano più… (At 6: 1, 7; 11:21) e «crescevano in numero di giorno in giorno» (At 16:5). Lo Spirito Santo è il pegno, la garanzia della nostra salvezza: «In lui voi pure, dopo avere udito la parola della verità, l’evangelo della vostra salvazione, in lui avendo creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio s’è acquistati, a lode della sua gloria» (Ef 1: 13-14). In Efesini 5:18 si legge: «E non v’inebriate di vino; esso porta alla dissolutezza; ma siate ripieni dello Spirito». L’esperienza del battesimo dello Spirito Santo è quotidiana, come il mangiare e il bere tutti giorni. Quando non diamo all’organismo, ogni giorno, gli alimenti necessari affinché funzioni bene, come prima cosa si avverte un senso di stanchezza e di torpore fisico, di astenia psico-fisica, e se si continua su questa linea, siamo costretti a ricorrere al medico o all’ospedale. Così è anche nella vita cristiana. Quando si inizia a vivere considerando non indispensabile l’abituale battesimo dello Spirito Santo e si comincia a fare affidamento alle risorse spirituali acquisite, lentamente perdiamo il senso delle cose di Dio, il livello morale si abbassa, e come le cinque vergini stolte, rischiamo di trovarci nella condizione dell’illusione della salvezza, privi dello Spirito Santo. «Il Signore, DIO, mi ha dato una lingua pronta, perché io sappia aiutare con la parola chi è stanco; egli risveglia, ogni mattina, risveglia il mio orecchio, perché io ascolti, come ascoltano i discepoli» (Is 50:4). Dalle ore trascorse in comunione con Dio, Egli (Gesù Cristo) riusciva mattina dopo mattina a portare luce del cielo agli uomini. Egli riceveva giornalmente un nuovo battesimo dello Spirito Santo. Nelle prime ore del nuovo giorno il Padre lo destava dal sonno e la sua anima e le sue labbra venivano unte dalla grazia affinché potesse impartirne anche agli altri. L’esperienza di Gesù insegna che il battesimo dello Spirito Santo è possibile quando chi crede in Cristo e ha i suoi insegnamenti, vive giornalmente in comunione con il cielo e testimonia al prossimo del suo amore. Ritieni di essere stato battezzato dallo Spirito Santo? Past. Francesco Zenzale

Come relazionarsi con lo Spirito Santo?

«Or il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e di ogni pace nella fede, affinché abbondiate nella speranza, per la potenza dello Spirito Santo» (Ro 15:13). Io credo nei miracoli! Chi crede in Dio non può rifiutare il sovrannaturale. La Parola di Dio è ricca di eventi sovrannaturali, straordinari. Dalla genesi all’apocalisse, i segni della presenza di Dio sono visibili ed essi sono soprattutto conseguenti al peccato. Questi sono stati annunciati e si sono realizzati; basti pensare agli enunciati messianici, alla nascita di Isacco, all’esperienza del popolo d’Israele, alle profezie e all’esperienza di uomini e donne, profeti e profetesse, che hanno parlato e agito secondo la volontà di Dio con segni miracolosi. Quando i discepoli di Giovanni Battista indagarono sull’au¬tenticità di Gesù come Messia, alcuni dei suoi trentacinque miracoli menzionati furono così riassunti: «In quella stessa ora, Gesù guarì molti di malattie, di flagelli e di spiriti mali¬gni, e a molti ciechi donò la vista. E, rispondendo, disse loro: Andate a riferire a Giovanni quel che avete veduto e udito: i ciechi ricuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi so¬no mondati, i sordi odono, i morti risuscitano, l’Evangelo è annunziato ai poveri» (Lc 7:21,22). Spesso mi sono trovato di fronte a persone che hanno gridato, erroneamente, al miracolo di guarigione; altre hanno pensato di cogliere l’azione dello Spirito Santo, in un determinato accaduto, quando in realtà si trattava di casualità. In alcune comunità cristiane, i miracoli sono molto comuni e addirittura si indicono riunioni di guarigioni, tale da far pensare che l’essenza della religione o dell’essere cristiano siano i s?m?ia. Questo modo di rapportarsi con il sovrannaturale, non è proprio della Parola di Dio, perché può trarci in inganno. Gesù lo aveva ben evidenziato con le seguenti parole: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore! entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato in nome tuo e in nome tuo cacciato demòni e fatto in nome tuo molte opere potenti?” dichiarerò loro: “Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!” (Matteo 7: 21-23)». L’evento «miracoloso» non è necessariamente segno della presenza dello Spirito Santo e non ci da nessuna certezza circa la filiazione divina Il miracolo, nella Parola di Dio, non deve essere inteso come segno di approvazione della presenza di Dio, ma manifestazione della potenza di Dio, conseguente all’obbedienza alla sua volontà. Laddove non v’è conformità agli insegnamenti di Gesù, precisamente alla volontà di Dio, l’evento sovrannaturale, può essere relegato ad una fonte diversa da quella divina. Inoltre è importante tenere presente che le opere potenti (erga) che accompagnarono la predicazione di Gesù e degli apostoli sono soprattutto i segni della salvezza e non semplicemente opere taumaturgiche. Il vero miracolo è la presenza di Gesù nella nostra vita. «Gesù non ha guarito tutti i lebbrosi della Palestina, né tutti i ciechi e gli zoppi. Pensare che l’azione dello Spirito Santo sia soprattutto concentrata ad aiutare l’essere umano fragile e debole a ritrovare una salute migliore, significa illudersi che la salute e il benessere siano il senso della vita dell’uomo. L’apostolo Paolo ci ha dimostrato che, accettando il suo male, ha trovato molto più senso, perché si è accontentato di «quella grazia che basta» (2 Cor 12:9). La potenza di Dio si manifesta anche nella «debolezza», anzi l’apostolo quasi si bea della fragilità umana, «perché, egli dice, quando sono debole, allora sono forte» (v. 10). Inoltre se la fede dovesse trovare il suo fondamento sul fatto di «vedere» segni e prodigi c’è da chiedersi se quella è veramente fede. Certamente il Signore guarisce anche oggi come fece un tempo. Il regno di Dio, ricordiamolo, viene in modo non visibile, ma nascosto. Basta la fede grande quanto «un granel di senape», il più piccolo di tutti i semi, per fare la differenza. Il miracolo quindi non può essere il marchio dell’autentica esperienza di fede, perché possono esistere anche «prodigi bugiardi» (2 Ts 2:9-11) che promettono un’esperienza luminosa ma orientano verso la menzogna» (Giuseppe Marrazzo, “Critiche e nascita del IV ecumenismo”, in Gli Ecumenismi del xx secolo, p. 104, ed. AdV, Impruneta (Fi), 2007). Quando penso a come il Signore ha trasformato la vita di uomini e donne, la stessa mia vita, credo che il miracolo più grande che lo Spirito Santo possa compiere nel cuore di un uomo e di un donna sia la conversione. Non è un avvenimento immediato e spettacolare, ma lento e progressivo, come la crescita di una pianta che si eleva verso il cielo. È il solo miracolo rilevante in vista della vita eterna. Qual è il più grande miracolo che lo Spirito Santo ha compiuto nella tua vita? Past. Francesco Zenzale


MARIA
Qual è il significato delle parole «Nato da donna» (Galati 4:4)Qual è l’origine del dogma dell’immacolata concezioneCome gli evangeli raccontano Maria madre di Gesù?Il dogma dell’assunzione di Maria in cielo

Qual è il significato delle parole «Nato da donna» (Galati 4:4)

«Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio mandò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge» (Galati 4:4). «Nato da donna» è un accenno fugace di Paolo al contributo di Maria per la nascita del Figlio di Dio che ci ha affrancati da ogni schiavitù, anche dalla tutela della legge che mantiene i fedeli in uno stato minorenne. In Cristo l’uomo diventa «erede maggiorenne» e può godere pienamente della eredità. Il ruolo della donna quindi è stato quello di aver acconsentito a «prestare» il suo seno affinché la Parola venisse ad abitare, per un tempo, in mezzo a noi. «Nato da donna» vuol dire anche che il maschio è stato escluso. Gesù non ha avuto un padre, umanamente parlando. Il suo concepimento naturale dipende solo dalla libertà di Dio stesso, che entra in scena come Creatore. L’azione e l’iniziativa umana non hanno alcuna parte, ma non significa che l’umanità sia completamente esclusa: infatti c’è «la donna». L’essere maschile, che solitamente ha un ruolo attivo e intraprendente nella storia, qui è passivo. È la donna che occupa il posto principale. Karl Barth afferma: «Dio non sceglie l’uomo nella sua pienezza virile, nella sua arroganza, nella sua presunzione o nella sua efficienza storica, ma l’uomo umile e vulnerabile, in tutta la sua debolezza naturale, rappresentato dalla donna, l’uomo che non può fare altro che stare davanti a Dio e dire: “Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola!” (Lc 1:38)». (K. BARTH, Dogmatik in Grundriss, Evangelischer Verlag, Zollikon-Zürich, 1946, in francese Esquisse d’une dogmatique, Delachaux et Niestlé, Neuchâtel, 1950, p. 97). «Nato da donna» nel terzo millennio ha un significato ancora più completo, considerato il movimento che prevede il riconoscimento della pari dignità tra i due sessi, pur avendo ciascuno funzioni biologiche diverse. Il ruolo di Maria non sarebbe quindi quello di introdurre la chiesa in una sorta di matriarcato, né quello di addolcire la scelta di Eva che l’illuminismo aveva trasformato in una «dèa della ragione», ma quello di essere a pieno titolo membro della comunità umana. Maria non è una figura lontana dal contesto comunitario d’origine, non vive in una sorta di mondo perfetto e immacolato dove si esaltano la sua intelligenza, la sua volontà, i suoi sentimenti. Se fosse stato così sarebbe diventata un modello difficile da imitare, irraggiungibile e addirittura divina. «Nato da donna» mostra l’autentica umanità di Gesù e, ovviamente, quella di Maria. Se l’iconografia e i panegirici tradizionali hanno trasformato Maria in una bambina prodigio, maestra in tutte le arti, erudita nelle Scritture, regina, donna pura e santa, esente dal peccato, senza ombra di male, credendo di esaltarla, l’hanno invece allontanata dalla propria comunità e non è più quella donna contrassegnata dalle fragilità, dalle debolezze, dai dubbi e dalle incertezze che contraddistinguono l’esperienza umana, che i vangeli ci fanno conoscere. Grazie a Paolo, la «sorella» Maria è una donna «umana» a pieno titolo. Past. Giuseppe Marrazzo. Nota Questo breve messaggio spirituale è stato tratto dal corso “Quale Maria?” . Il programma consta di 10 lezioni. Coloro che sono interessati possono farne richiesta a *protected email*. Il corso è del tutto gratuito.

Qual è l’origine del dogma dell’immacolata concezione

Scrive Anna Maria Calzolaio: «Per comprendere come si è giunti alla definizione del dogma dell’Immacolata Concezione non si può partire dalla Scrittura, ma occorre collocarsi nel contesto della fede ecclesiale, quello che definiamo sensus fidei, che ha un ruolo determinante anche nei primi dogmi mariani, ma che ha un ruolo preponderante nel caso specifico dello sviluppo del dogma dell’Immacolata… Una prima indicazione viene dal Protovangelo di Giacomo (II sec.), un vangelo apocrifo che, nello stile fantasioso che gli è proprio, rappresenta la prima presa di coscienza intuitiva della santità perfetta e originale di Maria fin dalla sua concezione. Nella polemica pelagiana sia Agostino che i suoi oppositori sembrano, a proposito di Maria, influenzati dalla pietà popolare. Nel De natura e gratia Agostino riferisce, ad esempio, un’espressione di Giuliano di Eclano († 454) che lui stesso condivide: «la pietà impone di riconoscere Maria senza peccato». Sappiamo che l’opinione di Agostino circa l’Immacolata Concezione, tuttavia, è negativa a causa del principio dell’assoluta necessità della redenzione per tutti gli uomini».1 Lo stesso dicasi di San Bernardo (Ep.174 ad Canonicos lugdunenses), di Alessandro di Hales, di San Bonaventura e Tommaso d’Aquino. I Francescani e i Gesuiti hanno sostenuto questa dottrina, ma i domenicani l’hanno fieramente combattuta. Nel quindicesimo secolo la divergenza di pareri circa la dottrina dell’immacolata concezione portò a conflitti così forti tra francescani e dominicani che il papa Sisto IV (egli stesso francescano) si vide costretto a vietare alle due parti un causa di applicare la censura di eresia alla parte avversaria (1483).2 Il cardinale Bellarmino, citato da Franco Barbero, il 31 agosto 1617 scriveva a Paolo V: «Nelle Scritture non abbiamo niente su questo punto», pertanto, l’immacolata concezione è una dottrina ecclesiastica e ovviamente non fa parte del canone biblico e della fede cristiana. Pertanto, il dogma dell’immacolata concezione non ha alcun riscontro scritturale. Infatti, è «nel corso dei secoli» e sulla spinta della pietà popolare che «la chiesa cattolica» – non gli apostoli – «prese coscienza» che Maria era stata concepita senza peccato, ovvero «è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale» e ciò «per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente». 2 Nel testo di luca «Ti saluto, o favorita dalla grazia» (Lc 1,28), l’angelo non rivela nulla circa la natura di Maria; specifica unicamente che è beneficiaria di una iniziativa di Dio: ciò che il Signore vuole fare di lei. Pertanto l’appellativo «favorita dalla grazia» o «piena di grazia», dal latino «gratia plena» sta indicare che Maria entra nel piano e nell’economia messianica (Isaia 7:14). Franco Barbero scrive: «Traducendo fedelmente il versetto 28: “Sei stata fatta oggetto di grazia – benedizione da Dio”, non si può pensare alla concezione immacolata se non per una operazione ideologica che cerca di piegare il testo ad una esigenza maturata altrove». 4 (Commento alle letture della domenica, 8 dicembre 2002). 1. Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe – www.kolbemission.org – cfr. Padre Livio Fanzaga, Radio Maria – http://medjugorje.altervista.org/doc/plivio//dogma.html 2. vedi K. Bilhlmeyer – H Tuechle, Storia della Chiesa, vol. 3, ed. Morcelliana, p. 91 3. Catechismo della chiesa cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 1992, pp. 136,137 4. Commento alle letture della domenica, 8 dicembre 2002

Come gli evangeli raccontano Maria madre di Gesù?

La figura di Maria nel Nuovo Testamento occupa un posto limitato e le informazioni che abbiamo sul suo conto sono ridottissime. Non sappiamo nulla circa l’immacolata concezione o l’assunzione, né è possibile tracciare una base per la fede in Maria come mediatrice di ogni grazia. Diversi studiosi, anche cattolici, sono giunti alla conclusione che «la fede nella figura di Maria della tradizione cristiana è fede in qualcosa che non è vero… Il Nuovo Testamento non offre alcuna base per la fede in Maria mediatrice di ogni grazia» (J. MC KENZIE, S.J., «La madre di Gesù nel Nuovo Testamento», in Concilium, XIX (1983) n. 8 pp. 31-41). Recentemente un teologo protestante francese ha pubblicato, edito dalla Claudiana, una sintesi dei lavori neotestamentari su Maria, la madre di Gesù, giungendo alla conclusione che il volto di Maria presentato dalla tradizione ha attinto le informazioni dagli scritti apocrifi piuttosto che dalle rare osservazioni contenute nel Nuovo Testamento. Negli Evangeli, Maria di Nazaret è una donna di fede che ha creduto alla Parola di Dio senza bisogno di prove e di dimostrazioni. Con piena disponibilità, ha accettato di lasciarsi sconvolgere l’esistenza da un fatto incredibile: portare nel grembo il Figlio di Dio concepito per lo Spirito Santo. Maria si definisce la serva di Dio (Lc 1:38), «l’ancella del Signore». Forse altre persone al suo posto avrebbero trovato un motivo per inorgoglirsi… Dare alla luce il Figlio di Dio, che privilegio! È già un privilegio generare un bambino normale! Eppure Maria ha detto semplicemente: «Sono la serva del Signore». Si può essere servi solo quando si è veramente liberi e la libertà di Maria è la libertà della grazia. Quella grazia che è con lei proprio nel momento in cui un angelo le è accanto. Maria, la donna che crede, la serva di Dio, custodisce nel suo cuore tutte le cose, come Giacobbe custodiva le cose relative a suo figlio Giuseppe (Gn 37:11). Tutti quei fatti straordinari la convincevano sempre di più che quel bambino, simile a qualsiasi altro bambino, aveva in sé qualcosa di speciale: la visita dei pastori alla grotta di Betlemme, la visita dei magi provenienti dall’oriente… «Maria serbava in sé tutte queste cose, meditandole in cuor suo» (Lc 2:19).

Il dogma dell’assunzione di Maria in cielo

Per comprendere il dogma dell’Assunzione di Maria al cielo, definito dal Papa Pio XII (Eugenio Pacelli) il primo novembre 1950 non si può partire dalla Parola di Dio, unica regola di fede e di condotta, ma occorre collocarsi nel contesto della fede ecclesiale, quello che definiamo sensus fidei, che ha un ruolo determinante nei dogmi mariani. Dalla storia della dottrina dell’Assunzione risultano chiaramente due cose: che non esisteva nella Chiesa primitiva una tradizione, né scritta né orale, d’origine apostolica, circa l’Assunzione di Maria; che la dottrina si è formata a poco a poco come frutto di una riflessione della fede cristiana intorno alla dignità della Madre di Dio. La prima indicazione relativa alla fine di Maria è di Epifanio vescovo di Salamina (Cipro). († 403), nato e vissuto nella Giudea Nel suo Panarion egli si propone tre volte il quesito circa la fine di Maria, ed enuncia tre ipotesi possibili e sostenute allora da autori diversi: Maria non è morta, ma è stata trasferita da Dio in un luogo migliore; Maria è morta martire; Maria è morta di morte naturale. Egli non sa scegliere con sicurezza fra le tre ipotesi, poiché «nessuno ha conosciuto la sua fine», ma pensa che in ogni modo la fine di Maria deve essere stata «gloriosa», degna di lei. La testimonianza di Epifanio ci assicura che nella Chiesa, alla fine del V secolo, non esisteva alcuna tradizione precisa, né di carattere storico, né di carattere dogmatico, circa la fine di Maria. Dopo Epifanio i primi testimoni sono gli apocrifi. Quelli conosciuti sono circa una ventina; hanno origini diverse e appartengono a famiglie diverse: i più antichi sembrano quelli siri ed egiziani e quelli di una famiglia greca. Non ci si può attendere nulla di sicuro da essi dal punto di vista storico; rappresentano invece chiaramente la reazione della fede popolare nei secoli V e VI alla domanda circa la fine di Maria. Pensiero comune a tutti gli apocrifi è che il corpo di Maria non può essere andato soggetto alla corruzione del sepolcro; circa la sua condizione attuale non sono invece concordi: per alcuni esso giacerebbe incorrotto nel paradiso terrestre in attesa della risurrezione finale; per altri, e sembrano essere gli apocrifi più recenti, Maria è già risorta ed è stata assunta alla gloria celeste accanto al Figlio. Un’evoluzione analoga presentano i documenti liturgici. Le origini della festa dell’Assunzione non sono state ancora completamente chiarite. I primi indizi di una festa del transito di Maria li troviamo in Oriente, tra il 540 e il 570, come risulta dalla narrazione dei pellegrini che hanno visitato Gerusalemme in quegli anni. Poco dopo, verso il 600, un editto dell’imperatore Maurizio estende la festa a tutte le regioni dell’impero, fissandola al 15 agosto. In Occidente appaiono i primi segni di una festa «in memoria» della Vergine nel VI secolo, precisamente nella Gallia, dove viene celebrata il 18 gennaio sotto il titolo di «Depositio Sanctae Mariae». A Roma la celebrazione viene introdotta nel VII secolo, assieme alle altre feste mariane della Purificazione, dell’Annunciazione e della Natività: diviene subito la più importante di tutte e ha fin dalle origini il nome e il significato attuali. Da Roma poi si estende rapidamente, durante i secoli VIII e IX, a tutto l’Occidente, anche alla Gallia, precisando il contenuto e modificando la data della festa precedente. (Dal libro: La Beata Vergine. Trattato di Mariologia).


PERDONO
Come Dio tratta i peccatori?Come ricevere il perdono di Dio?Come vivere il perdono di Dio?

Come Dio tratta i peccatori?

«Da tempi lontani il SIGNORE mi è apparso. «Sì, io ti amo di un amore eterno; perciò ti prolungo la mia bontà» (Gr 31:3). Come Dio tratta i peccatori? Ecco una domanda che a motivo di una errata comprensione della natura di Dio, in molte persone, suscita paura ed apprensione. Hai mai sentito parlare del ladrone sulla croce? Ecco in breve la sua storia: “Uno dei malfattori appesi lo insultava, dicendo: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» Ma l’altro lo rimproverava, dicendo: «Non hai nemmeno timor di Dio, tu che ti trovi nel medesimo supplizio? Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni; ma questi non ha fatto nulla di male». E diceva: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» Gesù gli disse: «Io ti dico in verità oggi, tu sarai con me in paradiso»” (Lc 23:39-43). L’esperienza di quest’uomo è eloquente sul modo come Dio tratta i peccatori: li ama. Poco conosciamo di quest’uomo, e poco importa conoscere quel che ha fatto – l’evangelista Luca non entra nei dettagli, e ciò è un bene – ma di una cosa possiamo esserne certi che egli riconosce di aver peccato e di meritare la punizione inflitta: «Per noi è giusto, perché riceviamo la pena che ci meritiamo per le nostre azioni». Un altro aspetto è che quest’uomo riconosce l’innocenza salvifica di Gesù: «ma questi non ha fatto nulla di male», e si aggrappa a Gesù con fede: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!». Mentre i capi lo rinnegavano e perfino i suoi discepoli dubitavano della sua divinità, quel povero ladrone, sulla soglia dell’eternità, riconosceva Gesù come suo Signore. Molti erano pronti a chiamarlo Signore quando compiva dei miracoli e quando risuscitava i morti; ma nessuno, eccetto quel ladrone salvato nell’ultima ora, lo riconosceva mentre agonizzava là sulla croce. Le parole di perdono rivolte al ladrone penitente accendevano una luce che avrebbe illuminato anche gli estremi limiti della terra. Anche i nostri cuori! Dio ci ama e non ha mai smesso di volerci bene, pertanto egli ci invita a confessare i nostri peccati e ad accettare nei nostri cuori il suo perdono e le sue promesse. Solo “presso Dio v’è perdono” (Sl 130:4); Egli in Gesù Cristo “ha perdonato tutti i nostri peccati” (Co2:13). In Eb 10: 17, Dio dice che “non si ricorderà più dei nostri peccati e delle nostre iniquità”. E, in Isaia sta scritto: “Io, io sono; per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi ricorderò più dei tuoi peccati” (Is 43:25). Past. Francesco Zenzale

Come ricevere il perdono di Dio?

«E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo, perché andrai davanti al Signore per preparare le sue vie, per dare al suo popolo conoscenza della salvezza mediante il perdono dei loro peccati, grazie ai sentimenti di misericordia del nostro Dio; per i quali l’Aurora dall’alto ci visiterà per risplendere su quelli che giacciono in tenebre e in ombra di morte, per guidare i nostri passi verso la via della pace» (Lc 1:76-79). La parola ispirata ci rivela il carattere di Dio, il suo amore infinito e la sua grande misericordia. Quando Mosè infatti disse in preghiera: «… Fammi vedere la tua gloria!» il Signore gliela rivelò rispondendo: «Io farò passare davanti a te tutta la mia bontà…» (Es 33:18,19). Poi, passando davanti a Mosè proclamò: «Io sono il Signore, il Dio misericordioso e clemente, sono paziente, sempre ben disposto e fedele. Conservo la mia benevolenza verso gli uomini per migliaia di generazioni, e tollero le disubbidienze, i delitti e i peccati…» (34:6,7). «Nessun dio è come te, Signore: tu cancelli le nostre colpe, perdoni i nostri peccati. Per amore dei sopravvissuti del tuo popolo, non resti in collera per sempre ma gioisci nel manifestare la tua bontà» (Mic 7:18). Secondo la Parola ispirata solo “presso Dio v’è perdono” (Sl 130:4); Egli in Gesù Cristo “ha perdonato tutti i nostri peccati” (Co 2:13). In Ebrei 10: 17, Dio dice che “non si ricorderà più dei nostri peccati e delle nostre iniquità”. “Io, io sono; per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni e non mi ricorderò più dei tuoi peccati” (Is 43:25). Uno degli aspetti importanti, del perdono, oltre alla confessione è il pentimento. Gli esempi di vero pentimento e di profonda umiliazione riportati nella Parola di Dio rivelano che chi confessa i propri peccati non tenta di giustificarsi. Paolo non cercava scuse, anzi, dipinse il proprio peccato a tinte fosche e non fece nulla per sminuire la propria colpa. Ecco le sue parole: «I capi dei sacerdoti mi avevano dato un potere speciale, e io gettavo in prigione molti cristiani. E quando essi venivano condannati a morte, anch’io votavo contro di loro. Spesso andavo da una sinagoga all’altra per costringerli con torture a bestemmiare. Ero crudele contro i cristiani senza alcun riguardo, e li perseguitavo anche nelle città straniere» (At 26:10,11). E poi affermò con convinzione: «Questa è una parola sicura, degna di essere accolta da tutti: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori. Io sono il primo dei peccatori”» (1 Tm 1:15). Chi si pente sinceramente, manifestando umiltà e dolore, comprenderà l’amore di Dio e il significato del Calvario e si rivolgerà a Dio come un figlio che confessa i propri errori al padre che lo ama. La Parola di Dio dice: «Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Gv 1:9). Dio ci offre la sua grazia a condizioni semplici, giuste e ragionevoli. Non dobbiamo fare nulla di difficile per ottenere il perdono dei peccati; non occorrono lunghi e faticosi pellegrinaggi né penose penitenze per raccomandarci a Dio o per espiare le nostre trasgressioni. Chi confessa i propri peccati e li abbandona sarà trattato con misericordia. L’apostolo Giacomo ci esorta: «Confessatevi a vicenda i vostri peccati e pregate gli uni per gli altri, così che possiate guarire» (Gc 5:16). «Vi sia dunque noto, fratelli, che per mezzo di lui (Gesù Cristo) vi è annunziato il perdono dei peccati» (At 13:38). Il perdono di Dio non lo si può acquistare, possiamo riceverlo solo attraverso la fede per mezzo della grazia e la misericordia di Dio. Past. Francesco Zenzale

Come vivere il perdono di Dio?

«Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe. [Ma se voi non perdonate, neppure il Padre vostro che è nei cieli perdonerà le vostre colpe.]» Mc 11:25-26). Uno dei maggiori ostacoli alla vita cristiana è la mancanza di perdono. Il perdono rende capaci di amare e di crescere, riconcilia con gli altri, cura lo spirito e il corpo. Il perdono è sorgente di guarigione: guarisce l’intimo, le ferite provocate dal risentimento, rinnova le persone, i matrimoni, le famiglie, le comunità, la vita sociale. Il perdono è la chiave dei nostri rapporti con Dio, col prossimo e con noi stessi. Che cosa significa perdonare? Perdonare non significa dimenticare, poiché non c’è dato di perdere la memoria a nostro piacimento. Però si può fare a meno di rimuginare. Perdonare significa allora superare l’offesa che c’è stata fatta, con un gesto d’accoglienza. Il Perdono è uno stile di vita. Alla domanda di Pietro: «Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?»; Gesù rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette (Mt 18:22). Perdonare non vuol dire accettare passivamente i torti subiti, facendo finta che non sia successo nulla; cosa impossibile. Bisogna adoperarsi per far comprendere, laddove è possibile, l’errore commesso e ristabilire la verità e la giustizia. Pertanto il perdono è una decisione: non è un sentimento, ma un atto della nostra volontà. Decido di perdonare anche se non me la sento. È la scelta di amare gli altri così come sono. Alla donna adultera, dove i suoi accusatori erano pronti per lapidarla, «Il carattere di Gesù brilla nella bellezza della perfetta giustizia, nel perdono concesso a quella donna e nell’incoraggiamento a vivere una vita migliore. Gesù non scusa il peccato e non diminuisce il senso della colpa; tuttavia non vuole condannare, ma salvare. Il mondo nutriva per quella donna peccatrice solo disprezzo e condanna, mentre Gesù le rivolse parole di consolazione e speranza. Colui che è senza peccato comprende le debolezze del peccatore e gli offre aiuto. Mentre i farisei ipocriti accusano, Gesù dice: «Va’ e non peccar più» (E. G. White, La Speranza dell’uomo, p. 348). Perdonare significa convertire il male subito in un gesto di accoglienza. Giuseppe fu venduto dai propri fratelli come schiavo agli egiziani. Più tardi passò due anni in prigione per qualcosa che non aveva commesso. Tornato libero e dopo essere salito tanto in alto da essere inferiore soltanto al Faraone, vennero i suoi fratelli a comperare il grano da lui. Inorridirono quando lo riconobbero, sicuri che avrebbe voluto vendicarsi. Ma Giuseppe disse loro: “Voi avevate pensato del male contro a me; ma Dio pensato di convertirlo in bene» (Gn 50: 20). “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate; affinché il Padre vostro, che è nei cieli vi perdoni le vostre colpe” (Mv 11: 25). Andiamo in ginocchio e presentiamoci al Signore elencando i nostri peccati e chiedendogli perdono; poi presentiamo le persone che siamo invitati a perdonare e chiediamogli di darci la forza di perdonare come lui ci ha perdonati, ed infine presentiamo le persone verso le quali abbiamo fatto del male chiedendo il loro perdono. Il perdono è come l’olio nel motore di un’automobile. Che cosa succede al motore quando manca l’olio? Si blocca. Così è anche nella vita, dove non c’è l’olio del perdono i rapporti si frantumano, si modificano e peggiorano. Il perdono vivifica chi lo offre e chi lo riceve. Past. Francesco Zenzale


IL SABATO
Da dove viene la domenica?Gesù ha annullato il sabato?Gli apostoli hanno osservato il Sabato?Celebriamo il SignoreIl sabato e l’uomo modernoIl sabato: comandamento o stile di vita?La dimensione socio-umanitaria del sabatoQual è il significato escatologico del sabato?Qual è significato del cambiamento dal sabato alla domenica?Qual è il significato di Colossesi 2:16?

Da dove viene la domenica?

Nel magnifico tempio di Amon-Ra, il dio sole, a Karnak, troviamo la seguente preghiera, giuntaci dall’antico Egitto: «Onore a te, gran Dio! Quando scompari dietro l’orizzonte, la terra si oscura come se fosse morta! Quando torni a splendere tutto riprende vita… Tu crei la terra secondo il tuo cuore, tu solo… Tu crei le stagioni. Crei gli alti cieli per salirci a contemplare quanto hai fatto. Tu, solo tu…». Che cosa c’è di sbagliato in questa preghiera? Gli Egiziani erano sulla via della fede, ma questo cammino era tempestato da tanti errori. Nella ricerca di Dio si sono persi per strada. Hanno osservato il fuoco, il vento, l’aria, il cielo stellato, l’acqua impetuosa e li hanno scambiati per delle divinità. Non hanno saputo riconoscere il Creatore ammirando le sue opere, ma hanno adorato le creature piuttosto che il Creatore. In modo particolare hanno adorato il sole. Nella Bibbia troviamo numerosi avvertimenti contro il culto del sole – Dt. 4: 19; 17: 2-5; Giosia, re di Giuda, cercò di porre fine al culto del sole che era stato introdotto in Gerusalemme (2Cr. 34: 4; 2 Re 23: 5-11; cfr. Ezechiele 8: 16-16). Purtroppo, anche il cristianesimo come gli Egiziani e tante altre etnie, nella ricerca di Dio, si sono persi per strada, e come gli antichi pagani adorano Dio nel giorno in cui i gentili adoravano il sole. L’antico culto solare, comune ai Semiti della Siria e dell’Egitto nonché dell’Asia Minore, da un punto di vista politico – militare, ritrova facilmente la sua antica pregnanza politica in Roma nella figura dell’imperatore. Il mitraismo era diventato il culto preferito dei soldati e con la trasformazione dell’Impero in una monarchia militare, Mitra era diventato l’equivalente dell’antica «Fortuna Augusti», nome tutelare delle fortune militari dello Stato (Panfilo Gentile, Storia del Cristianesimo, ed. Rizzoli, 1975, p. 308. Le monete di tutti gli imperatori, anche i più effimeri, ci mostrano la loro effige sovrastata dalla corona solare. Antonino Pio (138-161) – il più grande e visibile degli dei – fece costruire il famoso tempio di Baalbek che consacrò al sole. Marco Aurelio Antonino, invasato dal culto del dio sole, di cui era anche sacerdote, diventato imperatore, cambiò il proprio nome con quello di Eliogabalo (Helios, sole; Egabalo, nome di una pietra nera simbolo del dio sole di Emessa). Aureliano (270-275), fervente adoratore degli dei, specialmente del sole invicuts, rese ufficiale il culto del sole (religione di stato), di cui egli è il rappresentante supremo sulla terra. L’imperatore Costantino, il 7 marzo del 321 d.C. emanò la prima legge civile sulla domenica. Vi si legge: «Nel venerabile giorno del sole si riposino i magistrati, gli abitanti delle città e tutti i laboratori siano chiusi. Nondimeno, in campagna, gli agricoltori potranno liberamente e legalmente continuare il loro lavoro, visto che, come spesso accade, un altro giorno non sempre è propizio per la semina o per la coltura della vite, e che, negligendo questi lavori a tempo opportuno, ne può derivare una perdita dei beni largiti dalla divinità». (Codex Justinianus, lib. 3, tit. 12.2).

Gesù ha annullato il sabato?

Qualcuno potrebbe pensare che Gesù, considerando le esigenze dei tempi moderni, cambierebbe qualcosa in rapporto al modo in cui dobbiamo adorare Dio. Ad esempio: Gesù, avrebbe pensato di cambiare il giorno festivo dal sabato alla domenica o addirittura lasciare all’uomo la possibilità di osservare un giorno qualsiasi della settimana tenendo conto delle proprie esigenze. In altre parole è l’uomo che dice a Dio: io ti posso adorare in questo giorno, la prossima settimana o fra un mese, vedremo! In questo modo ogni religione ha il suo giorno di riposo che meglio soddisfa i bisogni della comunità, e considerato che oggi, l’impostazione del lavoro ci induce ad osservare la domenica, quindi adoriamo il Signore in questo giorno. In fondo un giorno è uguale ad un altro. Pensare e agire in questo modo è sbagliato! Perché sta scritto: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13: 8). L’apostolo Giacomo scriveva: «Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre degli astri luminosi presso il quale non c’è variazione né ombra di mutamento» (Giacomo 1:17). E ancora, «anche se noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema» (Galati 1:8). Gesù e il Sabato Ai tempi di Cristo l’intera legge del decalogo era appesantita da un cumulo di tradizioni umane aggiunte dai farisei. Gesù liberò la legge da queste sovrastrutture, la esaltò, ne mise in rilievo il carattere spirituale e si attenne sempre a essa. Da quest’opera di ripristino della volontà divina trasse particolare giovamento il sabato (Matteo cap. 5, 6 e 7). La casistica farisaica con formule, proibizioni e cavilli aveva trasformato l’istituzione sabbatica da comandamento divino a precetto umano. Ma Cristo ritornò all’essenza del comandamento affermando: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2:27). Non potendo accettarlo come lo osservavano i suoi contemporanei né tanto meno abolirlo senza mettersi in contraddizione con se stesso, egli restituì il sabato alla sua primitiva funzione, quella di essere il giorno santo di gioia e di comunione profonda con il Signore, che i patriarchi e i profeti avevano conosciuto, e che tutti i figli di Dio sono chiamati a conoscere sino alla fine del mondo. Dio ordina di non fare nessun lavoro di sabato, ma questo non significa che non si debba fare del bene. Infatti, alla domanda rivolta dai farisei a Cristo se fosse permesso guarire in giorno di sabato, egli rispose: «Chi è colui tra di voi che, avendo una pecora, se questa cade in giorno di sabato in una fossa, non la prenda e la tiri fuori? Certo un uomo vale molto più di una pecora! È dunque lecito far del bene in giorno di sabato» (Matteo 12:11,12). La domanda che Gesù pone agli attenti e maldestri osservatori, quali erano i farisei, non mette in discussione l’osservanza del sabato quale settimo giorno della settimana, ma il modo in cui deve essere osservato. Infatti, Gesù dice: «È lecito far guarigioni in giorno di sabato?». Gesù «era solito andare» in giorno di sabato nella sinagoga (Luca 4:16; Marco 4:21) e desiderava che i suoi discepoli continuassero a osservare il sabato anche dopo la sua ascesa al cielo. Infatti, mentre parlava loro prevedendo la rovina di Gerusalemme, che doveva verificarsi quarant’anni dopo la sua morte, disse: «Pregate che la vostra fuga non avvenga d’inverno né di sabato» (Matteo 24:20). Con queste parole Cristo lascia intendere, per la futura chiesa cristiana, la normalità e la necessità dell’osservanza del giorno di Dio. Gesù é il Signore del Sabato, pertanto il Sabato appartiene a Cristo. Infatti, sta scritto che «il Figlio dell’uomo è Signore del Sabato» (Matteo 12: 8). Se egli é il Signore del Sabato, significa che il Sabato é del Signore. Conseguentemente, il Sabato è stato creato per il bene spirituale, fisico e sociale di tutta l’umanità. Accetto Gesù come mio personale salvatore e desidero osservare il sabato perché è il Signore del sabato e della mia vita.

Gli apostoli hanno osservato il Sabato?

Il profondo rispetto che avevano del sabato coloro che avevano vissuto con Gesù, è testimoniato, subito dopo la morte del Salvatore, dall’atteggiamento di Maria di Magdala e di altre pie donne. Pur desiderose di rendere a Cristo gli ultimi doveri, esse non furono tentate di violare il comandamento, ma attesero pazientemente la fine del sabato prima di recarsi al sepolcro per procedere al lavoro d’imbalsamazione del corpo del Maestro: «Ma il primo giorno della settimana, la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro, portando gli aromi che avevano preparati» (Luca 24:1). Anche gli apostoli si dimostrarono fedeli osservatori del sabato. Dell’apostolo Paolo, per esempio, è detto che, mentre dimorava a Corinto ospite dei coniugi Aquila e Priscilla proveniente dall’Italia, «ogni sabato insegnava nella sinagoga e persuadeva giudei e greci» (Atti 18:4). Di lui e di alcuni suoi collaboratori è detto ancora: «Ed essi, passando oltre Perga, giunsero ad Antiochia di Pisidia; ed entrati di sabato nella sinagoga, si sedettero… Mentre uscivano, furono pregati di parlare di quelle medesime cose il sabato seguente. Dopo che la riunione si fu sciolta, molti giudei e proseliti pii seguirono Paolo e Barnaba; i quali, parlando loro, li convincevano a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per udire la Parola di Dio» (Atti 13:14,42,44). La professione di fede degli apostoli implica la loro perfetta adesione alla sua osservanza. In effetti, come avrebbero potuto pretendere di «credere tutte le cose che sono scritte nella legge e nei profeti» (Atti 24:14) se avessero respinto un comandamento? «Perché questo è l’amore di Dio: che osserviamo i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1 Giovanni 5:3). Se Gesù, dopo la risurrezione, avendo incontrato gli apostoli, più di una volta, nei quaranta precedenti all’ascensione, avesse dato delle chiare indicazioni circa il cambiamento del giorno di riposo in ricordo della sua risurrezione, sicuramente gli apostoli ne avrebbero parlato e avrebbero osservato il primo giorno della settimana, piuttosto che il sabato, settimo giorno. Né Luca, che scrive il suo vangelo 40 anni dopo l’ascensione di Cristo, né gli apostoli, né l’apostolo Giovanni che visse fino al 90 circa d.C. hanno ricevuto da parte del Signore delle indicazioni a tal proposito, al contrario, questi evidenziano con l’esempio l’osservanza del sabato. Nella grazia del nostro Signore Gesù Cristo, desidero osservare il sabato come gli apostoli lo hanno osservato onorando Gesù che è il Signore del sabato.

Celebriamo il Signore

«Questo è il giorno che l’Eterno ha fatto; rallegriamoci ed esultiamo in esso» (Salmo 118: 24). Tra i comandamenti, il quarto (Esodo 20:8-11), è uno dei più controversi nel mondo cristiano, e attualmente è difficile comprenderne la portata e l’applicazione: il sabato va sperimentato oltre che compreso. Possiamo domandarci: non è un atto formale l’interruzione delle normali attività umane? Quale vantaggio ne ha il Signore? La risposta è semplice: è l’uomo che ne può trarre il maggior beneficio, per questo motivo che Gesù ha evidenziato che «il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2.27). Nella storia dell’umanità il giorno festivo ha attenuato la schiavitù dell’uomo e gli ha ricordato che esiste un “padrone” nel cielo, superiore a qualunque padrone terreno, che è dalla parte dei poveri e degli oppressi. E anche oggi il giorno festivo settimanale assolve una funzione importante. La nostra attenzione viene infatti continuamente sollecitata per proporci consumi, per imporci un attivismo frenetico, per insegnarci a divertirci spendendo. Tra questi stimoli rischiamo di dimenticare noi stessi. Il sabato biblico serve al credente per riscoprire se stesso, il suo rapporto con il Creatore e i suoi simili. È un giorno in cui si festeggia il Signore insieme: come fratelli e sorelle. Non dobbiamo concepire il tempo come radicalmente diviso fra sacro e profano: tutto il tempo può essere dedicato alla gloria di Dio, anche quello utilizzato lavorando. Ma il Signore ci conosce e sa che solo fissando dei limiti possiamo regolare la nostra vita secondo un progetto equilibrato. Ecco che, paradossalmente, un divieto, invece di rappresentare un limite per la libertà e la dignità dell’uomo, tende a esaltarne tutte le potenzialità. Il sabato è il giorno festivo significativamente esistenziale, perché: 1. Ricordiamo Dio come nostro Creatore e riaffermiamo il nostro essere figli di Dio. Osservandolo dichiariamo al mondo che l’umanità ha avuto un inizio in Dio e che quindi sappiamo da dove veniamo. (Esodo 20: 8-11; cfr. Genesi 2:1-3; Ezechiele 20:12). 2. Ricordiamo che siamo stati liberati dalla schiavitù del peccato ed entrati a far parte nel regno del Figlio di Dio, conseguentemente sappiamo chi siamo.(Deuteronomio 5:15). Come il popolo d’Israele, anche noi siamo stati liberati «dai nostri peccati con il suo sangue» prezioso (Apocalisse 1:5). 3. Ricordiamo la promessa di Gesù, quella che un giorno saremo con Lui per l’eternità, pertanto sappiamo dove andiamo (Giovanni 14:1-3; Ebrei 4: 9-11).Il sabato, settimo giorno della settimana, anticipa il riposo celeste, l’eternità, che Dio accorderà, alla fine dei tempi, a tutti coloro che su questa terra hanno accettato il dono della salvezza in Gesù Cristo. 4. Permettiamo allo Spirito Santo di santificarci e di incidere nei nostri cuori il senso d’appartenenza a Dio, conseguentemente sappiamo perché viviamo (Ezechiele 20: 12, 20). Nella prospettiva profetica il sabato aiuta il credente a pregustare l’eternità, e pertanto la sua osservanza garantisce a tutti la vita, la libertà e la felicità derivante dall’incontro con Dio il creatore e redentore nei nuovi cieli e della nuova terra (Isaia 66: 22-23). Il sabato? É un’oasi d’eternità nel tempo! Lo è anche per te?

Il sabato e l’uomo moderno

“Poi disse loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (Marco 2:27)”. Abraham Joshua Heschel, sul significato del sabato per l’uomo moderno, ha scritto: «Nell’oceano tumultuoso del tempo e della fatica vi sono isole di tranquillità dove l’uomo può trovare rifugio e ricuperare la propria dignità. Questa isola è il settimo giorno, il sabato, un giorno di distacco dalle cose, dagli strumenti e dagli affari pratici e di attaccamento allo spirito… Dal fondo dei giorni in cui lottiamo e della cui bruttezza soffriamo, guardiamo al sabato come la nostra patria, come alla nostra sorgente e al nostro punto d’arrivo. In questo giorno lasciamo da parte le occupazioni volgari per ritrovare la nostra condizione autentica… Il sabato è un giorno di indipendenza dalle condizioni sociali. Tutta la settimana possiamo meditare e tormentarci se siamo ricchi o poveri, se abbiamo successo o meno nel nostro lavoro; se conseguiamo i nostri scopi o manchiamo di realizzarli… Il sabato non è tempo di ansia o preoccupazione personale, di qualunque attività che possa smorzare lo spirito della gioia… Il sabato non è tempo per ricordare i peccati, per confessare o pentirsi e nemmeno per invocare sollievo o chiedere qualunque cosa di cui possiamo avere bisogno; è un giorno fatto per la lode, non per le suppliche. Il digiuno, il lutto, le manifestazioni di dolore sono proibiti… Durante il settimo giorno ci si deve astenere dalla fatica e dallo sforzo, perfino nel servizio di Dio… L’arte di osservare il settimo giorno è l’arte di dipingere sulla tela del tempo la misteriosa grandiosità del culmine della creazione: come Egli ha santificato il settimo giorno, così faremo noi. Amare il sabato è amare quello che abbiamo in comune con Dio. La nostra osservanza del sabato è una parafrasi della Sua santificazione del settimo giorno. Il mondo senza il sabato sarebbe un mondo che ha conosciuto solo sé stesso; sarebbe scambiare Dio per una cosa, sarebbe l’abisso che lo separa dall’universo; un mondo senza una finestra che dall’eternità si apra sul tempo. Un’antica allegoria racconta: «Quando Adamo vide la maestà del sabato, la sua grandezza e la sua gloria, e la gioia che conferiva a tutti gli esseri, intonò un canto di lode come per esprimere gratitudine al giorno del sabato. Allora Dio gli disse: Tu elevi un canto di lode al giorno del sabato, e non canti per Me, il Dio del sabato? Allora il sabato si alzò dal suo seggio e si prosternò davanti a Dio, dicendo: E cosa buona esprimere gratitudine al Signore. E tutto il creato aggiunse: E cantare lode al Tuo Nome, o Altissimo». Tratto da A. J. HESCHEL, Il sabato, il suo significato per l’uomo moderno, Rusconi editore, Milano, 1972).

Il sabato: comandamento o stile di vita?

Il riposo di sabato costituisce il trait-d’union tra Dio e l’uomo, il punto di incontro tra il Creatore e la creatura, fra il Salvatore e il peccatore, tra il cielo e la terra (Deuteronomio 5.15; Isaia 66: 22-23). Se in seguito al peccato, il sabato diventa un comandamento (Esodo 20: 8-11), alle origini il sabato è vissuto da Dio come giorno di riposo: un modo di esistere in conclusione della settimana creativa (Genesi 2:1-3). Nei primi capitoli della Genesi, gli ordini offerti ad Adamo e a Eva riguardano l’amministrazione della terra, la moltiplicazione della specie umana, il tipo di alimentazione (Genesi 1:28-29; 2:15) e naturalmente l’invito a non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male che assieme all’albero della vita differenziava la creatura dal Creatore (Genesi 2: 15-17). Dio non chiede all’uomo di osservare il sabato, non dà un comandamento relativo al giorno in cui la creatura deve ricordarsi del suo Creatore, ma rende l’uomo partecipe della sua natura e dell’atto creativo chiamandolo a sé. Quel «riposo» iniziale costituiva l’evento mediante il quale Dio e l’uomo, l’uno accanto all’altro, prendono le distanze dal resto della creazione. Dio come creatore, l’uomo come individuo creato a sua immagine. Pensare al sabato come semplice espressione di una norma è alquanto riduttivo. Gesù stesso non osserva il sabato come se fosse una norma, ma come «Signore del sabato» (Marco 1:28), in opposizione al modo in cui lo consideravano i farisei: un comandamento imposto dalla legge. Gesù restituisce al sabato il carattere liberatorio che aveva nel principio e lo vive senza la griglia interpretativa dei farisei. Egli considera il sabato uno stile di vita, un mezzo per prendere le distanze dalla creazione che, a causa del peccato, è ineluttabilmente decaduta; egli esorta l’uomo a fare altrettanto. Le numerose guarigioni compiute da Gesù in giorno di sabato sono le anticipazioni del regno futuro, in cui Dio e tutti i credenti vivranno una relazione d’amore e d’armonia non più interrotta dal virus del male (Matteo 12:1-8; Marco 1:21-39; ecc.). Anche gli apostoli sono su questa linea interpretativa. Infatti, essi osservano il sabato non come un ordine categorico di Dio, ma come un modo di vivere tipico di coloro che hanno accettato Cristo Gesù come «Signore anche del sabato» (Atti 13:14,42,44). Possiamo quindi affermare che l’osservanza del sabato è intimamente collegata al messaggio della giustificazione per fede e all’esperienza della salvezza in Cristo. Possiamo vivere l’esperienza della salvezza senza, tralasciando di osservare il sabato?

La dimensione socio-umanitaria del sabato

Il cristiano serve Dio ogni giorno della sua vita ma il servizio che gli rende durante la settimana differisce da quello che gli offre nel giorno del Signore. Durante la settimana egli onora Dio, mentre è alle dipendenze del datore di lavoro e deve far fronte alle molte richieste della vita. Tale servizio può essere denominato il «servizio di Marta» (Luca 10: 38-41), del quale il Signore dà un implicito riconoscimento, mentre si seguono i propri doveri. Il servizio sabbatico, d’altro lato, è «il servizio di Maria», nel quale si porge particolare attenzione a Cristo, qualificando il suo senso di appartenenza a Dio. Il Sabato ci rende consapevoli dell’importanza di condividere con gli altri il tempo e la speranza che il Signore ha posto nei nostri cuori. Esso richiama alla mente le persone delle quali dovremmo ricordarci (Esodo 20:14): Il figlio, la figlia, il servo, la serva, il forestiero, ecc. Nel giorno di Sabato siamo invitati a non lavorare, a non fare i nostri affari, ma a partecipare al culto di adorazione (Levitico 23:3) e aiutare gli altri facendo del bene (Matteo 12:9-14; 3:1-6; Luca 6:6-11). Un giorno a Gesù, che si trovava nella sinagoga alla presenza di paralitico, i farisei e gli scribi gli posero la seguente domanda: «É egli lecito far delle guarigioni in giorno di sabato?» (Matteo 12:10). Secondo Marco e Luca, Gesù rispose con un’altra domanda: «É egli lecito, in giorno di Sabato, di fare del bene o fare del male? Di salvare una persona o di ucciderla?» (Marco 3:4; Luca 6:9). Da notare che Gesù sostituì il verbo “guarire” con il verbo “fare del bene”. Con questo cambiamento, Cristo voleva includere non un solo tipo ma tutti i tipi di attività caritatevoli. Gesù infatti rispose: «É lecito fare del bene in giorno di Sabato» (Matteo 12:12). Quindi in giorno di sabato, oltre vivere la dimensione ecclesiale, si può svolgere un servizio socio-umanitario disinteressato. Seguendo l’esempio di Gesù, la celebrazione del sabato, dovrebbe essere per noi un momento in cui condividere le benedizioni di questo giorno con gli stranieri, gli ammalati, gli afflitti. “Il servizio che effettuiamo di Sabato nei confronti dei bisognosi onora Dio e arricchisce la nostra vita con grande senso di soddisfazione e di compimento del nostro mandato” (Riposo Divino per l’inquietudine umana, p 182, Ed. A.d.V. Impruneta (Fi), 1983).

Qual è il significato escatologico del sabato?

Il sabato ha un importante significato escatologico. Infatti il sabato ci conduce oltre le cose di questo mondo. Osservandolo nei dovuti modi ci allontana dalle attività ordinarie della vita e ci ricorda che la nostra condizione attuale non è permanente. Le cose che riempiono il nostro tempo e alle quali è rivolta la nostra attenzione durante gli altri sei giorni della settimana non meritano la nostra dedizione ultima perché siamo in cammino verso cose migliori . Non dobbiamo permettere che le gioie e i dolori di questa vita, per quanto degni di attenzione, ci distraggano da ciò che stiamo aspettando. Come Abramo, padre dei credenti, noi aspettiamo «la città che ha le vere fondamenta e il cui architetto e costruttore è Dio» (Ebrei 11: 10). Allo stesso tempo il sabato ci consente di pregustare la vita avvenire rendendoci disponibile già oggi, a mo’ di pegno, la ricompensa finale del popolo di Dio. L’opera della salvezza raggiungerà il suo traguardo quando Dio stabilirà la sua dimora eterna tra gli uomini nella nuova terra, ma il sabato anticipa questa situazione dandoci ora l’opportunità di una comunione intima con Dio. L’esperienza dell’eternità può cominciare già ora nella vita di coloro che comprendono il significato del sabato e vivono la salvezza nel modo più pieno (Isaia 58: 13-14). Il sabato ci conduce anche a guardare verso il futuro grazie alla sua assicurazione che Dio non ha abbandonato la terra. Egli ha istituito il sabato per esprimere il suo impegno a favore della creazione. Nonostante tutto ciò che il peccato ha fatto per distruggere la bellezza di questo pianeta, esso rimane ancora il mondo di Dio, ed egli promette di restaurarlo al suo primitivo splendore. E ancora più di questo, Dio vuole realizzare il suo progetto a favore di tutte le sue creature, e degli esseri umani in particolare. Il sabato ci assicura che alla fine diventeremo veramente ciò che dovevamo essere originariamente. Una descrizione profetica della vita futura mostra gli abitanti della nuova terra che vanno ad adorare Dio di sabato in sabato (Isaia 66:23). Anche in questa situazione ideale, sembra, gli uomini godranno di periodi di riposo e di adorazione. Il sabato, dunque, è un simbolo impressionante dell’intera esperienza della salvezza. Esso ne illumina tutte le dimensioni – personale, sociale e storica – così come spande una luce intensa sulle dottrine fondamentali di Dio e dell’uomo. Da tutto ciò è chiaro che il sabato ha una importanza teologica enorme. É molto di più che una curiosità religiosa praticata da un piccolo segmento del mondo cristiano. Il sabato aggiunge significato a tutti gli aspetti della fede cristiana e ci consente di unificarli in un corpo insieme teologico ben collegato e coerente.

Qual è significato del cambiamento dal sabato alla domenica?

Non essendoci fondamenti biblici all’osservanza della domenica, gli Avventisti del Settimo Giorno la considerano un segno dell’allontanamento della chiesa dalla fede apostolica. In termini più precisi, essi la interpretano come il segno più evidente della generale apostasia, che ha afflitto il cristianesimo per secoli; e che tale sviluppo storico adempie varie profezie bibliche. Il libro di Daniele descrive i tentativi dei nemici di Dio di cambiare la legge (Dan 7:25). A un certo momento del suo ministero, Paolo predisse che la sua scomparsa sarebbe stata seguita da intensi conflitti dottrinali (At 20:29,30), e Giovanni insegnò che degli errori religiosi stavano introducendosi nella chiesa già ai giorni degli Apostoli (1Gv 4:3). Il fatto che l’osservanza della domenica sia cominciata presto nella storia della chiesa non prova che si tratti di una pratica genuinamente cristiana, ma semplicemente, come afferma l’apostolo Paolo, che «il mistero dell’empietà è (era) già in atto» (1Tess 2:7). In considerazione della comprensione che gli avventisti hanno della loro opera, intesa come continuazione della Riforma protestante, con la quale si iniziò a ritornare alla sola Scriptura, essi ritengono che il processo di riforma consista anche nel recupero del sabato biblico, il quale acquista un valore escatologico importante negli ultimi tempi. Questo è particolarmente evidente nella descrizione del sabato come «sigillo di Dio». Gli avventisti del settimo giorno credono che l’osservanza del sabato rappresenti il «sigillo di Dio» perché il quarto comandamento è il solo che identifichi Dio, il datore della legge, come sovrano dell’universo. Di conseguenza, il sabato assumerà un significato speciale proprio prima che Cristo ritorni, quando le condizioni religiose, morali e sociali della terra raggiungeranno il loro livello più basso e «l’uomo del peccato sarà manifesto» (2Tess 2: 1-10); dove, la loro pubblica espressione di lealtà a Dio proietterà allora gli osservatori del sabato di fronte agli occhi di tutti e costituirà un invito ad «uscire da Babilonia» (Ap 18: 4), per entrare a far parte del popolo di Dio, il quale sarà oggetto di persecuzioni. In opposizione al sigillo di Dio, il libro dell’Apocalisse parla anche di un “marchio della bestia” (Ap 14:9). Questo è qualcosa che identifica coloro che offrono la loro lealtà ai nemici di Dio. Significa che una persona ha rinunciato ad essere fedele a Dio. Poiché l’osservanza del sabato, il giorno di culto stabilito da Dio, è il sigillo di Dio, il marchio della bestia rappresenta logicamente un rivale o una contraffazione del giorno di culto. Considerando che la domenica non ha alcun fondamento biblico e, di conseguenza, è ben indicata per fungere da marchio della bestia. Gli avventisti del settimo giorno credono che verrà un tempo in cui l’osservanza della domenica diventerà segno del fatto che una persona ha rinunciato ad essere fedele a Dio per onorare i poteri che gli si oppongono.

Qual è il significato di Colossesi 2:16?

«Nessuno dunque vi giudichi quanto al mangiare o al bere, o rispetto a feste, a noviluni, a sabati, che sono l’ombra di cose che dovevano avvenire; ma il corpo è di Cristo» (Colossesi 2: 16,17). Da una lettura approssimativa del testo si può facilmente arrivare alla conclusione che possiamo mangiare e bere quel che vogliamo, che abbiamo la facoltà di festeggiare il Signore, secondo l’occorrenza, in qualsiasi giorni della settimana e che pertanto non esiste un giorno specifico per adorare il Signore. In altre parole, in Cristo, l’uomo ha acquisto una tale libertà al punto da proporre a Dio uno stile di vita, una religiosità ad immagine e somiglianza del terreno e non del divino. Tale deduzione non è conforme all’insegnamento della Parola di Dio, dove il «così dice il Signore» (Es 4,22; 5,1; 1Sam 2,30; 2Sam 12,7;1Re 17,14; ecc.) è sovrano; né tanto meno al pensiero di Paolo, il quale nella medesima lettera ci invita a cercare «le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio» e ad aspirare «alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra» (Col 3: 1-2). «Sia fatta la tua volontà» è il riconoscimento che Gesù ha inserito nella preghiera modello (Mt 6,10). L’epistola ai Colossesi è contrassegnata da un’aspra polemica caratterizzata dal sincretismo religioso. La natura dell’eresia si fonda sua due presupposti dottrinali: la tradizione degli uomini e gli elementi del cosmo (Cl 2: 8), l’uno di natura pratica e di chiara provenienza giudaica, l’altro di indole speculativa e di autentico stampo ellenistico: pre-gnostico. La «tradizione degli uomini» di origine giudaica, si richiama alla circoncisione (Col 3,11), al quale viene ad essa contrapposta la circoncisione di Cristo (2,11): il battesimo, che è un venire sepolti e risorgere con Cristo a nuova vita (Col 2,12). Si può ricondurre anche alle osservanze circa i cibi, le bevande, i noviluni (inizi del mese) e i sabati (Col 2,16), ovvero alla festività giudaiche (Lev. 23) che erano «ombra delle cose future»(1) (Col 2,17; cfr. Ebrei 10), in riferimento alla realtà – il corpo – che è Cristo. Gli «elementi del cosmo» – indicazione pre-gnostica – sono associati al culto degli angeli (Col 2,18) e alle feste solenni pagane caratterizzate dai digiuni, cibi e bevande. La fusione di queste due presupposte dottrine, costituivano una insidia per la fede cristiana, perché indicavano una via di salvezza diversa da quella indicata nell’evangelo. Il trittico feste, noviluni e sabati????eortès, neomenìas, sabbàton, qui tutti al genitivo plurale) non solo va visto in questo contesto, ma andrebbe tradotto meglio per quanto riguarda il terzo termine. Hugedé, traduce Colossesi 2, 16 come segue, “Di conseguenza, che nessuno vi giudichi sul fatto di mangiare o di bere, o a proposito di una festa annuale, o dei primi del mese, o dei giorni festivi della settimana”.(2) I commentatori sottolineano che eortè indica le feste annuali. La parola ha un senso molto ampio, ma lo si impiega soprattutto per designare le feste solenni, siano esse pagane o giudee. Per quanto riguarda le neomenie, presso tutti i popoli dell’antichità, per i quali il calendario è lunare, esse sono le feste mensili che salutano la luna nuova. Su Tà sàbbata, nominativo plurale di Ton sabbàton, tradotto generalmente «i sabati», se il singolare designa il giorno di riposo biblico (e talvolta anche al plurale), il plurale è piuttosto l’espressione consacrata per indicare la settimana. Anche nel Nuovo Testamento vi sono dei testi in cui il vocabolo riveste questo significato(3) “vediamo dunque che la parola, già di per sé, senza tener conto del contesto ellenistico in cui ci troviamo e che ci orienta in un’altra direzione, non ha che lontanissimi rapporti con il giorno di sabato, designato dal Decalogo come memoriale della creazione e dell’uscita dall’Egitto, osservato da Israele e dai primi cristiani, e generalmente indicato con la perifrasi «il giorno del sabato»,(4) oppure «il giorno della settimana» (per eccellenza).(5) E. Peretto, cattolico, scrive: «La terminologia risente del vocabolario liturgico pagano e di quello rituale vetero-testamentario. «Cibi e bevande» (lett. in fatto di mangiare e bere) non sono in relazione con la distinzione giudaica tra elementi puri e impuri (cfr. Lv 11), ma con le pratiche dei digiuni sulla falsariga dell’ascetismo pagano. Ciò appare evidente nei vv. 21-23, che rispettivamente rimarcano alcune proibizioni e l’astensione da determinati cibi. L’ascesi e il digiuno predisponevano alle rivelazioni. I tempi sacri sono indicati coi termini «festa annuale», «novilunio», «settimane» (lett. sabati). Nonostante l’elenco abbia evidenti riscontri nell’Antico Testamento e segnali giorni particolarmente dedicati al servizio di Dio […], non è una citazione della legge mosaica. Il trittico sostanzialmente vuol dire che le pratiche del digiuno s’accompagnavano all’osservanza dei tempi sacri, il cui calendario era fissato per un anno, per un mese e per una settimana. Questa divisione sembra alludere alla credenza che la nascita e il destino dell’uomo sono fissati dagli elementi del mondo e sono interpretabili osservando il corso degli astri”. ? probabile che «il Filosofo» consigliasse ai cristiani di cercare la salvezza per questa via.(6) Riassumendo, Monsignor de Ségur dichiara: «É curioso ricordare che tale osservanza della domenica, che è l’unico culto del protestantesimo, non solo non si fonda sulla Bibbia, ma è in flagrante contraddizione con la stessa Bibbia che prescrive il riposo del Sabato. La Chiesa Cattolica, con l’autorità di Gesù Cristo, ha trasportato questo riposo alla domenica in ricordo della risurrezione di nostro Signore”. (7) Note: (1). Sebbene il modo di esprimersi di Paolo faccia pensare che egli includa tutto ciò che ha menzionato prima nella nozione di ombra, tuttavia si impone una distinzione se si legge con attenzione il v. 16. Infatti, è inammissibile che Paolo potesse riconoscere valore tipologico rispetto all’evento redentivo a siffatte pratiche di chiara impronta pagana quali erano i digiuni e le astinenze. Parimente non si vede come si possa collegare tipologicamente con l’evento della redenzione un comandamento del Decalogo, quello che prescrive la santificazione del giorno del Signore. Mentre è trasparente il valore messianico-escatologico delle feste annuali ebraiche: la Pasqua (tipo della morte redentiva del Figlio di Dio), la Pentecoste (tipo del dono dello Spirito alla chiesa dopo l’ascensione del Risorto), il Kippur (prefigurazione del giudizio finale) e le Capanne (preannuncio dell’adunamento di Cristo coi suoi santi nel giorno della resurrezione). A. Caracciolo Commento dell’epistola ai Colossesi, quaderno del Messaggero n° 3, ed Adv, Impruneta (Fi) 1998, p. 20,21. (2). Norbert Hugedé, L’épître aux Colossiens, Ed. Labor et Fides, – Genève, 1968, p.142. Sul significato del trittico terminologico, alla pagina 144 e 144, indica una quantità di autorevoli fonti antiche e moderne. Fra le altre, sul tà sàbbata, riveste notevole importanza tecnica. (3). Tà sàbbata = settimana: Matt. 28:1; Marco 16:2; Luca 24:1; Giov. 20:1,19; Luca 20:7. (4). Nehemia 10:31; 13:17,22; Giovanni Fantoni, Commento pastorale, Epistola ai Colossesi. Anno accademico 1999-2000 – Istituto Avventista di cultura biblica Villa Aurora (Fi). (5). Es.20:8; Deut. 5:12; Num.28:9. (6). Elio Peretto, Lettere dalla Prigionia, ed. Paoline, 1976, p. 151, 152. Anche i protestanti H. Colzemann e Lohse, riportati da Caracciolo sono dello stesso parere. (7). Causerei sur le Protestantisme d’aujourd’hui, 1903, p. 207, cit. da C. Gérber, o.c. p. 308.


TESTI DI DIFFICILE COMPRENSIONE
Il battesimo per i morti: 1 Corinzi 15:29Ha indurito loro i cuori: Giovanni 12:40Dalla vita alla morte – Giovanni 5:24Cibi puri e impuri - Romani 14Cibi puri e impuri – Marco 7Uccidere l’anima – Matteo 10:28L’uomo ricco e il povero Lazzaro: Luca 16:19-31Le anime sotto l’altare: Apocalisse 6:9-10La maga di Endor – 1 Samuele 28La Donna nel contesto del Nuovo testamentoLa formula trinitaria del battesimo negli apostoli

Il battesimo per i morti: 1 Corinzi 15:29

Il testo in questione è un hapax, cioè è un’affermazione che ricorre una sola volta. Non avendo altri parametri cui far riferimento, diventa impossibile stabilire una prassi o una credenza basandosi su un singolo testo. Il brano presenta una sua complessità interpretativa perché farebbe riferimento a una pratica assente nel Nuovo Testamento, cioè il battesimo per procura. Le interpretazioni contraddittorie sono oltre la quarantina e questa molteplicità di soluzioni proposte dimostra l’incapacità di indicare una parola conclusiva e finale. 1. Il contesto Per prima cosa occorre esaminare il contesto letterario in cui è inserita questa breve affermazione. L’argomento esaminato nel capitolo 15 è la realtà della risurrezione di Cristo e per conseguenza l’insegnamento relativo alla risurrezione dei morti. Dopo aver presentato una serie di fatti concreti circa le testimonianze di coloro che hanno avuto l’apparizione del risorto, Paolo inizia un «ragionamento per assurdo» mostrando quanto siano inutili la fede, la predicazione del Vangelo, la missione apostolica e perfino l’essere esposti alla persecuzione, se, come dicono alcuni, Cristo non sia risorto dai morti. Se, per assurdo, non esistesse la risurrezione, meglio sarebbe godersi la vita, mangiare e bere «perché domani morremo» (v. 32); perché affrontare inutilmente il rischio della persecuzione e della morte se non c’è risurrezione? (v. 30,31). «Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati per i morti»? (v. 29). 2. Battesimo per i morti L’interpretazione più comune è che qui Paolo, senza schierarsi né a favore né contro, prenda atto che esiste, nella chiesa apostolica, la pratica del battesimo a favore del credente defunto. Questo strano battesimo si operava in Africa al tempo di S. Agostino (cfr. Patrologia Latina 45, 1597), citato anche da Fulgezio (cfr. PL 65, 379). È altresì presente in Germania tra il 1000 e il 1025 (cfr. PL 140. 734) e in molte sette ereticali. Oggi viene praticato dalla Chiesa di Gesù Cristo degli ultimo tempi a favore dei propri parenti defunti e non convertiti. Il problema è che, leggendo in questo modo il testo di Paolo, si darebbe per scontato che il battesimo vicario, pratica eretica tardiva, risalirebbe al periodo apostolico. Ciò non può essere provato. Angel Manuel Rodriguez (The Baptism for the dead, http://www.adventistbiblicalresearch.org/Biblequestions/baptismforthedead.htm) afferma che non esiste alcuna prova che il battesimo per procura sia praticato nel periodo apostolico, che non troviamo nell’insegnamento di Paolo relativo al battesimo il concetto secondo cui senza il battesimo non c’è salvezza e che il battesimo richiede un’adesione personale che il defunto non può più fare. Questo è sufficiente per poter escludere che si tratti di un «battesimo per procura». Come possiamo allora comprendere questa affermazione dell’apostolo? 3. Tentativi di spiegazione Occorre tenere presente due punti importanti per comprendere questo passo: a. Paolo parla della risurrezione e ogni soluzione deve avere una correlazione con questo tema centrale di 1 Corinzi 15. b. L’interpretazione deve essere coerente con una corretta traduzione dell’espressione «per i morti» (huper ton nekron). È generalmente assodato che la preposizione huper (per) può significare anche «da parte di», «a nome di», «per amore di…». Tre possibili tentativi di spiegazione possono essere suggerite. a. Battezzati in vista della risurrezione. Foschini (Those who are baptized for dead, The Hofferman Press, Vorcester, 1951, p. 132) propone una traduzione che utilizza una punteggiatura diversa. Traduce così: «Altrimenti, che faranno quelli che sono battezzati? Per i morti? Se i morti assolutamente non risorgono, perché ci si battezza? Per essi?». Egli spiega: «Paolo parte dalla premessa innegabile che si diventa cristiani non per godere della vita presente, ma per la speranza di quella futura. Ora nell’oltretomba si danno due possibili ipotesi: quella della morte eterna e quella della vita eterna. A quei cristiani di Corinto che negavano la risurrezione e la vita eterna, l’apostolo dunque domanda: “Ebbene, se non c’è la vita eterna, che fanno quelli che ricevono il battesimo? Si battezzano per i morti? Se i morti non risorgono affatto, perché ci si battezza? Per essi?”, cioè per diventare, per raggiungere i morti che mai risorgeranno? Con questa assurda ma necessaria conclusione, l’apostolo prova ai suoi avversari l’incongruenza di essere cristiani e di negare la risurrezione e la vita eterna». È evidente che in questo modo Foschini elimina il battesimo per i morti. b. Battezzati dopo la morte di un parente cristiano. Un’altra possibilità, sostenuta da diversi commentatori, è che coloro che «si fanno battezzare per i morti» sono i parenti e gli amici di un credente defunto e che, per il desiderio di incontrarlo alla risurrezione, abbracciano la fede cristiana e si convertono a Cristo, accettando il battesimo. Il loro battesimo diventerebbe «per amore dei» morti in quanto, con la loro scelta, rispondono al desiderio della persona cara che è venuta a mancare. È successo più di una volta che il decesso di una mamma credente o di un parente stretto abbia fatto riflettere un figlio o una figlia a tal punto da incominciare un percorso di fede che si conclude con la scelta del battesimo. In tal senso l’apostolo avrebbe potuto riferirsi a queste persone con il termine della conversione per amore dei morti e non certamente quello del «battesimo per i morti». c. Il battesimo è usato in modo figurato. Altri commentatori attribuiscono un senso figurato al battesimo, che indicherebbe l’esposizione al pericolo o alla morte come in Matteo 20:22 e in Luca 12:50. In questo caso «quelli che sono battezzati» si riferisce agli apostoli, costantemente esposti alla morte, annunciando il messaggio della risurrezione (1 Cor 4:9-13; Rm 8:36; 2 Cor 4:8-12). Ai versetti successivi (v. 30-32), Paolo pone le domande: «E perché anche noi siamo ogni momento in pericolo? Ogni giorno esposti alla morte… Se soltanto per fini umani ho lottato con le belve a Efeso, che utile ne ho?». In questo caso «i morti» sarebbero i credenti defunti (di cui si parla ai vv. 12-18), ma potenzialmente, ogni credente vivente, che, secondo alcuni membri di Corinto, non avevano alcuna speranza di fronte alla morte (vv. 12 e 19). Il v. 29 potrebbe essere parafrasato in questo modo: «Ma se non c’è risurrezione, che cosa farebbero i messaggeri del Vangelo, se essi continuamente affrontano la morte al posto di uomini che sono destinati a perire?». È pura follia (v. 17) e inanità per loro affrontare la morte «se i morti non risorgono» (vv. 16,32). Il continuo coraggio degli apostoli di fronte alla morte è l’eccellente dimostrazione della fede nella risurrezione. Conclusione Non è possibile giungere a una conclusione; il testo non è chiaro. Su un punto invece possiamo stare sereni: il testo non propone il battesimo per procura. Non è possibile battezzarsi al posto di parenti o amici deceduti al fine di renderli partecipi della salvezza eterna. Il Nuovo Testamento afferma che il battesimo è preceduto da una fede personale in Gesù Cristo e che chi si battezza testimonia personalmente della confessione dei peccati (cfr. Atti 2:38; 8:3,37; Ezechiele 18:20-24; Giovanni 3:16; 1 Giovanni 1:9). Neppure gli uomini definiti «giusti» possono salvare loro stessi (Ezechiele 14:14,16; Salmo 49:7), figuriamoci se possono salvare dei defunti! (Giuseppe Marrazzo).

Ha indurito loro i cuori: Giovanni 12:40

Gesù in Giovanni 12:40, cita il profeta Isaia: 6: 10. Il contesto immediato in cui si situa l’enunciato di Isaia, è quello relativo alla vocazione del profeta preceduta da una serie di dichiarazioni relative allo stato spirituale d’Israele e il suo castigo (capitoli 1-5; 6:1-9). Da una parte abbiamo Israele che si è allontano da Dio, la sua condizione spirituale è tale che l’esilio è inevitabile; dall’altra, Dio che cerca di salvare il salvabile, inviando il profeta Isaia, il quale è chiamato a svolgere un’opera il cui risultato sarebbe stato deludente a causa dell’ostinazione del popolo. Il Signore in qualche modo avverte il profeta che la sua predicazione non avrebbe avuto il risultato sperato e che pertanto non deve cadere della trappola dell’illusione. Nell’undicesimo versetto il profeta pone una domanda al Signore. «Fino a quando Signore», sottinteso la situazione spirituale rimarrà cosi. La risposta che il Signore da, una parte conferma l’irreversibilità dell’esilio babilonese, dall’altra, che tutto ha un tempo limitato, pari alla durata del castigo. In breve e con semplicità, i versetti 9 e 10, esprimono una presa d’atto da parte di Dio dello stato spirituale del popolo e la necessità di essere purificato mediante castigo; e nel contempo rivelano un Dio che tiene sotto controllo la situazione, ma senza violare la libertà di scelta dell’uomo. In Giovanni 12: 30-40, la situazione è analoga. Il popolo vive nelle tenebre, la luce arriva, ma la rifiutano, e pertanto Gesù ne prende atto e cerca di salvare il salvabile sapendo che il castigo sarebbe arrivato: Gerusalemme, ancora una volta sarebbe stata distrutta, e soprattutto Israele non sarebbe più stato il popolo eletto: un nuovo popolo sarebbe sorto dalle ceneri di un popolo che avrebbe rifiutato il Messia. L’espressione “E l’Eterno indurì il cuor…” va compresa tenendo conto della cultura del tempo, del monoteismo e della preconoscenza di Dio. Quando si tiene conto di questi aspetti si evince che tale espressione è semplicemente una presa d’atto da parte di Dio nei confronti dell’uomo che è in rivolta conto Dio e che forse ha peccato contro lo Spirito Santo e che pertanto non c’è più nulla da fare per la conversione. Ad esempio: «E l’Eterno indurì il cuor di Faraone» equivale: Dio ha preso atto che nonostante i ripetuti inviti alla conversione, per il Faraone non c’era più nulla da fare, perché il Faraone aveva indurito il suo cuore.

Dalla vita alla morte – Giovanni 5:24

In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. (Giovanni 5:24). Un fattore decisivo nel giudizio finale sarà determinato dalla risposta che una persona darà a Cristo. Il Salvatore ha detto: «Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell’ultimo giorno» (Gv 12:48). Le stesse parole di Cristo che danno vita eterna a chi le accetta (cfr. Gv 13:8), portano la morte eterna a coloro che le rifiutano: «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» (Gv 5:24; 3:36). L’affermazione «non viene in giudizio» (krisis) non significa che il caso dei salvati non venga considerato nel giudizio finale, poiché «tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo» (2 Cor 5:10; Rm 14:10). «Giudizio» significa l’opposto della «vita» eterna in Giovanni 5:24. Così, il significato del testo deve essere questo: i credenti non saranno condannati nel giudizio finale a motivo del loro costante «sentire» e «credere» (tempo presente in greco) in Cristo. Il sostantivo greco usato qui per giudizio (krisis) è spesso usato con il significato di condanna (Gv 3:19; 5:29; 2 Ts 2:12). Paolo esprime la stessa opinione con una parola congiunta quando dice: «Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù» (Rm 8:1). Coloro che accettano Cristo non sono sotto alcuna condanna, né nella vita presente né nel giudizio finale, perché hanno ricevuto sia il perdono dei loro peccati sia la grazia di adempiere nella loro vita il «comandamento della legge» (Rm 8:4).

Cibi puri e impuri – Romani 14

«Uno crede di poter mangiare di tutto, mentre l’altro che è debole, mangia legumi. Colui che mangia di tutto non disprezzi colui che non mangia di tutto; e colui che non mangia di tutto non giudichi colui che mangia di tutto, perché Dio lo ha accolto … Io so e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro in sé stesso; però se uno pensa che una cosa è impura, per lui è impura» (Romani 14: 2, 3, 14). Se noi applichiamo la formula: «nulla è impuro in sé stesso» nel senso rigorosamente letterale, mettiamo l’apostolo Paolo in contraddizione con se stesso. Difatti, più avanti, l’apostolo, riconosce che certe cose sono realmente impure quando egli cita Isaia 52: 11: «Perciò, uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e io vi accoglierò» (2 Corinzi 6: 17). La pratica religiosa dall’astensione della carne sacrificata agli idoli era largamente diffusa nel mondo antico, soprattutto nel mondo giudeo – cristiano. Infatti, i credenti di Roma erano turbati proprio come la comunità di Corinto, perché ritenevano che mangiare della carne che era stata offerta agli idoli, significasse in qualche modo contaminarsi e commettere idolatria. Nella lettera ai Corinzi l’apostolo Paolo scrive: «Quanto dunque al mangiar carni sacrificate agli idoli, sappiamo che l’idolo non è nulla nel mondo, e che non c’è che un Dio solo. Poiché, sebbene vi siano cosiddetti dèi sia in cielo sia in terra, come infatti ci sono molti dèi e signori, tuttavia per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale sono tutte le cose, e noi viviamo per lui, e un solo Signore, Gesù Cristo, mediante il quale sono tutte le cose, e mediante il quale anche noi siamo. Ma non in tutti è la conoscenza» (1 Corinzi 8: 4-7). Notiamo bene il modo in cui Paolo affronta il problema: «… alcuni, abituati finora all’idolo, mangiano di quella carne come se fosse una cosa sacrificata ad un idolo; e la loro coscienza, essendo debole, ne è contaminata. Ora non è un cibo che ci farà graditi a Dio; se non mangiamo, non abbiamo nulla di meno; e se mangiamo non abbiamo nulla di più. Ma badate che questo vostro diritto non diventi un inciampo per i deboli. Perché se qualcuno vede te, che hai conoscenza, seduto a tavola in un tempio dedicato agli idoli, la sua coscienza, se egli è debole, non sarà tentata di mangiar carni sacrificate agli idoli? Così, per la tua conoscenza, è danneggiato il debole, il fratello per il quale Cristo è morto» (1Corinzi 8: 7-11). Secondo l’apostolo Paolo, l’uomo forte o maturo, nel senso spirituale, è colui che mangia della carne che era stata prima sacrificata alla divinità, senza alcun timore, perché è consapevole della non esistenza degli idoli. Per lui anche se un alimento è stato offerto ad un idolo pagano, non cambia nulla, perché egli non ci crede. L’uomo debole è invece chi «mangia solo legumi». Ovvero, una persona, forse, da poco convertita che non ha ancora superato completamente il suo timore verso le sue antiche divinità. Pertanto riteneva che mangiare della carne che era stata prima sacrificata agli idoli, significasse partecipare ad culto idolatra. Gli alimenti in sé erano puri, ma per lui, a causa della sua conoscenza debole, erano Koinos, ovvero impuri, immangiabili. In romani 14: 14, Paolo dice che non c’è nulla di impuro in sé sesso, e che ciò che si ritiene impuro è dovuto al fatto che i neofiti, in qualche modo sono ancorati alle divinità pagane: una specie di superstizione. Concludendo, ambedue i gruppi: i deboli e i forti, restano nell’ambito della fede, ma i vegetariani sono deboli nella fede, ossia non hanno ancora la forza di affrontare la libertà che il cristiano possiede in Cristo come fanno invece gli altri che Paolo chiama «forti»; i primi sono «deboli» perché sono ancora ancorati a reminiscenze pagane, che condizionano la loro libertà acquisita in Cristo. La differenza non sta nella natura della carne, ma piuttosto nello spirito e nella comprensione dell’insegnamento evangelico. È una semplice questione di maturità spirituale.

Cibi puri e impuri – Marco 7

«Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo; sono le cose che escono dall’uomo quelle che contaminano l’uomo». Marco 7: 15 (Matteo 15: 11) La dichiarazione di Gesù si situa in un contesto di una disputa a proposito della legge cerimoniale, propriamente: le abluzioni delle mani prima di mangiare. Infatti, il modo di comportarsi dei discepoli (vers. 1-2) suscita la domanda dei farisei (vers. 5) – spiegata da Marco in un inciso (vers. 3-4). In primo luogo, Gesù non risponde a tono, ma allarga il discorso smascherando l’ipocrisia dei fa¬risei, citando anzitutto il profeta Isaia (vers. 6-7), e denunciandoli poi apertamente di svuotare e tradire la parola di Dio per seguire prescrizioni umane. Nei versetti 9-13, Gesù ri¬prende ancora più duramente l’invettiva contro i farisei: ripetendo la denuncia di fondo già espressa, espone un esempio della aberrante mentalità farisaica – il giuramento del Korbàn -, mettendone in risalto la grettezza e meschinità anche nei riguardi delle persone; conclude ripetendo per la terza volta il grave rim¬provero. Come si può facilmente dedurre, da una parte abbiamo i farisei che rimproverano i discepoli perché non si lavano le mani prima di «toccare cibo», una pratica puramente rituale e non sanitaria; dall’altra troviamo Gesù che biasima il comportamento dei farisei perché questi ne combinano una più grossa: «tralasciano il comandamento di Dio» per la «tradizione» umana. Egli mostra loro l’incongruenza dell’utilizzo del «Korbàn» (offerta a Dio), che permetteva loro di sottrarsi dall’osservanza del quinto comandamento (vers. 7.13). In questo contesto, che chiaramente non ha nulla a che fare con le prescrizioni sanitarie, ma cultuali e farisaiche, Gesù dichiara: «Non c’è nulla fuori dell’uomo che entrando in lui possa contaminarlo» (vers. 15). Più tardi i discepoli lo interrogano sul senso di questa parabola e Gesù risponde: «Egli disse loro: «Neanche voi siete capaci di comprendere? Non capite che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina?» Così dicendo, dichiarava puri tutti i cibi. Diceva inoltre: «È quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo invidioso, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dal di dentro e contaminano l’uomo» (Marco 7: 18-23). La medesima risposta la troviamo in Matteo 15: 16-20, dove però viene omessa la frase del vers. 19 di Marco: «dichiarava puri tutti i cibi» dal greco «kathariz?n panta br?mata» che significa letteralmente: «purificati tutti gli alimenti». «Non capite che tutto quello che entra nella bocca va nel ventre ed è poi espulso nella latrina? Ma ciò che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è quello che contamina l’uomo. Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni. Queste sono le cose che contaminano l’uomo; ma il mangiare con le mani non lavate non contamina l’uomo». Quali alimenti Gesù ha dichiarato puri? Gesù dichiara puri, gli alimenti che secondo la legge si potevano mangiare, ma che per i farisei diventavano impuri o contaminati per la mancata purificazione delle mani. Infatti, i Farisei rimproverano i discepoli di mangiare con le mani impure, ovvero non lavate e, Gesù Cristo cerca di far capire che questa negligenza è del tutto umana e non rende impuri gli alimenti, quindi non contamina l’uomo. L’abluzione delle mani prima di mangiare era una semplice tradizione umana, ma i farisei l’avevano trasformata in un rito religioso.

Uccidere l’anima – Matteo 10:28

«E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima; temete piuttosto colui che può far perire l’anima e il corpo nella geenna». (Matteo 10:28) «kai mê fobeisthe apo tôn apoktennontôn to sôma, tên de psuchên mê dunamenôn apokteinai; fobeisthe de mallon ton dunamenon kai psuchên kai sôma apolesai en geennêi». Questo testo non serve per provare l’immortalità dell’anima, poiché la seconda parte del versetto dice: “temete piuttosto colui che può far perire e l’anima e il corpo nella geenna” (Mt. 10: 28). L’insegnamento di Gesù qui è che gli uomini possono solo mettere in pericolo alla nostra vita attuale, ma non quella spirituale, meglio la nostra relazione con Dio. Dio tiene nelle sue mani la nostra vita eterna (Giovanni 10:28). Infatti, al ritorno di Cristo i credenti risusciteranno con un corpo incorruttibile, nel senso che Dio ricostruirà l’integrità del nostro essere nella resurrezione, ma con un corpo glorioso, non più soggetto alla malattia, alla sofferenza e alla morte (1Corinzi 15: 51-54). Edward William Fudge osserva giustamente che «L’avvertimento di nostro Signore è chiaro: la capacità dell’uomo di togliere la vita si limita al corpo e solo nel tempo presente. La morte che l’uomo infligge non è finale, perché Dio chiamerà i morti dalla terra e darà ai giusti l’immortalità. La capacità di Dio di uccidere e distruggere è senza limite, va ben oltre l’aspetto fisico e il presente. Dio può distruggere il corpo e l’anima, ora e nell’avvenire» (E.W. FUDGE, The Fire That Consumes, Houston, 1989, p. 177). Luca riporta le parole di Gesù, tralasciando il riferimento all’anima: «Non temete quelli che uccidono il corpo ma, oltre a questo, non possono far di più. Io vi mostrerò chi dovete temere. Temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella geenna. Sì, vi dico, temete lui» (12:4,5). Luca tralascia l’anima (psyche) e si riferisce invece alla persona intera che Dio può distruggere nella geenna. È possibile che l’omissione del termine anima sia stata intenzionale per impedire un malinteso nei lettori non ebrei abituati a considerare l’anima come una componente indipendente e immortale che sopravvive alla morte. Per rendere chiaro che niente sopravvive alla distruzione di Dio, Luca omette di parlare dell’anima. Quando si tiene presente il concetto di anima così come Cristo lo ha ampliato, allora il significato delle sue parole diventa più chiaro. Uccidere il corpo significa togliere la vita presente sulla terra. Ma questo non uccide l’anima, cioè la vita eterna ricevuta da quelli che hanno accettato la salvezza di Cristo. Togliere la vita presente significa mettere una persona a dormire, ma una persona non è totalmente distrutta fino alla «morte seconda» (Apocalisse 20) Il significato delle parole di Gesù (cfr. Mt 10:28), è illustrato dalla sua dichiarazione in merito alla figlia di Iairo: «La bambina non è morta, ma dorme» (Mt 9:24). In realtà, era effettivamente morta («uccidere il corpo») ma, siccome doveva svegliarsi alla risurrezione, si poteva giustamente dire che dormisse. Nello stesso modo, tutti i defunti sono in attesa del loro destino finale: se hanno vissuto in favore o contro Cristo Gesù essi potranno ottenere la salvezza eterna o la perdizione eterna. Quest’ultima costituisce la distruzione del corpo e dell’anima nella geenna di cui parla Gesù. In breve, l’antropologia ebraica è caratterizzata dall’assenza del dualismo anima corpo. In ebraico, l’anima è l’uomo nella sua interezza. Non è possibile affermare che l’uomo abbia un’anima, ma piuttosto che egli è un’anima. Essa è, dunque, il complesso di tutta la personalità, dell’individualità dell’uomo, perciò anima può equivalere ad io stesso, tu stesso.

L’uomo ricco e il povero Lazzaro: Luca 16:19-31

Il testo è solo un racconto, una parabola che Gesù presenta per trarre un insegnamento religioso. Di simili parabole Gesù ne ha raccontate molte. Esse sono degli esempi che Gesù ha utilizzato per evidenziare il parallelismo con il regno del Padre (Matteo 13). Con la parabola del ricco epulone e di Lazzaro, Gesù non ha voluto dare un’informazione sullo stato dei morti, ma evidenziare come la morte fissa definitivamente la conseguenza del proprio stile di vita, delle scelte fatte, perché solamente durante la vita si prendono le decisioni che hanno una conseguenza eterna. Questo passo è inserito nel contesto del racconto della parabola “dell’economo infedele”; al versetto 14 leggiamo: «Anche i Farisei, che erano avari, stavano ad ascoltare tutte queste cose e si burlavano di lui». E il versetto 15 continua: «…Dio conosce i vostri cuori, poiché ciò che è in onore fra gli uomini è in abominazione davanti a Dio». E qui, di seguito, è narrata la parabola «dell’uomo ricco e del povero Lazzaro». Il povero muore e della sua sepoltura non leggiamo niente. Ma quando muore il ricco, egli è “sepolto”. Oggi diremmo: ebbe una sepoltura con tutti gli onori, montagne di fiori e commoventi scene di commiato. Alla morte dei due personaggi della parabola, l’ingiustizia di questo mondo ha il sopravvento, ma per l’ultima volta. Poi le cose cambiano. Infatti, quando Gesù ritornerà, molti di questi “Lazzaro”, che hanno patito tante ingiustizie nella loro vita, dopo essere stati resuscitati saranno raccolti dagli angeli e vivranno nel regno di Dio (Matteo 24:31; 1Tessalonicesi 4:13-18), dove potranno finalmente essere felici. Anche i “ricchi”, come quello della parabola, saranno svegliati, ma solo per ricevere la condanna, conseguenza della loro vita depravata e senza Dio (Giovanni 5: 28-29). Sembra che i versetti 22 e 23 siano difficili da capire, ma non è così. In base al testo originale, possiamo rendere così la frase: «il ricco morì e fu sepolto nell’Hades (tomba). Quando alzò gli occhi, essendo nei tormenti…». Ora, trattandosi di una parabola, di un racconto allegorico, è importante cogliere l’insegnamento centrale, evitando di prendere alla lettera i gesti o i personaggi allegorici. Ad esempio, quando Gesù raccontò la parabola del seminatore, non intendeva certo dare lezioni in agraria, e con la parabola del lievito, non voleva davvero insegnare a fare il pane. Così pure, nella similitudine del ricco e del povero, era ben lungi dal volere parlare delle condizioni dell’uomo dopo la morte. Stiamo dunque ben attenti a non interpretare le parole di Gesù diversamente da come sono state espresse. Gesù vuole dire ai farisei che tutte le ricchezze del mondo non serviranno a nulla se non ci si è convertiti sulla terra, in questa sola vita. Non si può comprare il Regno dei Cieli. Nei versetti 27-31, Gesù dice ancora che i Farisei sono ciechi riguardo alla parola di Dio e talmente impenitenti che «…non crederebbero neanche se alcuno risuscitasse dai morti». E proprio questo avvenne poco tempo dopo, quando Lazzaro, fratello di Marta, risorse (Giovanni cap. 11). Questo miracolo irritò in modo tale i Farisei, che decisero di far morire Gesù e anche Lazzaro (Giovanni 11: 52; 12:10). E cosa cambiò nella loro vita, dopo la resurrezione dello stesso Cristo? Con menzogne cercarono di nascondere la verità (Matteo 28: 11-25). Ecco, in breve, gli insegnamenti della parabola: 1. Dio giudica ricchi e poveri diversamente da come lo fanno gli uomini. 2. Avarizia e superbia sono severamente condannate. 3. Solo il tribunale di Dio renderà piena giustizia. 4. I vantaggi della ricchezza sono di corta durata. 5. Dopo la morte non c’è possibilità di conversione. 6. La testimonianza della Scrittura è sufficiente per la salvezza. 7. La parabola non vuole in nessun modo dare informazioni sul tempo che scorre tra la morte e la resurrezione. 8. Anche se, per assurdo, un vivente dovesse ricevere informazioni e istruzioni da un defunto, quest’ultimo dovrebbe prima resuscitare. Ciò significa che un vivente non può mettersi in contatto con nessun defunto, poiché la resurrezione di tutti è un evento della fine dei tempi. Gesù risponde al pensiero di sempre: l’accettazione dell’Evangelo, la conversione, il cambiamento di vita avviene in seguito a un avvenimento straordinario: «Ah, se Lazzaro potesse risuscitare e andare in casa di mio padre! Vedendolo, i miei fratelli, i miei familiari si convertirebbero e cambierebbero vita», pensava il ricco epulone. Gesù, rispondendo a chi si identificava con il pensiero del ricco, mette nella bocca del padre Abrahamo «che in fede morì… senz’aver ricevuto le cose promesse, ma avendole vedute e salutate da lontano» (Ebrei 11:13), le seguenti parole: «Se non ascoltano Mosè e i profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno dei morti risuscitasse» (Luca 16:31). In altre parole, gli israeliti avevano tutto quanto era loro utile per ravvedersi, avevano la Parola di Dio annunciata da Mosè e dai profeti. I segni, le opere potenti, la risurrezione stessa di un morto, non conducono alla conversione coloro che sono avvezzi nei piaceri e nella loro opposizione a Dio. In breve, in questa parabola Gesù ha utilizzato un racconto popolare, non certo per dargli la sua approvazione quanto piuttosto per imprimere nelle menti dei suoi ascoltatori un’importante lezione spirituale. Merita qui sottolineare che anche nella parabola precedente del fattore infedele (Lc 16:1,12), Gesù si serve di un racconto che non rappresenta l’etica biblica. Da nessuna parte la Bibbia approva l’operato di un amministratore disonesto che dimezzi i debiti arretrati dei creditori per ottenere un beneficio personale. La lezione della parabola può essere un invito a farsi degli amici per se stessi (Lc 16:9) e non certamente a imbrogliare negli affari. John W. Cooper riconosce che la parabola dell’uomo ricco e di Lazzaro «non dice necessariamente ciò che Gesù o Luca credevano circa la vita ultraterrena, né fornisce una base per la dottrina sullo stato intermedio. Gesù ha usato un’immagine comune semplicemente per comunicare meglio il suo insegnamento etico. Non vuol dire che egli condividesse questo racconto né che credesse nel suo contenuto». J.W. COOPER, Body; soul, and Life Everlasting: Biblical Anthropology and the Monism-Dualism Debate, Grand Rapids, p. 139 Cooper pone la domanda: «Che cosa dice questo episodio circa lo stato intermedio?». Risponde nettamente e onestamente in questo modo: «La risposta è niente. La causa dualista non può appoggiarsi a questo brano per sostenere la sua tesi». Ibidem Non si devono mai trarre conclusioni dogmatiche da una parabola, pertanto facciamo tesoro degli insegnamenti di questa parabola, e ricordiamoci che il nostro destino si adempie in questa vita, a seconda dell’atteggiamento che assumiamo nei confronti della Parola di Dio.

Le anime sotto l’altare: Apocalisse 6:9-10

In Apocalisse 6:9-10, troviamo un’immagine familiare del culto d’Israele, precisamente l’altare degli olocausti, che si trovava nel cortile del tempio, dove il sangue della vittima, «dell’agnello», simbolo della giustificazione per fede, doveva essere versato per terra, letteralmente «sotto l’altare» (Lv 4:7). Questo testo è spesso citato per sostenere che le «anime» dei santi vivono nel cielo, dopo la morte, come spiriti coscienti. Per esempio, Robert Morey con convinzione afferma: «Le anime sono gli spiriti disincarnati dei martiri che gridano a Dio per ottenere la vendetta sui loro nemici… Questo passo ha da sempre creato grande difficoltà a coloro che negano che i credenti ascendano al cielo dopo la morte. Nel linguaggio di Giovanni, è chiaro che queste anime sono consapevoli e attive nel cielo». (R.A. MOREY, p. 214. cit. da Bacchiocchi Samuele, op. cit. p. 229). Quest’interpretazione, però, ignora che i ritratti apocalittici non sono stati intesi come fotografie di realtà concrete, ma rappresentazioni simboliche di realtà spirituali quasi inimmaginabili. A Giovanni non è stata data una visione di come in effetti realmente sia il cielo. È evidente che non possano esservi nel cielo cavalli bianchi, rossi, neri o pallidi con cavalieri marziali. Non è pensabile che Cristo possa apparire in cielo nella forma di un agnello con una ferita sanguinante (Ap 5:6). Allo stesso modo, nel cielo non esistono «anime» di martiri pigiate alla base dell’altare. L’intera scena è semplicemente una rappresentazione simbolica volta a rassicurare coloro che affrontano il martirio e la morte perché alla fine sarà fatta loro giustizia. Una tale rassicurazione è particolarmente incoraggiante per coloro che, come Giovanni, dovevano affrontare terribili persecuzioni visto che si rifiutavano di partecipare al culto imperiale… La rappresentazione simbolica dei martiri come sacrifici offerti sull’altare del cielo può difficilmente essere utilizzata per discutere della loro esistenza cosciente e disincarnata nel cielo. George Eldon Ladd, uno studioso evangelico di rispetto, giustamente afferma: «Il fatto che Giovanni abbia visto le anime dei martiri sotto l’altare non ha nulla a che vedere con lo stato dei morti o la loro situazione nello stato intermedio; si tratta semplicemente di un modo brillante per raffigurare il fatto che sono stati martirizzati nel nome di Dio». (G.E. LADD, A Commentary on the Revelation of John, Grand Rapids, 1979, p. 103). Ci troviamo dunque di fronte ad un linguaggio simbolico, personificato, dove le cose inanimate parlano, i morti gridano a Dio di affrettare il tempo del giudizio. “Nel quinto sigillo udiamo le voci di quelle vittime. La storia non è più raccontata a partire dalle vicende dell’istituzione che perpetrava l’oppressione, ma viene data la parola alle vittime stesse. Il profeta non vede più né cavalli né creature, ma uomini e donne che sospirano e invocano il giudizio di Dio”. (J. Doukhan, Il grido del Cielo, Ed. AdV, impruneta (Fi) p. 80) In breve, se i morti passassero il tempo “gridando a gran voce” vendetta, pensate che possano dirsi “beati” o “felici eternamente”? I martiri che gridano vendetta, descritti in questo passo di Apocalisse, lo stanno facendo realmente? Non viene forse da pensare che l’autore sacro si sia espresso così come si è espresso il redattore della Genesi, quando, parlando dell’uccisione di Abele da parte di Caino, fa dire a Dio: “La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra fino a me” (Genesi 4:10). 1 Come il sangue di Abele, in un’espressione letteraria, grida al cielo, così il sangue dei martiri, grida vendetta. Il giorno del giudizio è davanti a noi, e i martiri non hanno ancora ricevuto le promesse di Dio (Ebrei 11). In quanto alla parola “anima” qui usata, essa significa semplicemente “vita”, I martiri, che sono tutt’ora morti, vengono descritti come se parlassero. Nella Bibbia incontriamo più volte queste immagini simboliche. In Giacomo 5:4 è il “salario” ingiusto che “grida fino al cielo”. Gesù stesso dice in Luca 19:40 “…se essi tacessero, griderebbero le pietre”. E così, anche il sangue dei martiri grida vendetta e chiede che gli sia resa giustizia. Chi crede che si tratti realmente delle anime dei morti che parlano, cade in gravi contraddizioni. La maggior parte delle persone è convinta che i martiri siano in paradiso, e che i loro persecutori si trovino all’inferno. Se davvero fosse così, perché allora implorare Dio di fare giustizia, se essi si trovano in cielo, e i nemici già al loro castigo? 1. Essendo, nella Parola di Dio, il sangue il simbolo della vita, ma non la vita, gli è concesso simbolicamente di parlare per esprimere il desiderio di giustizia (vendetta).Il sangue di Abele sparso sulla terra, indica la morte di quest’ultimo, che la vita non c’è più. L’espressione «la voce del sangue grida», va letta non nel senso letterale, come se il sangue avesse la capacità di parlare, ma metaforicamente: la morte di un innocente richiede giustizia al cospetto di Dio.

La maga di Endor – 1 Samuele 28

Il racconto in breve. Quando Saul ha rifiutato di ricevere una guida per il suo futuro da parte di Dio attraverso i sogni, l’urim e i profeti (1 Sam 28:6), nella disperazione ha cercato una donna, la maga di Endor, affinché evocasse lo spirito del defunto Samuele (1 Sam 28:7). Travestendosi per evitare d’essere riconosciuto, Saul si reca dalla donna di notte e le chiede di far risalire il profeta defunto e di sollecitarne informazioni (1 Sam 28:8). Quando la donna, sapendo dell’interdetto reale contro la negromanzia, esita, (v. 3), Saul le garantisce che non le sarebbe successo niente e insiste perché faccia risalire Samuele (vv. 9,10). La donna ubbidisce e dice a Saul: «Io vedo un dio (elohim) che sale dalla terra» (v. 13). Descrive a Saul ciò che vede: un vecchio «avvolto in un mantello» (v. 14). Dalla descrizione della medium, Saul conclude che è Samuele e continua chiedendo che cosa avrebbe dovuto fare davanti all’imminente sconfitta nella guerra contro i filistei. Lo spirito, personificando Samuele, rimprovera Saul perché l’ha disturbato, visto che Dio ha abbandonato il re. Poi, profetizza contro Saul come se parlasse da parte del Signore. Trucemente, lo spirito predice la condanna di Saul: «Domani tu e tuoi figli sarete con me» (cfr. 1 Sam 28:19; 1 Cr 10:13,14). Poi, lo spirito ritorna da dove è venuto. Importanza del racconto I dualisti trovano in questo racconto una delle prove più chiare della sopravvivenza dell’anima alla morte. John Cooper, per esempio, trae da questo episodio quattro rilevanti conclusioni circa il pensiero dell’Antico Testamento sullo stato dei morti. Egli scrive: «1. È chiaro che c’è continuità d’identità personale fra i viventi e i morti. In altre parole, il Samuele morto è ancora Samuele, non qualcuno o qualcos’altro… 2. Benché questo sia un avvenimento molto insolito, Samuele è un residente tipico dello sheol, visto che aspetta che Saul e i suoi figli lo raggiungano… 3. Nonostante dica che stesse riposando, gli era possibile ancora “svegliarsi” e occuparsi di vari aspetti di comunicazione consapevole… 4. Samuele è un “fantasma” o un’ombra, non un’anima platonica o una mente cartesiana… Il suo corpo era seppellito a Rama (1 Sam 28:3), eppure egli era nello sheol e appare a Endor in forma corporea». ( J.W. COOPER, Op. cit., pp. 65,66). Nello stesso modo, Robert Morey sostiene che questo racconto mostri come «Israele credesse in una vita ultraterrena consapevole. Mentre era loro proibito partecipare a sedute spiritiche, non di meno, credevano che l’uomo con la morte, fosse estinto».( R.A. MOREY, Op. cit., p. 49). Questi tentativi di utilizzare l’apparenza «spirituale» di «Samuele» agli ordini di un medium per provare l’esistenza consapevole delle anime disincarnate dopo la morte, ignorano cinque importanti aspetti. 1. Non si tiene conto dell’insegnamento della Scrittura circa la natura dell’uomo e della morte come abbiamo già esaminato. L’uomo biblico considera la morte come la cessazione della vita dell’intera persona; ciò preclude l’esistenza conscia delle anime. 2. Ignora l’ordine solenne di astenersi dal consultare gli «spiriti familiari» (cfr. Lv 19:31; Is 8:19), trasgressione, questa, punita con la morte (Lv 26:6,27). Saul stesso, infatti, morì «a causa dell’infedeltà che egli aveva commessa contro il SIGNORE per non aver osservato la parola del SIGNORE, e anche perché aveva interrogato e consultato quelli che evocano gli spiriti mentre non aveva consultato il SIGNORE » (1 Cr 10:13,14). La ragione della condanna a morte prevista per chi consultasse gli «spiriti» è che questi erano «spiriti maligni» o angeli decaduti, che personificavano i morti. Questa pratica avrebbe finito per condurre le persone ad adorare il diavolo anziché Dio. Il Signore difficilmente avrebbe potuto decretare la pena di morte per chi avesse comunicato con gli spiriti dei cari defunti se questi fossero esistiti e se la comunicazione fosse stata possibile. Non c’è nessuna ragione morale da parte di Dio per infierire sul dolore della morte, opponendosi al desiderio umano di comunicare con i cari defunti. Il problema è che tale comunicazione è impossibile, perché i morti sono in uno stato di incoscienza e non possono comunicare con i viventi. Qualsiasi comunicazione che possa intercorrere non è già con gli spiriti dei morti, ma con gli spiriti maligni. Questo è suggerito anche dall’affermazione della medium: «Vedo un Dio (elohim) che sale dalla terra» (1 Sam 28:13). Il plurale elohim è usato nella Bibbia non solo per Dio, ma anche per i falsi dei (cfr. Gn 35:2; Es 12:12; 20:3). La medium ha visto un falso dio, o spirito maligno, che personificava Samuele. 3. Questa interpretazione deve supporre che il Signore potesse accettare di parlare con Saul mediante una medium, dopo aver già rifiutato di comunicare con lui attraverso mezzi legittimi. Una comunicazione con Samuele, quale profeta, sarebbe allora stata una comunicazione indiretta con Dio. La Bibbia afferma, però, che il Signore si era rifiutato di comunicare con Saul (1 Sam 28:6). 4. Esso ignora la straordinaria difficoltà di supporre che uno spirito morto potesse apparire come «un vecchio… avvolto in un mantello» (1 Sam 28:14). Se gli spiriti dei morti sono anime disincarnate, ovviamente non hanno bisogno di essere avvolti in vestiti. 5. Ignora le implicazioni della truce predizione: «Domani tu e i tuoi figli sarete con me» (1 Sam 28:19). Dove doveva avvenire quest’appuntamento fra il re e l’imitatore di Samuele? Era nello sheol, come suggerisce Cooper? Se ciò fosse vero, significherebbe, allora, che i profeti di Dio e i re apostati condividono gli stessi spazi dopo la morte. Questo è contrario alla credenza popolare che vuole che alla morte i salvati ascendano al cielo e i reprobi scendano nello sheol, l’inferno. Inoltre, se Samuele fosse stato in cielo, lo spirito imitatore di Samuele avrebbe detto: «Perché mi hai fatto scendere?». Invece dice: «Perché mi hai disturbato facendomi salire?» (1 Sam 28:15). Era forse cambiato il luogo dei salvati, dallo sheol sotto la terra, al cielo sopra la terra? Riflessioni come queste autorizzano a credere che la seduta spiritica di Endor non sostenga in alcun modo la nozione dell’esistenza consapevole delle anime disincarnate dopo la morte. È evidente che non era lo spirito di Samuele che comunicava con Saul. Molto probabilmente, un demone personificava il defunto Samuele come ancora succede in molte sedute spiritiche. Le Scritture rivelano che Satana e i suoi angeli hanno l’abilità di cambiare la loro sembianza e di comunicare con gli esseri umani (cfr. Mt 4:1,11; 2 Cor 11:13,14). Il racconto dell’apparizione «spirituale» di Samuele a Endor dice molto poco in merito all’esistenza dopo la morte, ma rivela molto circa gli inganni mirati di Satana. Mostrano come Satana abbia avuto successo nel promuovere la menzogna, «non morirete», usando mezzi sofisticati come la personificazione dei morti mediante gli spiriti maligni. Le Scritture rivelano che Satana e i suoi angeli hanno l’abilità di cambiare la loro sembianza e di comunicare con gli esseri umani (cfr. Mt 4:1,11; 2 Co 11:13,14). Egli è il padre della menzogna (Gv 8: 44) e può impossessarsi di una persona (Lc 9: 37- 43). E. G. White scriveva: “Gli apostoli, impersonificati da questi spiriti bugiardi (demoni) contraddicono quanto scrissero sotto la guida dello Spirito Santo, mentre erano sulla terra… Molti saranno visitati da spiriti di demoni che impersonificheranno congiunti o amici defunti e che insegneranno le eresie più pericolose. Questi visitatori faranno appello alle nostre più tenere simpatie e compiranno miracoli per avvalorare le loro pretese” […] “A coronamento del grande dramma di seduzione, Satana stesso impersonificherà Cristo… La gente si prostrerà davanti a Lui, mentre egli eleva le mani e pronuncerà su di essa una benedizione come faceva Cristo con i suoi discepoli quando era su questa terra” (E. G. White, Il Gran Conflitto, p. 406, 408, 454, ed. AdV, Impruneta (Fi). Conclusione Il racconto dell’apparizione «dello spirito» di Samuele a Endor dice molto poco circa l’esistenza cosciente dopo la morte, perché quello che ha visto la medium era un falso dio (elohim, 1 Sam 28:13) o uno spirito maligno che personificava Samuele, non l’anima del profeta.

La Donna nel contesto del Nuovo testamento

Le regole di buona condotta proibivano a un uomo di incontrare da solo una donna, di conversare in privato con lei (Qiddushin 4:12 b; 81 a) o in generale di parlare con lei, se non per lo stretto necessario. Yosé ben Yohanan di Gerusalemme, uno dei più vecchi e rispettati scribi (verso il 150 a. C.) ordinava: «Non parlare molto con una donna…fosse anche la tua» (Abot 1:5). Da qui lo stupore dei discepoli nel vedere Gesù conversare con la Samaritana (Giovanni 4:27). Filone, contemporaneo di Gesù, diceva: «Le donne devono restare sempre in casa e vivere ritirate. Le giovani devono rimanere nelle stanze interne, ponendosi il limite della porta di comunicazione (con le stanze in cui vivevano gli uomini). Per le sposate, al massimo la porta del cortile, onde evitare per pudore lo sguardo degli uomini, compreso quello dei parenti più stretti» (De specialibus legibus 3:169). Questo «ideale» teorico non era sempre vissuto agli estremi, nella vita pratica. 9 In quella società la donna si teneva ai margini della vita religiosa pubblica, visto che si credeva soggetta alle proibizioni della Torah (eccetto tre che riguardavano unicamente gli uomini, secondo l’interpretazione rabbinica di Levitico 19:27 e 21:1,2; Qiddushin 1:7), però era giustificata da quasi tutti i precetti positivi, cioè da tutti quelli «vincolati al tempo» (Qiddushin 1:7) come l’obbligo di andare a Gerusalemme in pellegrinaggio per la festa, assistere ai servizi religiosi (Hagiga 1:1), recitare certe preghiere (Berakhot 3:3) e, soprattutto, studiare la Torah. Rabbi Eliezer (verso il 90 d. C.) diceva dal canto suo che colui che «insegna la Torah a sua figlia, è come se la avviasse alla prostituzione» (Sota 3:4) e che «meglio sarebbe bruciare la Torah che trasmetterla alle donne» (j Sota 3:4,19 a). L’atto di trasmettere la vita e assumere la maternità erano considerate responsabilità sufficientemente sacre da esentare la donna dalle restanti esigenze della religione (cfr. 1 Timoteo 2:15). L’atteggiamento di Gesù verso la donna è «senza precedenti nella storia dell’epoca» (Joachim Jeremias, Gerusalemme al tempo di Gesù, Roma, 1989, p. 562). Forse si è esagerata l’importanza della tradizione secondo la quale «l’uomo deve rendere grazie a Dio ogni giorno, per tre cose: perché sono nato israelita, perché non mi hai fatto donna, e perché non sono un idiota» (Menahot 43 b) o, secondo altre versioni: «Perché non sono nato né pagano, né schiavo, né donna» (Abot 2:6). La sapienza rabbinica spiega il triplice ringraziamento dicendo che solo l’uomo libero e intelligente può essere responsabile davanti a Dio del compimento di tutta la Legge di Dio. Non sembri che queste nozioni lascino intravedere idee di superiorità dell’uomo sulla donna; infatti lo stesso Talmud sosteneva che «Dio concesse alla donna più intelligenza che all’uomo» (Middot 45 b), sebbene fosse convinto che avesse una tendenza spiccata a utilizzarla per il male, in particolare per la stregoneria e le arti malefiche (Yoma 83 b).

La formula trinitaria del battesimo negli apostoli

I nostri fratelli “unitari” fanno presente che gli apostoli non hanno mai battezzato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28:19) perché non credevano nella trinità. Di fatto, bisogna ammettere che la formula trinitaria, a prima vista e nella forma, sia stata disattesa dagli apostoli, ma non nel contenuto e nell’insegnamento. Non credo che Gesù abbia lasciato una “formula” o una frase rituale. L’espressione trinitaria battesimale deve essere colta nel suo significato e non tanto nella forma. Ciò è ben evidenziato dal significato esistenziale della parola «ònoma » nome, che precede i rispettivi attributi: Padre, Figlio e Spirito Santo. Nella mentalità ebraica dare un nome ad una persona o chiamarla per nome significava offrirle il diritto di esistere, di pensare e ti interagire nel mondo e con se medesimi; ciò implicava una conoscenza affettiva, empirica della persona e non nominativa e/o formale, devozionale. Il terzo comandamento «non nominare il nome di Dio invano» significa disattendere la persona di Dio nel quotidiano, più che bestemmiarlo che in sé rivela spesso mancanza di conoscenza e di riverenza formale. In questo senso gli apostoli non hanno disatteso l’insegnamento di Gesù nel suo significato e i catecumeni più che credere nella trinità, la sperimentavano. Ad esempio, gli Atti degli apostoli sono da attribuire allo Spirito Santo più che agli apostoli (cfr. Atti 2; 5:1-4; 8: 29; 13:2; 15: 28;16:6) e le lettere di Paolo sono impregnate della presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, lo stesso per quelle di Pietro e di Giovanni. (cfr. Atti 2: 33; 2: 38-39; 5: 31-32; Atti 10: 36-38; 1 Corinzi 12: 4-6; 2 Corinzi 13: 13; Efesini 2: 18; Tito 3: 4-6; Ebrei 9: 14; 1 Pietro 1:1-2; 4:14;1 Giovanni 4:13-15). Inoltre, è importante evidenziare che secondo l’apostolo Paolo, in Gesù «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Colossesi 2:9), pertanto battezzare nel «nome di Gesù» (Atti 2:38; 8:16) significa anche nel nome del Padre e dello Spirito Santo. Nell’esperienza di conversione di Cornelio, lo Spirito Santo aveva già operato potentemente, tale da indurre Pietro ad esprimersi : «C’è forse qualcuno che possa negare l’acqua e impedire che siano battezzati questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi?» (Atti 10:47) Comunque, volendo attenersi alla forma, nel Nuovo Testamento oltre a Matteo 28:19, troviamo anche la formula di benedizione in 2 Corinzi: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (13:14). Indubbiamente, la formula «uno uguale a Tre» è un’equazione che non torna secondo la logica umana, è un concetto che sfugge alla nostra razionalità. Ma nella Bibbia questa formula, non solo è applicata alla divinità, ma è anche riferita alla realtà umana «i due saranno una sola carne» (Matteo 19: 4 – 6). L’uomo e la donna nel matrimonio sono considerati come una singola unità ‘ehad, eppure fisicamente e psicologicamente rimangono due individui distinti. Dio supera la nostra comprensione pertanto conoscere Dio dovrebbe essere il nostro primo interesse (Osea 6: 3; Geremia 29: 13; Matteo 6: 33). – *protected email*